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Conversazione con Dardust

di Margherita Artoni

Dardust (pseudonimo di Dario Faini, nato a Piagge, Pesaro e Urbino, il 17 marzo 1976), rappresenta una figura particolarmente significativa: il suo percorso intreccia composizione, elettronica, ricerca sonora e dimensione visiva, muovendosi tra pianoforte e tecnologia, memoria e futuro. La sua musica costruisce ambienti percettivi in cui il suono diventa materia immaginativa, aprendo un dialogo tra ascolto, immagine e spazio.

immagine per Dardust. @Alessio Panichi
Dardust. @Alessio Panichi
immagine per Dardust. @Alessio Panichi
Dardust. @Alessio Panichi

L’opera come esperienza

In Art as Experience, John Dewey considera l’arte un’esperienza che nasce dalla relazione tra percezione, materia e ambiente. Nel tuo lavoro il suono sembra estendersi oltre l’ascolto, creando immagini e atmosfere. Quando una composizione raggiunge la capacità di coinvolgere chi la incontra?

Mi piace pensarmi come un ricevente e un trasmettitore allo stesso tempo. Per questo, almeno nella fase iniziale, non parlerei tanto di percezione quanto di connessione. È come sintonizzarsi ogni volta su frequenze diverse, ricevere messaggi, codificarli, trasformarli, metabolizzarli e infine restituirli. Ma ciò che restituisco è inevitabilmente diventato altro, perché ha attraversato la mia esperienza, il mio stato emotivo, quello che sono in quel preciso momento.

Quando scrivo mi connetto e, in qualche modo, mi perdo nell’etere, entro in uno spazio altro. L’aspetto cognitivo quasi non entra in campo: è una sorta di trance. In quell’istante non so nemmeno se ciò che sto suonando sia valido, se mi piaccia o se significhi qualcosa. C’è una temporanea sospensione dell’ego e del giudizio.

La cosa sorprendente accade dopo, quando riascolto e trascrivo quel materiale. È lì che comincio a captare dei temi, delle traiettorie, qualcosa che risuona e mi emoziona. Da quel momento inizia il lavoro di composizione vero e proprio: dare una forma e una struttura a quella materia.

Una composizione può allora diventare un riparo, un luogo da abitare, uno spazio di transizione, uno spazio liminale o persino un territorio di tensione. Un luogo nel quale riflettere le proprie emozioni o, semplicemente, ritrovarle.

Per me questo è un lavoro profondamente spirituale. E non saprei dire esattamente quando una composizione acquisisca la capacità di coinvolgere chi la incontra. L’unico metro che possiedo è molto semplice: deve coinvolgere prima di tutto me. Se accade, forse potrà coinvolgere qualcun altro. Di certo dal mio studio non uscirà mai qualcosa che non parta da questo presupposto.

Tra tradizione e futuro

Nel tuo percorso convivono pianoforte ed elettronica, formazione classica e cultura contemporanea, composizione e produzione. Come vivi questa relazione tra elementi apparentemente distanti? È un equilibrio raggiunto oppure una tensione creativa che continua a generare nuove possibilità?

Non li considero due mondi distanti. Uno è l’estensione dell’altro.

Il pianoforte è il luogo della mia prima memoria musicale: è disciplina, tradizione, materia, sorgente. È il primo gesto. L’elettronica, invece, rappresenta per me lo spazio infinito delle possibilità, quasi un multiverso sonoro. Ma non è in opposizione al pianoforte: ne è un’espansione.

La vera sfida, per me, è la scelta di fronte a questa infinità di possibilità. Prendendo in prestito un’immagine dalla fisica quantistica, mi affascina pensare al passaggio da un campo di possibilità alla definizione di una forma: quale particella diventerà quella possibilità? Quale materia emergerà?

È anche per questo che, prima di iniziare un disco — o mentre comincio a intuirne la direzione — sento il bisogno di tracciare un perimetro. Da quel perimetro nasce un concetto, e quel concetto diventa progressivamente il mondo di riferimento dell’intero lavoro. Non serve a limitare le possibilità, ma a scegliere dentro l’infinito.

La periferia come luogo poetico

Nei tuoi lavori la periferia assume una valenza particolare: diventa un luogo capace di rivelare prospettive inattese. Cosa ti attrae di questi spazi? In che modo ciò che si trova ai margini può modificare il nostro modo di guardare la realtà?

La periferia per me è un luogo sospeso. Non possiede quasi mai l’estetica rassicurante o la monumentalità del centro. Può essere cruda, intensa, imprevedibile, fluida, inattesa. Ed è proprio lì, davanti a quei limiti, che sento il bisogno di immaginare altro.

Io stesso provengo da una periferia delle periferie. Per alcuni aspetti era un luogo quasi bidimensionale, con pochi stimoli, pochi accessi a mondi differenti. Credo che proprio quella mancanza mi abbia spinto a cercare la bellezza dove apparentemente non c’era, a immaginare una terza dimensione, a sviluppare una sorta di estetica compensatrice capace di ampliare quei confini.

Forse una parte della creatività nasce esattamente lì: nel tentativo di costruire ciò che non hai davanti agli occhi.

Per questo considero le periferie luoghi profondamente rivoluzionari e, in qualche modo, catartici. Il margine ti obbliga a spostare lo sguardo. E quando lo sguardo cambia, può cambiare anche la realtà che credevi di conoscere.

L’origine di un’opera

Prima della forma esiste spesso un impulso difficile da definire: un’immagine, una sensazione, una tensione emotiva. Come riconosci il momento in cui quell’impulso acquisisce una propria necessità? Nel corso della composizione cerchi di conservarne l’intensità iniziale oppure lasci che cambi attraverso il lavoro?

Quando improvviso e poi riascolto ciò che ho registrato, spesso ho la sensazione di trovarmi davanti a una materia quasi inconscia, subliminale, ancora sfocata. Il passaggio successivo consiste nel metterla a fuoco. È come indossare progressivamente degli occhiali e cominciare a distinguere i contorni di qualcosa che prima potevi soltanto intuire.

Per questo considero catartico il processo che porta dalla materia originaria alla costruzione dell’opera. È anche un viaggio alla ricerca di una possibile definizione di sé.

Spesso non si trovano risposte; al contrario, si aprono nuove domande. Ed è proprio questo che mi interessa. Mi piace che le mie composizioni rimangano aperte, disponibili a interpretazioni differenti.

Probabilmente è anche per questo che non avrei mai potuto seguire un percorso esclusivamente legato alla scrittura dei testi. La parola porta inevitabilmente con sé una sceneggiatura: orienta, suggerisce personaggi, luoghi, significati. A volte può circoscrivere l’immaginario. La musica strumentale, invece, mi permette di lasciare uno spazio vuoto nel quale chi ascolta possa proiettare qualcosa di proprio.

Io posso offrire un input attraverso un titolo, un’immagine, un concept — soprattutto a chi ha la curiosità di andare a cercarlo — ma poi il resto appartiene a chi ascolta. Partiamo magari dalla stessa matrice emotiva, ma possiamo arrivare in luoghi completamente diversi.

La costruzione di una voce personale

Ogni artista sviluppa nel tempo una propria grammatica fatta di scelte, ricorrenze e sensibilità. Quali elementi riconosci come fondativi della tua ricerca? Come percepisci il momento in cui un’opera trova il proprio equilibrio?

L’imprevedibilità, prima di tutto. Cerco sempre qualcosa che possa disattendere l’aspettativa appena creata: un cambio di prospettiva, un colpo di scena, un twist.

Ma contemporaneamente cerco l’opposto: un luogo accogliente, un riparo da abitare quando ci si trova in uno stato di vulnerabilità, mentre fuori c’è una tempesta.

Credo che la mia musica nasca esattamente da questa dualità. Da una parte c’è l’esploratore, quello che vuole oltrepassare il confine, indagare territori sconosciuti e qualche volta spingersi in luoghi persino spericolati. Dall’altra c’è qualcuno che conosce molto bene la propria vulnerabilità e i propri limiti e, proprio per questo, sente il bisogno di costruire un riparo nella tempesta.

Forse la mia voce personale sta proprio nella convivenza di queste due forze: la vertigine dell’ignoto e il bisogno di sentirsi, almeno per un istante, a casa.

La musica e lo spazio dell’ascolto

La musica strumentale lascia all’ascoltatore una libertà particolare: ogni persona può costruire immagini, ricordi e associazioni proprie. Quanto questa apertura influenza il tuo modo di comporre? È importante per te lasciare una parte dell’opera affidata all’immaginazione di chi ascolta?

Sì, per me è fondamentale. Anzi, è proprio quel processo di interazione a interessarmi: l’opera non dovrebbe esaurirsi in ciò che io ho deciso di metterci dentro. Vorrei che rimanesse uno spazio disponibile per chi ascolta.

È qualcosa che cerco ancora di più nei live, costruendo un percorso e cercando forme diverse di interazione con il pubblico. È lì che la musica smette definitivamente di essere soltanto mia e diventa uno spazio condiviso.

Probabilmente è anche attraverso il concerto che soddisfo maggiormente il mio desiderio di relazione e di comunicabilità con l’Altro. Io creo un campo, do alcuni segnali, apro delle porte; ma ciò che accade emotivamente dall’altra parte non mi appartiene più. Ed è proprio questa perdita di controllo a rendere l’esperienza interessante.

Tecnologia e creazione

Nel tuo lavoro gli strumenti contemporanei partecipano alla ricerca sonora e alla costruzione dell’opera. In che modo la tecnologia ha modificato il tuo modo di comporre e la tua idea delle possibilità della musica?

La tecnologia per me è una tavolozza potenzialmente infinita. Ogni nuovo strumento, ogni nuovo tool che incontro apre possibilità che prima non esistevano. Ho sintetizzatori, plugin, strumenti virtuali, processori, e continuo ad avere una curiosità quasi ossessiva verso ciò che ancora non conosco.

Quando guardo questo universo dall’alto, lo immagino come una struttura frattale: ogni volta che ti avvicini a qualcosa e pensi di averne raggiunto il limite, scopri che al suo interno esistono altri mondi, altre diramazioni, altre complessità.

È una vertigine delle possibilità.

Naturalmente il rischio è perdersi. E forse la composizione consiste proprio in questo: entrare nel vortice e poi scegliere. Esplorare l’infinito, sapendo che alla fine dovrai rinunciare a quasi tutto per lasciare emergere una forma precisa.

Ma è una vertigine alla quale non potrei mai rinunciare.

Dario e Dardust

Nel tempo Dardust è diventato un’identità creativa riconoscibile, un progetto attraverso cui esplorare una particolare idea di suono e visione. Quale relazione esiste oggi tra Dario Faini e Dardust? È un alter ego, una prospettiva diversa o una parte inseparabile della tua ricerca?

Dardust non è un travestimento e nemmeno un semplice alter ego. È una proiezione necessaria, quasi una lente d’ingrandimento attraverso cui riesco a esprimere quella parte di me che ha bisogno di oltrepassare i confini della forma canzone, della tradizione e, forse, anche della mia identità quotidiana.

Dario e Dardust convivono ormai in un rapporto simbiotico.

Dario è la radice: l’uomo che studia, osserva, vive, attraversa la realtà quotidiana e accumula esperienze. Dardust è la sua estensione, la traiettoria che quella sensibilità assume quando entra nel suono e cerca di spingersi oltre ciò che già conosce.

Per molto tempo forse li ho percepiti come due territori differenti. Oggi molto meno. Più vado avanti, più mi sembra che l’uno abbia bisogno dell’altro: Dardust senza Dario rischierebbe di essere soltanto una costruzione estetica; Dario senza Dardust perderebbe uno degli spazi fondamentali attraverso cui esplorare se stesso.

Sono diventati due movimenti della stessa ricerca: uno radicato nella realtà, l’altro costantemente attratto da ciò che sta oltre.

 

immagine per Dardust. @Alessio Panichi
Dardust. @Alessio Panichi
immagine per Margherita Artoni
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Critica d'arte con esperienza internazionale. Ha collaborato con Flash Art sin dagli esordi della propria attività critica, scrivendo parallelamente per Artribune ed Exibart. Ha diretto gallerie di arte contemporanea in Italia (NEOCHROME Gallery, EDGE Art Space) e negli Stati Uniti (TEAM Gallery, New York), sviluppando una pratica curatoriale e critica focalizzata sulla pittura contemporanea, sui temi della memoria, del corpo e dei sistemi di rappresentazione. Ha lavorato con artisti quali Rashid Johnson, Theaster Gates, Ali Banisadr, Angel Otero, Inka Essenhigh, Laura Owens, Tim Rollins & K.O.S., Mika Tajima, contribuendo anche allo sviluppo di artisti emergenti attivi oggi sulla scena internazionale. Autrice dei testi critici e dei cataloghi delle mostre curate.

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