Salvatore Pagliuca Archeologo-poeta, fondatore e direttore del Museo Archeologico Nazionale di Muro Lucano

In cucina il camino è acceso, anche se la giornata è primaverile. La tavola è apparecchiata. Salvatore Pagliuca (Muro Lucano, Potenza 1957, dove vive e lavora) solitamente pranza a casa quando non è fuori per lavoro. A cucinare è Franca, sua moglie, architetta. Un piatto di pasta sciuè sciuè, rapido e squisito con i pomodorini pachino saltati in padella al profumo di basilico con un pizzico di peperoncino fresco, per chi vuole. Poi c’è la torta salata di radicchio, speck e scamorza che ha la forma dei petali di una rosa, la frittata di carciofi e i funghi pennelle gratinati al forno con pangrattato, aglio e prezzemolo. La bottiglia del vino (rosso e casareccio) è in tavola, con il tovagliolo di carta annodato al collo. In questo ambiente domestico in cui la tradizione dialoga con il raffinato design inizia la nostra conversazione che prosegue, camminando per il centro storico del paese lucano, per raggiungere – una decina di minuti dopo – il Museo Archeologico diretto da Salvatore (insieme al Parco Archeologico di Grumentum e al Museo dell’Alta Val d’Agri) che ne è stato anche il fondatore. Dal 1991 è presidente anche del Centro Culturale Franco-Italiano di Muro Lucano con il cui supporto ha pubblicato tra gli altri l’opera storico-letteraria Il 1799 a Muro ovvero su di un manoscritto perduto, ritrovato e nuovamente perduto (1999) e il saggio Ceramica Lucana e Meridionale tra ‘700 ed inizi ‘900 nelle collezioni muresi (2010) ed ha organizzato varie mostre come quelle fotografiche 1960. In Lucania con Carlo Levi di Mario Carbone (1993) e Viaggio in Lucania di Henri Cartier-Bresson (1997).

Afferma:

“In questi cinquant’anni è cambiato tutto. L’omologazione culturale di cui Pasolini è stato grande profeta, è palpabile in questo ombelico del mondo che è Muro, dove l’omologazione è stata accentuata ulteriormente dal terremoto e dalla ricostruzione. C’è stato un annullamento della memoria, si buttava di tutto e di più, soprattutto mentalmente. Quando, negli anni ’90, abbiamo realizzato queste due mostre, qui la fotografia era vista solo come strumento per documentare i matrimoni, le prime comunioni, la famiglia. Anche se si trattava di grandi maestri è stata una sfida.”

L’altra sfida che l’archeologo-poeta porta avanti dal 2003 è il progetto di arte/poesia della scalinata di Via Seminario, Le parole sono pietre (titolo che riprende un racconto di viaggio di Carlo Levi), in cui sino ad oggi sono stati coinvolti diciotto artisti internazionali che hanno interpretato le parole di poeti senza tempo: Saffo, Neruda, Tagore, Rilke, Lucrezio, Dante…

Penso che nel mio inconscio abbia voluto dare laicità alla scalinata. Avevo visto delle infiorate collegate a manifestazioni religiose, anche un po’ barocche, eccessive ed esuberanti, evanescenti. Invece, volevo che il segno restasse e, soprattutto, che fosse collegato con la poesia. Ne ho scelte alcune e le ho messe a terra per farle calpestare, togliendole dalle loro torri d’avorio, facendo sì che tutte le persone che passano di là, anche senza comprenderle siano comunque affascinate dalle forme e dai colori. E magari si interroghino sul significato. Dovendo calpestare questo progetto tutte le volte che vi passano devono avere un rapporto tattile, diretto, con l’arte e con la poesia.”

“Mi piace immaginare quello che non c’è.” Vorrei partire da questa frase, che mi hai detto mostrandomi alcuni frammenti di antiche ceramiche che hai raccolto in Basilicata. Questa frase sintetizza sia il tuo essere archeologo che poeta che esplora il dialetto lucano.

“Non so quale sia esattamente la ragione, ma la frammentarietà mi affascina. Fondamentalmente è legata alla professione di archeologo. Soprattutto quando si esplorano le fasi più antiche, preistoria e protostoria, si lavora sui frammenti. L’attuale approccio che la gente ha verso l’archeologia e la storia è quella divulgata da Alberto Angela, nella quale tutto è noto, spiegabile. Lui lo fa anche in maniera professionale ma l’archeologia, e tutto ciò che si occupa di storia antica, lavora con brandelli di storie. La storia, comunque, non è mai una verità in assoluto. Questi brandelli di storie si ricostruiscono, nella maggior parte dei casi, da frammenti, fonti scritte o cultura materiale. Negli scavi non troviamo sempre opere artistiche, per lo più sono oggetti che se studiati e collegati alle conoscenze che si hanno dei materiali, permettono – attraverso la stratigrafia – di ricostruire un’altra storia, sempre parziale. Questo aspetto fascinoso della frammentarietà è legato anche alla mia esperienza personale. Ho iniziato ad avere la passione per l’archeologia, perché con altri ragazzi tra i 14 e i 16 anni formammo un gruppo archeologico. Questo mi spinse, poi, ad iscrivermi a lettere classiche, ma provenendo dal liceo scientifico ho dovuto studiare il greco antico, anche con l’ausilio di un’insegnante privata. Tra gli esami obbligatori c’era la letteratura greca. Quell’anno – era il 1976-77 – ebbi la fortuna che la parte antologica dell’esame di letteratura greca fosse sui lirici greci, Archiloco, Saffo ed altri poeti della fase arcaica greca di cui si conservano solo frammenti di poesie quasi sempre incomplete. Una maggiore poeticità, per me, era data proprio da questa mancanza che portava ad immaginare il testo delle lacune. Questo si collega anche all’aspetto letterario a cui dedico il mio tempo libero, quando posso e ne ho voglia. Anche nel mio essere poeta sono molto breve, le suggestioni vengono appena accennate con degli invisibili puntini.”

Perché proprio la poesia dialettale?

“Il dialetto non è la mia lingua, perché negli anni Sessanta a casa – in una famiglia piccolo-borghese con mio padre impiegato e mia madre ostetrica – c’era l’obbligo di parlare in italiano. Era il periodo del boom economico e dell’omologazione culturale. Mi ha affascinato il dialetto per la sua povertà lessicale rispetto ad una lingua come quella italiana, cresciuta nel tempo e arricchitasi di termini sempre nuovi. Tutte le lingue dialettali sono chiuse in un mondo arcaico di poche parole. Con una parola sola si possono esprimere concetti diversi. La povertà di parole crea l’ambiguità, che a sua volta genera la metafora. La forza del dialetto, come pure della lingua italiana delle origini, di San Francesco e Cavalcanti, sta proprio nella sinteticità, nell’essenzialità, nella capacità di dire più cose.”

Dopo il terremoto dell’Irpina del 1980 decidi di utilizzare il dialetto. Una scelta che non appare casuale…

“L’umanità che subisce un terremoto ha una storia a sé, perché si trova a ricordare un prima e affrontare un dopo. Due momenti scollati. C’è una linea di demarcazione data da un evento di due minuti come quello del terremoto dell’Irpinia e della Basilicata del 23 novembre 1980. Sicuramente l’uso del dialetto è generato da quell’evento, dalla forte emotività conseguente all’urlo della terra. Le situazioni sono radicalmente cambiate, pur vivendo nello stesso posto. Io non mi sono mai spostato da Muro Lucano, perché sono una persona che non si muove moltissimo con i piedi, ma con la testa sì. Ho avuto la fortuna di incontrare tante persone di fuori che sono venute qui, molte sono state ospiti a casa mia. Mi è piaciuto essere come un re greco che accoglie Ulisse e ascolta i racconti della navigazione. Il terremoto è stato anche l’occasione di quegli incontri.”

La poesia può essere considerata, quindi, la tua reazione personale ad un evento così traumatico?

“Sì. Nella mia storia personale c’è stata anche la perdita di mia madre, l’anno precedente al terremoto e prima, nel 1973, quella di mio padre. Quindi, il crollo della casa è stata il crollo fisico dell’abitazione in cui io e i miei fratelli – ho due sorelle e due fratelli – siamo nati, grazie alle mani di un’altra ostetrica, amica di mia madre, che abitava a Castelgrande, un piccolo paese qui vicino. Tutta la nostra esperienza pre-terremoto è stata vissuta in quella casa. Il suo crollo è stata l’ultima tegola che, negli anni, ci è caduta in testa. Tutto questo, certamente, entra nella mia poesia. Ma, probabilmente, vi entrano anche le letture degli anni ’70, che per me sono stati anni di fervore. Leggevo Pasolini e i poeti lucani – Scotellaro, Sinisgalli, Pierro, Riviello – e facevo attività politica nel Partito Comunista. Nell’immediato post-terremoto sono stato un volontario frenetico, divenendo responsabile a 23 anni – dal gennaio al novembre del 1981 – di una delle tre tendopoli allestite nel paese e abitata da circa 1.500 persone. Infatti, nonostante la nostra casa fosse crollata, la mia automobile – che era quella di mio padre – è stata la prima a muoversi per il paese con il megafono. Ricordo che i carabinieri erano ancora storditi, come tutti. La scossa era stata alle 19 e 35,e già alle 21 sulla mia auto c’era il megafono del Partito con cui davamo le prime indicazioni alla popolazione. La solidarietà, il non pensare mai a se stessi, nasce dall’esempio domestico. Anche i miei due figli sono cresciuti in questo clima, che insieme a Franca abbiamo trasmesso con la nostra apertura verso l’esterno. Basta solo pensare che per circa un anno – il 1998 – la nostra casa è stata affollata da profughi curdi, pakistani e bengalesi che facevano capo alla nostra abitazione per cercare di risolvere gli innumerevoli problemi che si presentavano giorno per giorno, per ricevere le telefonate dei parenti dal telefono di casa. Senza che nessuno mi avesse nominato, ero diventato responsabile di un campo profughi voluto a Muro dalla Prefettura di Potenza. Mia figlia Rosetta, la seconda, aveva allora 2 anni ed era diventata la mascotte di tutti. Abbiamo chiamato i nostri figli Ennio e Rosetta, come i miei genitori. In un primo momento i nomi pensati erano Pier Paolo e Cecilia, poi è prevalsa la tradizione che ritengo necessaria perché crea legami tra generazioni, evoca storie in una comunità ristretta, incarna il fluire della vita. Nelle famiglie numerose di una volta, però, il giusto equilibrio era dato dal rispetto dei canoni tradizionali per i primi nati e la possibilità della fantasia, dell’autonomia decisionale, per i successivi. Era quasi una rappresentazione del progresso dell’umanità, dell’evolversi delle arti, della scienza, di quella linea continua che necessita anche di piccoli scarti. I genitori di oggi, condizionati da famiglie più rinsecchite, sono costretti a rimarcare solo il secondo aspetto, la propria autonomia, perdendo quel cordone ombelicale con la comunità.”

Hai citato le letture di Pier Paolo Pasolini, quale è stata la forza del suo messaggio?

“Intanto la laicità, nonostante la forte religiosità intrinseca al suo dire e al suo fare. Pasolini, forse, era più moralista di altri, ma questo moralismo era cristiano nel vero senso della parola. Mi colpì l’articolo su “Il Corriere della Sera” in cui, a proposito degli scontri del ’68 a Valle Giulia, si schierò in maniera provocatoria con i poliziotti, che avevano bastonato gli studenti della facoltà di Architettura, perché erano figli di operai. Poi ci fu una vicenda familiare, anche se lontana, di cui un po’ mi vergogno. Mio nonno omonimo, avvocato di tradizione socialista, fondamentalmente nittiano, anti-fascista – per questa ragione fece anche tre mesi di carcere tra il dicembre del ’22 e il febbraio del ’23 – fondatore e direttore, dopo l’armistizio, di Rinascita (primo giornale antifascista pubblicato dal 1944 al ’47) confluì nella Democrazia Cristiana lucana e venne eletto deputato per due legislature dal 1948 al 1958. Nell’ultima fase della sua attività parlamentare si legò – ahimè – a personaggi quali Leone, Segni, Tambroni, Scelba e nel 1962, presentatosi candidato nel collegio senatoriale di Corleto Perticara, non venne eletto. Casualmente, poco prima delle elezioni era uscito il film L’accattone di Pasolini e il personaggio principale, un malvivente campano protettore di prostitute, si chiamava proprio Salvatore Pagliuca. Mio nonno fece causa, vincendola, e Pasolini e le società Arco Film e Cino del Duca furono costretti al risarcimento dei danni patrimoniali, oltre all’eliminazione del nome dalla colonna sonora del film. La vicenda è citata da Pasolini nella poesia Il poeta delle ceneri, pubblicata postuma da Garzanti nella raccolta Bestemmia.”

Cocktél è la prima raccolta che pubblichi nel 1993 a cui seguono Orto botanico (1997) ed altre, tra cui cor’ šcantàt’ (2008) con il quale sei finalista al Premio Lanciano, fino a Pret’ ianch’ (Pietre bianche) (2010).

“Cocktél è stata una sorta di laboratorio-officina, un luogo dove sperimentavo la lingua usando l’inglese, l’italiano e il dialetto e le mescolavo in maniera ironica. Dopo questa raccolta ho pubblicato Orto botanico, con una nota introduttiva di Giorgio Bàrberi Squarotti. Nel volume l’uso del dialetto diviene prevalente: ogni poesia ha una sua parte principale in dialetto – la traduzione in italiano è a piè di pagina – e un proseguimento tra parentesi in italiano. Non c’è un reale legame tra le due parti, ma la diglossia indaga ed unisce una doppia suggestione. Nel 2008 è uscito un mio canzoniere d’amore titolato cor’ šcantat’ (stupido cuore spaventato), raccolta avviata qualche anno prima e completata in occasione del matrimonio di mia sorella Maria Grazia. Il volume è stato il mio regalo di nozze, divenendo la bomboniera per gli invitati. Con cor’ šcantat’, con cui ho inaugurato la mia piena adesione al dialetto, mi son fatto conoscere dalla critica letteraria e nel 2009 sono stato invitato a Roma per una presentazione del volume. Ispirandomi ad un’opera di Franco Marcoaldi, nel 2010 ho poi dato alle stampe Pret’ ianch’, un poemetto teatrale a due voci in cui è presente il dialogo a distanza tra un padre ed un figlio, attraverso il ritrovamento del diario di guerra paterno. Nel 2012, nelle edizioni della milanese Dot.Com Press, nella collana Le Voci della luna – Poesia è uscita, infine, l’antologica sulla mia produzione poetica con una sezione dedicata agli inediti. Lengh’ r’ terr’ (Lingua di terra), questo il titolo dell’antologica, è stato presentato in anteprima a Bologna nell’aprile dello stesso anno e poi a Potenza, Roma e Muro Lucano.”

Tra le tue passioni c’è il giardinaggio con una predilezione per le piante grasse, soprattutto i cactus…

“Mi piacciono le piante grasse perché sono austere e parsimoniose. Non sono amate per i colori, ma per la loro essenzialità, rugosità e asprezza che è anche un po’ quella della mia lingua. Sì, c’è un rapporto diretto tra l’asprezza della lingua e queste piante spinose che hanno bisogno di poco.”

Un passo indietro all’archeologia. Dicevi che è una passione che nasce da adolescente, quando formasti un gruppo archeologico…

“Sono stato tra i fondatori del gruppo archeologico lucano e conoscemmo Dinu Adameșteanu (1913-2004), fondatore e padre dell’Archeologia in Basilicata. Era una persona squisita e un grande archeologo arcinoto nel mondo accademico che, però, ci accoglieva con grande umanità e cordialità – noi ragazzetti inesperti – a Potenza, nella sua stanza da Soprintendente. Questo incontro fu importante, ma in particolare, penso che l’archeologia sia legata al mio fare con la terra. La mia nonna materna era una contadina, ricordo le sue mani sempre ruvide con cui raccoglieva insalata, zappava. Sì, credo che sia proprio questo aspetto fisico, il rapporto delle mani con la terra, la ragione principale del mio interesse per l’archeologia. Anche quando faccio giardinaggio non uso mai i guanti, a costo di rovinarmi le mani. Comunque, dopo aver studiato all’Università di Salerno ebbi la fortuna di iniziare subito a lavorare. Ho fatto tantissima ricerca e attività di indagine archeologica a partire dal 1980, proprio poco prima del terremoto. Il primo anno fu soprattutto dedicato alla ricognizione e alla mappatura del territorio. Ma il primo vero scavo in cui fui impegnato non si è mai completato. Il 21 novembre, che era di venerdì, è stato l’ultimo giorno di scavo. Avremmo dovuto completarlo, ma la domenica 23 arrivò il terremoto e lo scavo è rimasto da allora sospeso.”

Una delle scoperte più sensazionali della Basilicata, che hai definito “un’isola felice per l’archeologia” è la Tomba n. 35. Gli scavi sono stati effettuati nel 2012 sotto la tua responsabilità di cantiere e scientifica…

“La scoperta di questa eccezionale sepoltura nel centro moderno di Baragiano risale al 1996. Sulla base di una segnalazione, effettuai un sopralluogo in un’area periferica di quel centro urbano, nei pressi di una chiesetta settecentesca. Era un pomeriggio d’inverno, il 27 febbraio. Rinvenni, all’esterno dell’edificio, in un terreno di proprietà privata, frammenti di ceramica attica a figure nere e la calotta in bronzo di un elmo affiorante. Il giorno successivo avviammo l’indagine archeologica che proseguì per tre giorni, fino al 1° marzo (era un anno bisestile) accompagnati da condizioni climatiche proibitive con temperature sotto lo zero e nevicate. Quello che si presentava ai nostri occhi, a fine scavo, era parte di una tomba principesca della metà del VI sec. a.C. con il suo incredibile corredo costituito da contenitori in ceramica e metallici di produzione indigena, greca continentale, greca coloniale ed etrusca, oltre ad oggetti metallici relativi alla bardatura di due cavalli. Portammo alla luce, dunque, solo parte della sepoltura poiché un’area, altrettanto estesa, si sviluppava sotto le fondazioni della chiesetta a quell’epoca pericolante per i danni subiti dal sisma dell’’80. Gli oggetti del corredo recuperati furono trasferiti a Potenza, perché a Muro Lucano allora non esisteva un adeguato laboratorio di restauro e il museo era ancora in fase progettuale. L’indagine poté riprendere a distanza di 16 anni, nel 2012, quando furono completati i lavori di restauro strutturali della chiesa e prima che si procedesse alla sua pavimentazione. Il risultato corrispose alle aspettative evidenziando la parte residuale della struttura funeraria con lo scheletro del principe in posizione rannicchiata, le sue armi di produzione greca poste frontalmente: uno scudo ed un cinturone decorati a sbalzo, sette punte di lance, una spada con guardamani rivestito in avorio, un lungo coltello, un secondo elmo in bronzo di tipo corinzio, oltre che due grandi anfore attiche (produzioni ateniesi) a figure nere che ho attribuito a due grandi maestri della ceramografia attica della metà del VI sec.a.C., Lydos ed una personalità artistica della cerchia di Exekias. Infine, disposti alle spalle dello scheletro, c’erano 12 lunghi spiedi in ferro, utilizzati durante il banchetto funebre, alla cui punta si conservavano ossa di ovini. Un altro aspetto evidenziato dallo scavo del 2012 è dato dalla monumentalità della struttura funeraria, caratterizzata da dimensioni eccezionali (3×4,80 metri) rispetto a quanto è noto in Basilicata per la fase arcaica. Sono stati, poi, rinvenuti i resti di un grande tumulo che ricopriva la fossa e tracce di una cassa lignea (2×3 metri) posta all’interno della fossa a contenere sia l’inumato che il suo corredo. Inoltre, l’indagine archeologica nelle adiacenze della tomba ci mostra l’assoluta assenza di altre sepolture o di strutture abitative, anche nei secoli successivi quando la collina di Baragiano sarà occupata da nuove popolazioni. Questo significa che vi è una sorta di area di rispetto intorno alla struttura funeraria, peraltro visibile grazie al tumulo, ed una memoria che la preserva. Solo la costruzione della chiesa vìola la sacralità del luogo dopo 22 secoli, occupando quel punto della collina simbolicamente forte, ove si domina – con un senso di vertigine – la vallata sottostante. I muri di sotto-fondazione della chiesa, però, miracolosamente intaccheranno solo il tumulo, sfiorando di 2 o 3 centimetri le parti più alte del corredo.”

 “Questa tomba è strettamente legata alla mia vita professionale.” – hai affermato – “E’ come se io avessi cercato questa tomba e questa tomba avesse cercato me”…

“La scoperta iniziale della tomba – nel ’96 – arrivò a corollario di anni di intensa ricerca sul sito antico di Baragiano, a partire dal 1983. Furono individuate necropoli, tratti dell’abitato, strutture murarie difensive relative alle diverse fasi storiche che contraddistinguono l’antica regione: età del Ferro (VIII-VII sec.a.C.), arcaismo (VII-inizi V sec.a.C) e periodo classico-ellenistico (V-III sec.a.C.). Due anni prima, nel ’94, portammo alla luce, sotto il poggio della tomba 35, i resti di un palazzo arcaico, probabile residenza del nostro principe. Anche in questo caso l’intervento non fu programmato, ma dovuto ad una segnalazione di resti affioranti di mattoni crudi sulla spalla di una stradina rurale. E come se la casualità gradualmente ci avesse portato a quell’obiettivo. Coincideva quel periodo con l’inizio di difficili relazioni nell’ambito del mio Ufficio, di frustrazioni che si conclusero dopo qualche anno quando divenni direttore del Museo di Muro Lucano e responsabile territorialmente della tutela archeologica. Ebbi così, tra le altre cose, la possibilità di riprendere il discorso dove era stato interrotto, completare il lavoro sospeso, dare unitarietà ad un prima ed un dopo.”

Accennavi all’ipotesi di legame di questo principe locale con Dioniso e al tema del doppio…

“Sto per concludere la pubblicazione scientifica di questa sepoltura principesca – ho dovuto attendere la complessa e lunga fase di restauro dei materiali e le relazioni relative alle analisi dei materiali organici rinvenuti nella tomba – e, in termini di ipotesi, credo che molti elementi presenti nel contesto funerario rinviino ad un qualche legame del personaggio seppellito con il dionisismo. La cautela è d’obbligo. I dati archeologici ci dicono che in Magna Grecia prime tracce di questo culto le ritroviamo a partire dal V sec.a.C., per poi essere più diffuse nel IV e nel III sec. a.C., ed a Baragiano siamo in un contesto indigeno in un momento piuttosto precoce rispetto ai dati noti. Ritengo, però, che oltre alla piena adesione del nostro principe ai costumi delle aristocrazie greche attraverso la ritualità del simposio, siano presenti nella tomba evidenti segni che richiamano la figura di Dioniso. La sua rappresentazione è posta nel vaso più grande e importante del banchetto, l’anfora di Lydos, dove l’iconografia dei due pannelli fissa i due momenti dell’epifania della divinità e dell’ebbrezza conseguente all’invasamento dei satiri e delle menadi dopo essersi identificati con Dioniso. Il dio appare nuovamente rappresentato con la sua corte su una delle coppe attiche del corredo. La decorazione a sbalzo del cinturone raffigura due protomi (teste) di pantera alle estremità, oltre a teste di capro, animali sacri a Dioniso. Il servizio di coppe attiche a figure nere è costituito da coppie gemelle di esemplari di diversa forma. La stessa anfora, generalmente unica nel corredo, qui è doppia. E due sono le grandi olle indigene, due i bacili bronzei etruschi, due gli elmi. Anche gli spiedi che ritroviamo in numero di tre o di sei nelle tombe più importanti sono qui presenti in numero di 12 disposti su due file da sei. Se dopo si analizzano le iconografie dei vasi attici ritroviamo il vecchio seduto contrapposto, sull’altra faccia, al giovane seduto; su una coppa “a occhioni” il fiore di loto eretto contrapposto a quello appassito o nel grande coperchio di lekane la superficie quadripartita con la doppia scena di Eracle che uccide il leone nemeo alternato alla immagine di una quadriga. Insomma, abbiamo tutti gli elementi per una discussione storica che si aprirà con l’edizione della tomba 35. O tutto ciò è frutto del mio sdoppiamento – a tavola, di sera – e delle riflessioni in compagnia di un buon bicchiere di vino?”

Muro Lucano (PZ), 4 aprile 2016.

Manuela De Leonardis

Manuela De Leonardis

Manuela De Leonardis (Roma 1966), laureata in Storia dell’Arte Contemporanea è giornalista e curatrice indipendente, scrive dal 2004 di arti visive su il manifesto/Alias e Exibart; dal 2009 su art a part of cult(ure). Con Postcart ha pubblicato le raccolte di interviste A tu per tu con i grandi fotografi - Vol. I (2011), A tu per tu con i grandi fotografi e videoartisti – Vol. II (2012); A tu per tu con gli artisti che usano la fotografia – Vol. III (2013); A tu per tu – Fotografi a confronto – Vol. IV (2017) ed è ideatrice e curatrice di Cake. La cultura del dessert tra tradizione Araba e Occidente (2013), progetto non-profit a sostegno di Bait al Karama Women Center di Nablus (Palestina). E’ autrice del libro di gastronomia storica Taccuino Sannita. Ricette molisane degli anni Venti (ali&no editrice 2015). Insieme a Gabriele Venditti ha curato Isernia. L’altra memoria – Dall’archivio privato della famiglia De Leonardis alla Biblioteca comunale “Michele Romano” (Volturnia 2017) e La Storia di Isernia del Garrucci illustrata da Cesare De Leonardis (Volturnia 2018). Con il supporto della Fondazione Pasquale Battista ha pubblicato il libro Il sangue delle donne. Tracce di rosso sul panno bianco (Postmedia 2019).

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