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Yu Nishimura, Dislocation a Londra. Pittura come luogo instabile della memoria

di Margherita Artoni

Davanti ai dipinti di Yu Nishimura, presentati da Sadie Coles HQ nella sede di 62 Kingly Street a Londra (in corso sino al 22 agosto 20026), l’immagine sembra emergere da un tempo già iniziato prima dello sguardo. Figure, paesaggi, interni e oggetti appaiono come configurazioni provvisorie attraversate da cancellazioni, revisioni e residui. In Dislocation, la personale dell’artista giapponese, la pittura diventa uno spazio di transizione nel quale memoria, percezione e ricostruzione convivono in una condizione di continua trasformazione.

Yu Nishimura Installation view, Yu Nishimura, Dislocation, Sadie Coles HQ, Kingly Street, 12 June — 22 August 2026. © Yu Nishimura. Courtesy the Artist and Sadie Coles HQ, London. Photo: Katie Morrison

La dislocazione evocata dal titolo riguarda lo spazio, il tempo e la dimensione psicologica dell’esperienza. È il principio attraverso cui Nishimura costruisce l’immagine.

Ogni tela conserva la storia della propria formazione: gesti precedenti rimangono visibili sotto nuovi strati di pigmento, forme cancellate continuano ad agire come presenze latenti, correzioni e ripensamenti entrano nella struttura compositiva. Il dipinto coincide con la sedimentazione di un processo, con il tempo necessario alla sua apparizione.

Questa concezione avvicina Nishimura a una memoria intesa come struttura discontinua.

Walter Benjamin, nei suoi scritti sul rapporto tra storia e immagine, descriveva il passato come una costellazione di frammenti capaci di emergere nel presente attraverso nuove connessioni. Nelle opere di Nishimura il ricordo si manifesta come un campo instabile di apparizioni e sparizioni: l’immagine conserva tracce, assenze e trasformazioni, generando una presenza continuamente rinnovata.

Il paesaggio occupa un ruolo centrale nella mostra senza coincidere con luoghi identificabili.

Gli ambienti di Nishimura appartengono a una geografia della memoria: spazi domestici, scorci urbani e frammenti naturali producono una familiarità difficile da localizzare. Lo sguardo modifica continuamente la propria posizione, avvicinandosi e allontanandosi dall’immagine. La distanza diventa una condizione mobile tra prossimità ed estraneità.

In Quiet Sun (2026), questa tensione raggiunge una particolare intensità.

La superficie pittorica costruisce un ambiente sospeso, dove la luce trattiene il passaggio tra apparizione e dissoluzione. Il titolo introduce una contraddizione silenziosa: il sole, tradizionalmente associato alla rivelazione e alla chiarezza, diventa una presenza attenuata, quasi immobile. Nishimura restituisce la percezione di un istante più che la descrizione di un evento. La pittura diventa una soglia temporale capace di trattenere ciò che sta per svanire.

La nostalgia che attraversa queste immagini nasce dalla distanza tra esperienza e memoria.

Nishimura lavora sulla sensazione di riconoscere qualcosa che conserva una separazione dalla propria origine. Le tonalità terrose, gli ocra e le atmosfere sospese producono un sentimento di familiarità remota: il mondo appare già ricordato mentre viene ancora osservato.

Il mondo interiore che emerge in Dislocation è uno spazio di trasformazione dove fotografie familiari, frammenti del quotidiano e immagini anonime attraversano lo stesso processo pittorico di dissoluzione e ricomposizione.

La memoria individuale incontra forme collettive dell’immaginario, creando un territorio intermedio tra esperienza personale e percezione condivisa.

Flowers by the Window (2026) concentra questa ricerca in una scena apparentemente domestica.

La presenza dei fiori introduce un elemento familiare, mentre la finestra agisce come dispositivo di distanza e connessione tra interno ed esterno. L’opera mette in tensione la quiete dell’intimità con una sottile sensazione di separazione: ciò che appare vicino conserva una componente di lontananza. In questa sospensione Nishimura dialoga idealmente con la pittura di Vilhelm Hammershøi, dove gli interni diventano spazi mentali e la luce costruisce una dimensione psicologica.

Il metodo palinsestico dell’artista porta questa tensione direttamente sulla superficie del quadro.

Strati di pigmento, forme cancellate, correzioni e variazioni prospettiche rimangono visibili come una storia interna dell’immagine. La tela diventa un archivio aperto, capace di conservare tempi differenti senza ricomporli completamente.

La ricerca di Nishimura dialoga con artisti che hanno interrogato la fragilità della rappresentazione.

In Gerhard Richter, la memoria fotografica diventa un punto di partenza per mettere in crisi la certezza dell’immagine; in Marlene Dumas, la figura emerge in una zona instabile tra riconoscibilità e dissoluzione. Nishimura porta questa tensione verso una dimensione più rarefatta, dove il rapporto tra immagine, tempo e percezione diventa il centro della pittura.

Georges Didi-Huberman ha insistito sul carattere temporale dell’immagine, sulla sua capacità di contenere sopravvivenze e ritorni inattesi.

Le tele di Nishimura sembrano costruite su questa possibilità: ogni superficie conserva tracce di tempi diversi che convivono senza fondersi completamente.

La pittura diventa un archivio in movimento, dove il passato continua a modificare il presente.

Anche Arc (2026) manifesta questa condizione. La composizione suggerisce una traiettoria sospesa, una linea che collega punti distanti mantenendone la separazione. L’arco del titolo è insieme una forma spaziale e temporale: un passaggio incompleto tra origine e destinazione. L’opera sintetizza il principio dell’intera mostra, dove ogni immagine esiste nella tensione tra ciò che appare e ciò che rimane fuori campo.

Dislocation rivela una pittura interessata alla fragilità dell’esperienza visiva contemporanea.

In un presente dominato dalla produzione incessante di immagini, Nishimura restituisce alla pittura una zona di lentezza, ambiguità e durata. La sua ricerca riguarda il modo in cui abitiamo immagini instabili, continuamente trasformate dalla memoria e dallo sguardo.

La dislocazione diventa così una forma della percezione stessa: il movimento attraverso cui identità, memoria e immagine rimangono in trasformazione.

immagine per Margherita Artoni
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Critica d'arte con esperienza internazionale. Ha collaborato con Flash Art sin dagli esordi della propria attività critica, scrivendo parallelamente per Artribune ed Exibart. Ha diretto gallerie di arte contemporanea in Italia (NEOCHROME Gallery, EDGE Art Space) e negli Stati Uniti (TEAM Gallery, New York), sviluppando una pratica curatoriale e critica focalizzata sulla pittura contemporanea, sui temi della memoria, del corpo e dei sistemi di rappresentazione. Ha lavorato con artisti quali Rashid Johnson, Theaster Gates, Ali Banisadr, Angel Otero, Inka Essenhigh, Laura Owens, Tim Rollins & K.O.S., Mika Tajima, contribuendo anche allo sviluppo di artisti emergenti attivi oggi sulla scena internazionale. Autrice dei testi critici e dei cataloghi delle mostre curate.

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