Con Base, presentata alla galleria Soft Opening a Londra, Sam Lipp propone una ricognizione epistemica sulle superfici e sulla consistenza, in cui ogni intervento lascia tracce tangibili sulla sfera visiva.
Le opere, realizzate su acciaio e strumenti medici, portano evidenze di attriti e sollecitazioni, trasformando i piani in archivi temporali dell’azione.
La loro distribuzione nello spazio non è mai neutra: la sequenza cromatica — toni terrosi e saturi, grigi bilanciati, bianco sovraesposto — definisce un ritmo dell’apprensione che orienta la visione e modula la ricezione sensoriale dei fruitori.


Procedimenti calibrati generano effetti inattesi ma controllati, rivelando l’intreccio tra gestualità processuale e condizione materiale. Elementi meccanici, come viti e supporti, assumono funzione sia strutturale che interpretativa, richiamando il passato funzionale degli oggetti e confermandone la nuova collocazione come opere esposte, punti di osservazione teoretica.
Lipp si pone in conversazione con pratiche internazionali di riferimento. L’attenzione alla manualità e ai piani stratificati ricorda Molly Zuckerman-Hartung, mentre la gradazione cromatica e l’architettura ermeneutica evocano Amy Sillman, dove colore e organizzazione diventano agenti di comprensione.
Questi confronti evidenziano la coesione interna del progetto e lo zelo curatoriale nella selezione di opere, materiali e titoli, spesso archetipici — Vagabond, Illegalist, Star — più che legati a individualità.
Tyrannicides concentra in forma esemplare le istanze del sistema, articolando un’idea di azione come potenzialità sospesa. Il riferimento storico implicito non orienta lo scrutinio in un asse narrativo, ma apre un regime di intendimento instabile, in cui materia e spazio concorrono alla definizione del campo sensibile.
Sul piano teorico, parafrasando le riflessioni di Arthur Danto sul nodo tra oggetto, contesto e valore culturale — «An artwork is not merely an object but an embodiment of meaning within a world» (The Transfiguration of the Commonplace, 1981) — e quelle di Ben Davis sull’importanza del coinvolgimento fisico nell’interiorizzazione dell’arte odierna — «The artwork demands that the viewer bring their body and senses into the encounter» (9.5 Theses on Art and Class, 2013) — le opere di Lipp possono essere lette come espressione di un dialogo tra oggetto, corpo e orizzonte esperienziale.
Si potrebbe dunque leggere lo spazio come una sorta di topologia corporea, in cui il movimento dei visitatori ridefinisce simbolicamente la relazione tra i pannelli e tra chi li osserva. Il percorso muta in un dispositivo cognitivo, in cui costituenti, azioni e sfumature cromatiche si compenetrano senza dissolvere il proprio statuto ontologico né la tenuta critico-analitica della visione.
Ogni componente, dal dettaglio meccanico alla scansione più evidente, diventa nodo di una trama percettiva mobile, dove impressione e presenza si sostengono reciprocamente.
La sala finale amplifica questa dimensione: l’equilibrio dinamico dei cubi metallici, accompagnato da suoni delicati, richiede cura e vigilanza. Chi vi si muove nota come i propri gesti incidano sull’insieme, creando un ecosistema vitale, in cui colore, materia e manualità coniugano estetica, mutamento e ricerca gnoseologica.
L’interazione si articola come un itinerario immersivo, capace di stimolare concentrazione ed elaborazione immediata.
Base testimonia la maturazione di Lipp: sperimentazione, precisione e ipotesi semantica convergono in una decodifica raffinata della pittura contemporanea, in cui processo, ricezione e consistenza diventano veicoli per cogliere e abitare pienamente l’opera.
Il progetto dimostra come l’arte possa convertire lo spazio in un ambiente di apprendimento, dove il corpo e lo sguardo partecipano attivamente alla costruzione di senso, mantenendo la tensione tra contatto diretto e disamina critica.
Informazioni: Sam Lipp – Base
- Soft Opening, Londra
- softopening.london
- 17 gennaio – 14 marzo 2026
- info@softopening.london
Critica d'arte con esperienza internazionale. Ha collaborato con Flash Art sin dagli esordi della propria attività critica, scrivendo parallelamente per Artribune ed Exibart. Ha diretto gallerie di arte contemporanea in Italia (NEOCHROME Gallery, EDGE Art Space) e negli Stati Uniti (TEAM Gallery, New York), sviluppando una pratica curatoriale e critica focalizzata sulla pittura contemporanea, sui temi della memoria, del corpo e dei sistemi di rappresentazione. Ha lavorato con artisti quali Rashid Johnson, Theaster Gates, Ali Banisadr, Angel Otero, Inka Essenhigh, Laura Owens, Tim Rollins & K.O.S., Mika Tajima, contribuendo anche allo sviluppo di artista emergemti ettivi oggi sulla scena internazionale. Autrice dei testi critici e dei cataloghi delle mostre curate.











