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Carol Rama. Aperture Oppositive e Tracce del Novecento

di Margherita Artoni

Carol Rama percorre il Novecento con una radicalità unica, anticipando analisi sul corpo, sulla brama e sul ricordo che oggi risultano straordinariamente attuali.

L’Archivio a lei dedicato, realtà autonoma impegnata nella tutela e nello studio dell’opera dell’artista, ha recentemente avviato una collaborazione con Hauser & Wirth e con la galleria Isabella Bortolozzi per la rappresentanza dell’artista.

Autodidatta e autonoma, Rama modula tragedie personali — la patologia mentale della madre, il suicidio del padre, l’isolamento — in energia pittorica. Fin dagli anni Trenta i suoi acquerelli rifiutano modelli rassicuranti: figure femminili nude, talvolta con tacchi alti, colte in atti autoerotici o affiancate da simboli fallici, mettono in scena un erotismo disturbante che infrange le convenzioni dell’epoca e provoca scandalo. Infatti, quando nel 1945 allestisce una mostra presso l’Opera Pia Cucina Malati Poveri (episodio rimasto privo di documentazione diretta e noto attraverso fonti tarde), l’esposizione fu chiusa per una presunta offesa al comune senso del pudore. 

«Pinto per curarmi, per restare viva nel dolore», diceva Rama, sintetizzando un metodo terapeutico in cui la forma incarnata si configura come orizzonte fenomenico e sostanza pensante, impulso ontologico contro l’ordine imposto.

immagine per Carol Rama, Opera n. 27, 1939. Acquerelloe matita colorata su cartone, 44 × 26 cm. Fotografia di Pino Dell’Aquila. Torino, collezione privata. © Archivio Carol Rama, Torino.
Carol Rama, Opera n. 27, 1939. Acquerello e matita colorata su cartone, 44 × 26 cm. Fotografia di Pino Dell’Aquila. Torino, collezione privata. © Archivio Carol Rama, Torino.

Negli anni Sessanta matura il suo celebre bricolage: occhi di bambola, denti di animali, fili metallici e residui anatomici entrano nelle opere come presenze inquietanti.

immagine per Carol Rama, XCV – C’è un altro metodo,per finire, 1967. Inchiostro, colla e occhi di bambola su carta, 34 × 45,8 cm. Fotografia di Pino Dell’Aquila. Berlino, Galerie Isabella Bortolozzi. © Archivio Carol Rama, Torino.
Carol Rama, XCV – C’è un altro metodo, per finire, 1967. Inchiostro, colla e occhi di bambola su carta, 34 × 45,8 cm. Fotografia di Pino Dell’Aquila. Berlino, Galerie Isabella Bortolozzi. © Archivio Carol Rama, Torino.
immagine per Carol Rama, Senza titolo, 1963. Inchiostro,acrilico, colla e unghioni su tela, 45 × 35 cm. Fotografia di Tommaso Mattina. Torino, collezione privata. © Archivio Carol Rama, Torino.
Carol Rama, Senza titolo, 1963. Inchiostro, acrilico, colla e unghioni su tela, 45 × 35 cm. Fotografia di Tommaso Mattina. Torino, collezione privata. © Archivio Carol Rama, Torino.

Nel decennio successivo camere d’aria e pneumatici di bicicletta si trasfigurano in elementi sospesi, evocando l’officina paterna e rimandi meccanici rielaborati in chiave intima.

La gomma si fa epidermide, membrana, e interiorità compressa. Questi composti proiettano il trauma e lo rendono percepibile, coinvolgendo chi osserva in un’immersione intuitiva profonda.

Nel lavoro di Rama la fisicità non è mai neutra: agisce come campo di attrito tra vissuto psichico e immaginario visivo. Infermità, reclusione affettiva e frattura biografica sorgono come incrinature che permeano la struttura corporea, generando nodi di dinamismo che annunciano traiettorie oggi riconosciute come queer abstraction o sensurrealism.

Ogni accumulo, pigmento e intervento produce significato e valuta la persistenza della risonanza storica come deposito attivo, trasmettendo una tensione che va oltre la cronologia e comunica con la dimensione odierna. In questo senso, l’itinerario di Rama offre chiavi per analizzare questioni di carica ontica, unicità esistenziale, fragilità emotiva e prospettive femminili: il suo operato non precede il nostro tempo, lo stimola.

immagine per Carol Rama, La mucca pazza, 1998. Camerad’aria e pelle su sacco postale tedesco intelato, 87 × 74 cm. Fotografia di Pino Dell’Aquila. Torino, collezione privata. © Archivio Carol Rama, Torino.
Carol Rama, La mucca pazza, 1998. Camera d’aria e pelle su sacco postale tedesco intelato, 87 × 74 cm. Fotografia di Pino Dell’Aquila. Torino, collezione privata. © Archivio Carol Rama, Torino.

La parabola completa dell’autrice conferma la portata della sua ricerca. Nel 2017 il New Museum di New York le dedica la prima grande retrospettiva negli Stati Uniti, Carol Rama: Antibodies, curata da Massimiliano Gioni; nel 2019 la galleria Lévy Gorvy presenta Eye of Eyes, a cura di Flavia Frigeri; al Kunstmuseum Bern, Carol Rama: A Rebel of Modernity mostra la coerenza di oltre settant’anni di svolgimento produttivo.

Affinità si colgono con Louise Bourgeois, Cindy Sherman, Sue Williams, Kiki Smith, che indagano il corpo della donna come luogo di memoria riflessiva, sofferenza e propulsione intrinseca.

immagine per Carol Rama, Idilli, 1977-1993. Tecnicamista, camere d’aria, carta ed elementi in ferro su tela da capote nera, tre elementi, 130 × 70 ciascuno. Colonia, collezione privata. © Archivio Carol Rama, Torino.
Carol Rama, Idilli, 1977-1993. Tecnica mista, camere d’aria, carta ed elementi in ferro su tela da capote nera, tre elementi, 130 × 70 ciascuno. Colonia, collezione privata. © Archivio Carol Rama, Torino.

Centrale è l’intesa con Edoardo Sanguineti, che introduce il termine bricolage e accompagna Rama in una meditazione poetica su materia e percezione sottile; gli incontri con Andy Warhol negli anni Settanta la collocano in una costellazione planetaria di sperimentazione tra cultura pop, industria e receptività.

Con la gestione di Hauser & Wirth, l’opera di Rama accede a strumenti di diffusione mondiale senza perdere il nucleo critico.

L’eredità dell’artista rivela carne sensibile, desiderio e reminiscenza: ogni particella aeriforme, ogni sguardo artificiale riafferma che il torso umano trattiene impronte, e che l’anelito può articolarsi come apertura oppositiva. L’arte diventa strategia di sopravvivenza, misura di tenacia interpretativa e slancio vitale.

Rama sfida il canone senza stabilizzarsi in esso. Non appartiene a un singolo movimento: li sfiora, li supera e prefigura approcci sperimentali su femminilità, identità soggettiva e vigore creativo come spazio politico.

È questa irriducibilità, insieme alla capacità di rendere visibile l’invisibile, che rende la sua opera imprescindibile per comprendere le evoluzioni artistiche tra XX e XXI secolo e per scandagliare l’era moderna attraverso la lente della determinazione intellettuale e della traccia organica.

Così la sua opera non si limita a restituire immagini, ma piuttosto altera il modo stesso in cui costruiamo significato, facendo della contemplazione un atto di consapevolezza speculativa.

 

immagine per Margherita Artoni
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Critica d'arte con esperienza internazionale. Ha collaborato con Flash Art sin dagli esordi della propria attività critica, scrivendo parallelamente per Artribune ed Exibart. Ha diretto gallerie di arte contemporanea in Italia (NEOCHROME Gallery, EDGE Art Space) e negli Stati Uniti (TEAM Gallery, New York), sviluppando una pratica curatoriale e critica focalizzata sulla pittura contemporanea, sui temi della memoria, del corpo e dei sistemi di rappresentazione. Ha lavorato con artisti quali Rashid Johnson, Theaster Gates, Ali Banisadr, Angel Otero, Inka Essenhigh, Laura Owens, Tim Rollins & K.O.S., Mika Tajima, contribuendo anche allo sviluppo di artisti emergenti attivi oggi sulla scena internazionale. Autrice dei testi critici e dei cataloghi delle mostre curate.

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