Nel panorama del collezionismo italiano contemporaneo, Giuseppe Iannaccone occupa una posizione particolare: la sua raccolta, costruita nel tempo attraverso una ricerca rigorosa e personale, mette in dialogo arte del Novecento e contemporaneità attorno a un nucleo centrale preciso — l’essere umano, con le sue fragilità, i desideri e le contraddizioni che lo attraversano.
Il suo sguardo si è definito attraverso opere capaci di conservare una necessità poetica e una forte intensità emotiva, lontano dalle dinamiche delle tendenze passeggere e della pura speculazione.

In questa conversazione Iannaccone riflette sul significato del collezionare oggi, sul rapporto tra emozione e scelta culturale e sulla responsabilità di custodire e condividere l’arte nel tempo.
Se la sua collezione non fosse mai stata vista da nessuno, cambierebbe il suo valore oppure il suo senso è proprio nell’essere vista?
Se la mia collezione non fosse mai stata vista da nessuno, perderebbe una parte essenziale del suo senso, anche se il valore intimo delle opere resterebbe invariato, perché molte di esse sono entrate nella mia vita per ragioni profondamente personali, emotive, quasi necessarie. Tuttavia, ho sempre creduto che l’arte non sia fatta per restare chiusa o per essere vissuta in modo esclusivamente privato: un’opera deve poter essere vista, attraversata, condivisa. Per questo la collezione è in continuo movimento e le opere ruotano costantemente tra lo studio, le mie case, il caveau, le mostre che organizziamo insieme al mio team e i numerosi prestiti museali in Italia e all’estero. Credo infatti che il compito del collezionista non sia trattenere l’arte per sé, ma custodirla e permetterle di continuare a parlare nel tempo e attraverso sguardi sempre diversi.
Qual è la tesi sul contemporaneo che la sua collezione esprime anche senza essere dichiarata?
La tesi implicita della mia collezione è che l’arte contemporanea, come l’arte degli anni Trenta, sia uno strumento straordinario per leggere l’animo umano.
Non mi interessa il contemporaneo come pura novità o come fenomeno di mercato, ma mi interessa quando riesce a raccontare fragilità, identità, solitudini, desideri, contraddizioni sociali e personali.
In questo senso, la mia collezione dice che il cuore dell’arte resta sempre lo stesso: l’uomo, con tutto ciò che lo rende fragile e vivo.
Il collezionista contemporaneo è ancora un osservatore o è diventato un produttore di valore culturale? In quale delle due condizioni si riconosce realmente?
Credo che oggi il collezionista non possa essere solo un osservatore: certamente deve osservare, ascoltare, studiare, ma nel momento in cui sceglie, sostiene, presta, rende visibile, diventa anche un produttore di valore culturale. Io mi riconosco in questa seconda posizione, ma senza presunzione.
Non penso che il collezionista debba sostituirsi al museo o al critico; però può contribuire a far emergere artisti, a costruire dialoghi, a rendere accessibili opere che altrimenti resterebbero invisibili.
Esiste un tipo di opera che la sua collezione non può includere non per limiti esterni, ma per coerenza interna del suo sguardo?
Sì, esistono opere che non potrei includere, non per limiti esterni ma per una questione di coerenza interna della collezione e dello sguardo che la guida. Non mi interessano lavori che percepisco come freddi, puramente decorativi, strategici o troppo legati alle mode del momento.
Anche quando un artista è storicamente importante o molto riconosciuto dal mercato, se nell’opera non trovo quella necessità poetica e quella verità umana che cerco, difficilmente riesco a sentirla vicina alla mia ricerca.
Ho sempre preferito un capolavoro di un artista meno noto a un’opera minore di un nome celebrato, perché ciò che conta davvero, per me, è l’intensità della visione. In fondo, la coerenza di una collezione si costruisce tanto attraverso le opere che si scelgono quanto attraverso quelle a cui si decide di rinunciare.
In quale momento l’emozione smette di essere un impulso privato e diventa un criterio di legittimazione culturale nelle sue scelte?
L’emozione, da sola, non basta: è il primo segnale, l’istante iniziale in cui un’opera riesce a colpirmi, ma poi deve resistere al tempo, allo studio e al confronto. Un lavoro può avere un impatto immediato, certo, ma ciò che conta davvero è la sua capacità di continuare a parlarmi nei giorni, nelle settimane, nei mesi, rivelando ogni volta qualcosa di nuovo.
Quando quell’emozione smette di essere un impulso momentaneo e diventa pensiero, dialogo, necessità, allora può trasformarsi in un vero criterio culturale.
È in quel momento che capisco di non stare semplicemente reagendo a qualcosa che mi piace, ma di trovarmi davanti a un’opera capace di aggiungere senso, profondità e coerenza alla collezione.
La sua collezione è un atto di libertà o un sistema che inevitabilmente la limita? Se dovesse scegliere una sola delle due definizioni, quale sarebbe vera?
Se devo scegliere, direi che la mia collezione è soprattutto un atto di libertà. Naturalmente ogni collezione, con il tempo, costruisce una propria coerenza interna e quindi anche dei limiti, ma non li ho mai vissuti come una costrizione.
Al contrario, credo siano la conseguenza naturale di uno sguardo che si è definito negli anni attraverso studio, sensibilità ed esperienza. Ho sempre scelto di non seguire il mercato né le mode passeggere, restando fedele a una ricerca molto precisa sull’essere umano, sulle sue fragilità e sulle sue contraddizioni.
Ed è proprio questa fedeltà al mio sguardo che considero la forma più autentica di libertà.
C’è un’opera nella sua collezione che contraddice la sua logica complessiva? E se sì, perché ha scelto di non rimuovere o risolvere quella contraddizione?
No, non credo ci sia un’opera che contraddice la logica complessiva della mia collezione. Questo proprio perché, fin dall’inizio, ho costruito la raccolta seguendo un filo conduttore molto preciso e coerente nel tempo. Tutte le opere, pur appartenendo a epoche e linguaggi diversi, sono allineate a una stessa ricerca: quella sull’essere umano.
Come già sottolineato, mi interessa l’arte quando riesce a raccontare l’uomo nelle sue fragilità, nei suoi desideri, nelle sue contraddizioni, senza retorica; ed è questa coerenza poetica che tiene insieme la collezione.
Non cerco la varietà fine a sé stessa, ma un dialogo continuo tra le opere. Per questo, più che contraddizioni, preferisco parlare di sfumature diverse di uno stesso discorso: uno sguardo che resta coerente, anche quando cambia il linguaggio.
Se oggi dovesse ricominciare da zero, con lo stesso sguardo ma senza memoria delle scelte già fatte, cosa non sceglierebbe più?
Se ricominciassi oggi, credo che rifarei lo stesso percorso. La mia collezione si è costruita nel tempo seguendo una sensibilità che si è evoluta, ma non è mai cambiata nella sua direzione.
Più che correggere scelte passate, direi che il mio sguardo si è affinato: oggi riconosco più rapidamente ciò che cerco, ma la ricerca è sempre stata la stessa. Se è capitato di cedere un’opera, è stato solitamente in casi molto specifici, quando apparteneva a un artista già ben rappresentato in collezione.
In questi casi, rinunciare a un lavoro non significa mettere in discussione una scelta, ma piuttosto creare spazio per nuove acquisizioni, spesso per sostenere artisti giovani ed emergenti.
Se un curatore del futuro dovesse leggere la sua collezione come un unico testo, quale interpretazione vorrebbe evitare che emergesse?
Vorrei evitare che la mia collezione fosse letta come una raccolta costruita sul mercato o sui nomi, poiché sarebbe l’interpretazione più lontana dalla verità.
La mia collezione non nasce per dimostrare potere, status o capacità di investimento, ma nasce da una necessità personale e culturale: cercare nell’arte una forma di verità sull’essere umano.
Se un curatore del futuro la leggesse solo come una sequenza di acquisizioni importanti, perderebbe il punto essenziale.
Esiste un’opera — nella sua collezione o incontrata altrove — davanti alla quale il suo sguardo torna “bambino”? Cosa accade in quel momento e in che modo mette in crisi — o conferma — il resto delle sue scelte?
L’opera davanti alla quale il mio sguardo torna bambino è certamente Sirena ferita di Claudio Bonichi, la prima che ho acquistato.
Ogni volta che la guardo torno a quel momento iniziale, quando non avevo ancora una collezione, ma avevo già intuito che un’opera potesse parlarmi in modo profondo.
In quel quadro c’è un’ambiguità che continuo a trovare affascinante: come spesso ripeto, io ho sempre visto il fauno come qualcuno che sta cercando di salvare la sirena, mentre molti critici interpretano la scena come il momento in cui l’ha ferita.
È proprio lì che ho capito qualcosa di fondamentale: un’opera nasce dall’idea dell’artista, ma poi vive nello sguardo di chi la osserva e quella scoperta è rimasta al centro di tutto il mio percorso. Non mette in crisi le mie scelte, anzi le conferma: tutta la collezione nasce da quella prima intuizione.
www.fondazionegiuseppeiannaccone.it – Corso Matteotti 11, 20121 Milano
Critica d'arte con esperienza internazionale. Ha collaborato con Flash Art sin dagli esordi della propria attività critica, scrivendo parallelamente per Artribune ed Exibart. Ha diretto gallerie di arte contemporanea in Italia (NEOCHROME Gallery, EDGE Art Space) e negli Stati Uniti (TEAM Gallery, New York), sviluppando una pratica curatoriale e critica focalizzata sulla pittura contemporanea, sui temi della memoria, del corpo e dei sistemi di rappresentazione. Ha lavorato con artisti quali Rashid Johnson, Theaster Gates, Ali Banisadr, Angel Otero, Inka Essenhigh, Laura Owens, Tim Rollins & K.O.S., Mika Tajima, contribuendo anche allo sviluppo di artisti emergenti attivi oggi sulla scena internazionale. Autrice dei testi critici e dei cataloghi delle mostre curate.
























