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Marlene Dumas, open-end a Palazzo Grassi. Venezia

di Manuela De Leonardis

Ai due estremi ci sono un’immagine e una frase: Kissed (Baciata), un piccolo dipinto ad olio del 2018 con i due “volti-paesaggio” uniti in un bacio, l’unico in tutto il film Una gita in campagna (1936) di Jean Renoir il cui fotogramma ha ispirato Marlene Dumas (Capetown 1953, vive e lavora ad Amsterdam). Nella penultima pagina del catalogo, invece, la citazione di una frase di Orson Welles:

“se volete un lieto fine, questo dipende, ovviamente, da dove interrompete la storia.”

Una possibile traccia per avvicinarsi all’opera di Dumas, autobiografica ma anche intrinsecamente connessa con le fonti letterarie, mitologiche, cinematografiche.

Marlene Dumas. open-end a Palazzo Grassi, Venezia (fino all’8 gennaio 2023) è la prima grande mostra personale in Italia dell’artista sudafricana che ha partecipato a due Biennali di Venezia (nel 1995 nel padiglione olandese con Maria Roosen e Marijke van Warmerdam e nel 2015 nella collettiva All the World’s Futures), un appuntamento irrinunciabile del programma che Pinault Collection dedica da anni ai grandi interpreti dell’arte contemporanea e che per la prima volta è rivolto ad una donna.

L’artista stessa, curatrice dell’esposizione insieme a Caroline Bourgeois, ha scelto personalmente il titolo “open-end” che come ha affermato Bruno Racine, direttore e amministratore delegato di Palazzo Grassi – Punta dellaDogana, “è poetico e malinconico ma anche aperto alla speranza”.

La mostra non è una retrospettiva in senso cronologico, ma un viaggio attraverso momenti diversi che si riflettono nelle oltre 100 opere, tra disegni e dipinti, datate dal 1984 a oggi: da Die Baba (1985) a Birth (2018), passando per Venus & Adonis (2015-2016), Rat (2020), See no Evil (1991), The Particularity of Nakedness (1987), Dora Maar (The Woman Who saw Picasso cry) (2008), Magnetic Fields (for Margaux Hemingway) (2008), Underground (1994-95).

Lavori provenienti, oltre che dalla Pinault Collection da altre collezioni internazionali sia private che pubbliche, tra cui Glenstone Museum di Potomac, Stedelijk Museum di Amsterdam, S.M.A.K. Stedelijk Museum voor Actuele Kunst di Gent, Centraal Museum di Utrecht.

Anche il catalogo (una coedizione Palazzo Grassi – Punta della Dogana/Marsilio Arte) con i testi di Caroline Bourgeois, Elisabeth Lebovici, Ulrich Loock è più vicino alla formula introspettiva del diario: frase dopo frase, immagine dopo immagine.

L’immersione nell’opera pittorica di Dumas, spesso giocata sulla dualità vitalità/morte, erotismo/castità, desiderio/sazietà, rumore/silenzio, colore/bianco e nero, personale/universale, passa per le sue vicende biografiche di artista afrikaaner nata e cresciuta nel Sudafrica dell’apartheid (ha studiato arte alla University of Cape Town per trasferirsi nel ’76 in Olanda, prima ad Haarlem dove ha proseguito gli studi all’Ateliers ’63, poi ad Amsterdam dove vive tuttora) con i suoi amori, le sue emozioni e il suo essere madre, nel 1989, di Helena fonte d’ispirazione e sua principale musa ispiratrice.

Passaggi che si ritrovano nel podcast Una specie di tenerezza. Marlene Dumas fra parole e immagini, scritto per l’occasione da Ivan Carozzi che vede la partecipazione dell’artista con altri ospiti: è fruibile gratuitamente sul sito www.palazzograssi.it, su choramedia.com e sulle principali piattaforme di podcast streaming.

Anche il documentario realizzato per la mostra a Palazzo Grassi porta alla scoperta dell’intimità di Dumas che con generosità ha aperto il suo studio e parlato del proprio processo creativo e del vissuto, con le immagini d’archivio che s’incastonano in quelle contemporanee.

“Per fare arte bisogna essere soli”, afferma parlando del suo modo di dipingere, sempre a fino a notte tarda in uno stato che è “una specie di febbre intossicata”.

Cita, quindi, le persone che per lei sono state importanti, oltre alla figlia Helena ci sono il fratello maggiore Pieter, teologo e attivista della chiesa olandese riformata del Sudafrica; Jan Andriesse (1950-2021), artista, mentore, amante nonché padre di sua figlia e l’amico Hafid Bouazza (1970-2021), scrittore e traduttore di poesie dall’arabo di cui Marlene Dumas ha illustrato il suo Venus & Adonis dal poema di William Shakespeare.

Le loro morti recenti hanno lasciato in lei un profondo malessere e l’elaborazione del lutto attraverso l’arte ha avuto certamente una valenza di grande forza vitale.

Nei ritratti di Dumas e in generale nelle raffigurazioni umane (quando compaiono gli animali, ad esempio il cinghiale, la rana, il cavallo, il topo è in una chiave simbolica o mitologica) i dettagli del corpo sono inquadrati in un close-up che è spesso l’interpretazione di una fotografia o di un ritaglio di giornale: alcune foto e polaroid sono autoriali.

Tra i volti si riconosce quello di Pier Paolo Pasolini, Charles Baudelaire, Jeanne Duval, Oscar Wilde, Jean Genet, James Baldwin, Pedro Almodóvar… Molti fanno parte della serie Great Men, un lavoro in fieri iniziato nel 2014 in occasione della partecipazione dell’artista a Manifesta 10 a San Pietroburgo, come segnale di protesta per la legge contro la “propaganda delle relazioni sessuali non tradizionali” entrata in vigore in Russia nel 2013: realizzare ed esporre 16 ritratti di uomini gay del XIX e XX secolo, alcuni dei quali perseguitati e incriminati, accompagnando ciascuna immagine con note biografiche e una frase commemorativa è stato un atto politico. Del resto sul ruolo dell’arte, Marlene Dumas non nutre certamente dubbi:

“L’arte esiste per aiutarci a vedere di più e non di meno.”

Info mostra

  • Marlene Dumas. open-end
  • A cura di Marlene Dumas e Caroline Bourgeois
  • Palazzo Grassi, Venezia
  • Dal 27 all’8 gennaio 2023
  • www.palazzograssi.it
immagine per Manuela de Leonardis
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Manuela De Leonardis (Roma 1966), storica dell’arte, giornalista e curatrice indipendente. Scrive di fotografia e arti visive sulle pagine culturali de il manifesto (e sui supplementi Alias, Alias Domenica e L’ExtraTerrestre), art a part of cult(ure), Il Fotografo, Exibart. È autrice dei libri A tu per tu con i grandi fotografi - Vol. I (Postcart 2011); A tu per tu con grandi fotografi e videoartisti - Vol. II (Postcart 2012); A tu per tu con gli artisti che usano la fotografia - Vol. III (Postcart 2013); A tu per tu. Fotografi a confronto - Vol. IV (Postcart 2017); Isernia. L’altra memoria (Volturnia Edizioni 2017); Il sangue delle donne. Tracce di rosso sul panno bianco (Postmedia Books 2019); Jack Sal. Chrom/A (Danilo Montanari Editore 2019).
Ha esplorato il rapporto arte/cibo pubblicando Kakushiaji, il gusto nascosto (Gangemi 2008), CAKE. La cultura del dessert tra tradizione Araba e Occidente (Postcart 2013), Taccuino Sannita. Ricette molisane degli anni Venti (Ali&No 2015), Jack Sal. Half Empty/Half Full - Food Culture Ritual (2019) e Ginger House (2019). Dal 2016 è nel comitato scientifico del festival Castelnuovo Fotografia, Castelnuovo di Porto, Roma.

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