«Più si cucina una ricetta, più questa diventa parte di noi stessi», scrive Asako Yuzuki nel suo romanzo Butter (2017). La ricetta diventa parte di noi, certamente, ma mantiene comunque quel suo carattere sociale di patrimonio che appartiene alla collettività, memoria e cultura di un territorio, essenza di un un’identità nel sistema più complesso di pratiche individuali e di gruppo, riti sacri e profani, convivialità, nonché politiche della resistenza.
Il cibo, infatti, è anche un potente strumento di resistenza pacifica nell’attestare l’esistenza di un popolo e del suo stato, come la Palestina (Striscia di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est), soprattutto dopo il 7 ottobre 2023.
Tra i ricettari di cucina palestinese usciti negli ultimi dieci anni troviamo Zaitoun. Recipes and Stories from the Palestinian Kitchen (2018) di Yasmin Khan (pubblicato anche in italiano da Guido Tommasi Editore nel 2019), Bethlem. Beautiful Resistance Recipes (2018) di Abdelfattah Abusrour, Falastin: A Cookbook (2020) di Sami Tamimi e Tara Wigley, Craving Palestine Cookbook (2020) di Lama Bazzari, Farrah Abuasad e Fadi Kattan, Dine in Palestine: An Authentic Taste of Palestine in 60 Recipes from My Family to Your Table (2022) di Heifa Odeh e in lingua italiana Pop Palestine. Viaggio nella cucina popolare palestinese di Fidaa Abuhamdiya e Silvia Chiarantini (Meltemi, 2024).

Sono, poi, numerose le artiste e gli artisti (palestinesi e non) che portano avanti coerentemente il loro messaggio politico attraverso performance, video, fotografie ricorrendo al cibo per sollecitare l’urgenza di focalizzare l’attenzione sulla Palestina e sul suo popolo.
Una questione ancora più urgente con il genocidio perpetrato da Israele a Gaza, come denunciano molte organizzazioni umanitarie tra cui Amnesty International, con le migliaia di vittime civili (oltre 21mila sono bambine e bambini), l’affamare la popolazione, l’impedimento dell’arrivo di aiuti umanitari, lo sfollamento forzato e lo sfollamento forzato.
Autore di A House with a Date Palm will never starve (in italiano Una casa con una palma da datteri non soffrirà mai la fame, antico proverbio della Mesopotamia), pubblicato nel 2019, l’artista e attivista americano Michael Rakowitz (la cui famiglia materna è di origine ebraico-irachena) porta avanti dal 2006 il progetto The invisible enemy should not exist, utilizzando anche il cibo.
Nel caso di questo ricettario nato nell’ambito del suo progetto per il quarto plinto di Trafalgar Square, l’opera da lui realizzata nel 2018 ricostruendo con oltre 10mila lattine di sciroppo di datteri iracheni la maestosa effige della divinità del Lamassu (distrutta dall’Isis a Ninive nel 2015) sono stati coinvolti 41 chef internazionali nella creazione di piatti a base di sciroppo di datteri, prelibatezza mediorientale.
Tra loro la palestinese Reem Kassis, celebre autrice di The Palestinian Table (2017) è presente con diverse ricette, tra cui Teta Asma’s tabbouleh in cui precisa, però, che non si tratta affatto di un’insalata tipica di tabbouleh. «Le sue origini risalgono al ripieno che mia nonna usava per le sue foglie di vite vegetariane. Lei lo preferiva alla versione tradizionale di tabbouleh che è composta principalmente da prezzemolo con un po’ di bulgur fino», scrive Kassis.
Per il condimento, oltre allo sciroppo di dattero, sono elencati olio d’oliva, succo di limone, melassa di melagrano, pepe nero, peperoncino, cumino, maggiorana e un pizzico di sale.
Protagonista di numerose performance socio-culinarie, Michael Rakowitz il 12 ottobre 2024 ha curato con l’amica di lunga data, l’artista palestinese Emily Jacir, la cena performativa That thou canst not stir a flower Without troubling of a star (Non puoi cogliere un fiore senza disturbare una stella, verso della poesia- inno all’interconnessione universale The Mistress of Vision di Francis Thompson) commissionata e curata da LOCALE, La Città dell’Utopia, Roma.

Un incontro conviviale in occasione dell’anniversario dell’assassinio per mano del Mossad dello scrittore palestinese Wael Zuaiter, rappresentante di al-Fatah e portavoce dal ’68 dell’OLP in Italia, avvenuta proprio a Roma il 16 ottobre 1972.
Il cibo, quindi, come elemento di quella «conversazione polifonica» in cui «intrecciando i fili del tempo» sono state condivise storie da non dimenticare, tra memoria e poesia.
Il menu prevedeva come antipasto Wael’s peanut butter hummus, la ricetta originale dell’intellettuale assassinato dove l’hummus è preparato con il burro di arachidi al posto della tahina che all’epoca non era facile trovare in Italia. A seguire insalata all’Amba, Mhasha irachena e per concludere due dolci tipici della cucina mediorientale, knafeh e ma’mul.


Anche per la 16a edizione dei March Meeting, organizzata intorno al tema Tawashujat (parola araba che si riferisce all’intreccio, unione o incontro di pensieri e idee) dalla Sharjah Art Foundation nella capitale dell’emirato, nel marzo 2024, uno speciale menu – dai bocconcini al fieno greco (hilbeh) di Nablus e Jenin alla zalabia e al mutabbaq di Betlemme e Hebron – ha accompagnato la performance Food in Law (Diritto Alimentare) di Shaima Hamad, artista visiva e performativa di Ramallah con una laurea in giurisprudenza.
Tradizione non è solo cucinare, vuol dire anche coltivare e, soprattutto, avere cura della memoria della terra attraverso la salvaguardia delle antiche varietà di semi e la protezione della biodiversità, obiettivo dell’artista e ambientalista palestinese Vivien Sansour, fondatrice nel 2014, nel villaggio di Battir in Cisgiordania, del Palestine Heirloom Seed Library (Biblioteca dei semi tradizionali della Palestina).
Quattro anni dopo, con l’artista e designer Ayed Arafah, ha dato vita anche a Traveling Kitchen, una cucina smontabile che entra nel bagagliaio di un’automobile, luogo d’inclusione e dispositivo sociale, come spiega la stessa Vivien Sansour.
«La cucina itinerante è proprio come un seme. Funge da catalizzatore per stimolare un dialogo sul nostro patrimonio biologico e spinge le persone a riflettere più a fondo sulle loro storie personali e sul loro rapporto con ciò che mangiano», allo stesso modo del ricettario della mamma di Mirna Bamieh, sintesi di memoria personale e collettiva.
Nel video Nafas Immi: In the kitchen with Mama (2023), diretto dall’artista e girato da Marta Wot, attraverso il linguaggio degli ingredienti e la gestualità della preparazione dei waraq inab (involtini di foglie di vite), Bamieh conversa con la madre nella sua cucina a Ramallah. Sul filo dei ricordi la memoria attesta il suo immenso valore di archivio dinamico, nonché gesto politico di resistenza.

La memoria, però, non è mai infallibile e talvolta può anche generare malintesi, come nel caso dei falafel, uno degli alimenti mediorientali più popolari, di cui è stata messa in discussione l’origine.
Per questo l’artista palestinese Larissa Sansour nell’opera video/performance Falafel Road (2010), realizzata insieme all’israeliana Oreet Ashery, si è posta la fatidica domanda: «Israele ha rubato il falafel ai palestinesi?».
Nella loro «indagine sull’appropriazione e l’eliminazione intenzionale e sistematica della storia culturale palestinese da parte dello Stato di Israele», le due artiste hanno affrontato il tema del colonialismo culturale che riguarda quella travagliata area geografica.
Una storia che riguarda il falafel, ma anche l’hummus o lo zathar, la miscela di sesamo, timo e sommacco che unita all’olio d’oliva si usa per condire la squisita focaccia palestinese (maneesh).
Manuela De Leonardis (Roma 1966), storica dell’arte, giornalista e curatrice indipendente. Scrive di fotografia e arti visive sulle pagine culturali de il manifesto (e sui supplementi Alias, Alias Domenica e L’ExtraTerrestre), art a part of cult(ure), Il Fotografo, Exibart. È autrice dei libri A tu per tu con i grandi fotografi - Vol. I (Postcart 2011); A tu per tu con grandi fotografi e videoartisti - Vol. II (Postcart 2012); A tu per tu con gli artisti che usano la fotografia - Vol. III (Postcart 2013); A tu per tu. Fotografi a confronto - Vol. IV (Postcart 2017); Isernia. L’altra memoria (Volturnia Edizioni 2017); Il sangue delle donne. Tracce di rosso sul panno bianco (Postmedia Books 2019); Jack Sal. Chrom/A (Danilo Montanari Editore 2019).
Ha esplorato il rapporto arte/cibo pubblicando Kakushiaji, il gusto nascosto (Gangemi 2008), CAKE. La cultura del dessert tra tradizione Araba e Occidente (Postcart 2013), Taccuino Sannita. Ricette molisane degli anni Venti (Ali&No 2015), Jack Sal. Half Empty/Half Full - Food Culture Ritual (2019) e Ginger House (2019). Dal 2016 è nel comitato scientifico del festival Castelnuovo Fotografia, Castelnuovo di Porto, Roma.
- Manuela De Leonardis
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