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Maria Lai. Essere è tessere al Museo Madre di Napoli

«La natura percettiva di Maria Lai non si rispecchia in un abbandono di pittura esercitato esclusivamente sul tessuto cromatico: allieva a Venezia di Arturo Martini, grafica consumata e scattante fin dai suoi esordi nella prima personale alla Galleria “L’Obelisco” nel 1957, esperta nella ceramica, nell’intaglio, nella più nobile fattura del prodotto artigiano – eseguito sempre di slancio come un appassionato atto di umiltà verso l’arte minore della sua terra, come a ritrovare una ragione manuale e funzionale per l’arte maggiore mai trascurata – il suo fare presenta di momento in momento notevoli oscillazioni tra pittura e grafia, tra abbandono di tavolozza e ipotesi di pittura appoggiata a un coraggioso sperimentalismo, ma sempre tenendo presente il cosa dire, l’area della sua ispirazione», scrive Marcello Venturoli nella sua appassionante presentazione nel catalogo della mostra di Maria Lai (Ulassai 1919-Cardedu 2013) alla Galleria Schneider di Roma (1-23 giugno 1971).

In occasione di quella che, allora, era l’ottava mostra personale dell’artista sarda – la prima, nel ’53, era stata a Cagliari presso Gli amici del libro, esattamente cinque anni dopo la collettiva di Palazzo Grassi a Venezia – venivano presentati i suoi iconici telai, assemblaggi di materiali poveri (tra cui legno, spago, chiodi) che sono di fatto l’eredità visuale del segno dei suoi primi disegni a matita nella loro evoluzione tridimensionale.

La mostra alla Galleria Schneider e il rapporto con il critico d’arte Marcello Venturoli rappresentano proprio un punto cardine dell’esposizione Maria Lai. Essere è tessere, curata da Mónica Amor e Carlos Basualdo e realizzata in collaborazione con l’Archivio e la Fondazione Maria Lai al Museo Madre-Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee di Napoli (posticipata al 12 ottobre 2026), in cui sono esposti anche alcuni pezzi del ’71 come Telaio in sole e mare, Finestra sul telaio e Spazio e Telaio.

«Molti anni dopo Maria Lai ritrova, evidentemente, un catalogo di quella mostra» – spiega Eva Fabbris, direttrice del Madre, indicando l’opera inedita Senza titolo (1992) costituita da 25 elementi – «e in ognuno di questi collage inserisce dei pezzettini strappati di pagina. È come se continuasse a ripensare i telai che sono per lei l’origine di un pensiero astratto, di equilibrio, poesia.»

immagine per exhibition view Maria Lai. Essere è tessere - Senza Titolo (Mare Muro, Per Ille), 1984 (ph Manuela De Leonardis)
Exhibition view Maria Lai. Essere è tessere – Senza Titolo (Mare Muro, Per Ille), 1984 (ph Manuela De Leonardis)
immagine per exhibition view Maria Lai. Essere è tessere - Senza Titolo, 1992 (part.)(ph Manuela De Leonardis)
Exhibition view Maria Lai. Essere è tessereSenza Titolo, 1992 (part.)(ph Manuela De Leonardis)

Allestita al terzo piano del museo, con il supporto curatoriale di Giulia Brandinelli e accompagnata da un nutrito programma educativo, Maria Lai. Essere è tessere raccoglie circa 200 opere in un percorso cronologico e tematico (il catalogo è pubblicato da Lenz Press) in continuità con una programmazione che in questi ultimi anni ha dato visibilità anche ad altre due straordinarie figure femminili dell’arte contemporanea, la giapponese-americana Kazuko Miyamoto (2023) e Tomaso Binga (2025).

Durante numerosi viaggi di ricerca in Sardegna, presso le due istituzioni ufficiali dedicate alla tutela, allo studio e alla valorizzazione dell’opera dell’artista, l’Archivio e Fondazione Maria Lai di cui è presidente la nipote Maria Sofia Pisu, visitando anche collezioni private e istituzionali, i curatori Amor e Basualdo hanno ripercorso l’iter artistico di Lai attraverso le tappe significative che l’hanno portata a riformulare nel tempo il proprio linguaggio, sempre con estremo rigore ma anche costante curiosità e desiderio di sperimentazione.

Nei bellissimi disegni a matita su carta velina della fine degli anni Cinquanta, nella sua essenzialità il segno restituisce soprattutto corpi femminili immersi nella ritualità del quotidiano (raccolti nel volume A Matita. Disegni di Maria Lai dal 1941 al 1985 pubblicato nel 1988) per trasformarsi in filo.

Il filo delle Tele Cucite (1974-76), dei Libri Cuciti (a partire dal 1978), delle Lavagne (1980), delle Geografie con le mappe e le costellazioni immaginarie (anni ‘80), delle Caprette Cucite (1992) sul muro di cemento all’ingresso di Ulassai, dello spartito Senza Titolo (Mare Muro, Per Ille) (1984) per la performance della soprano Hillegonda Brinkman in arte Ille Strazza, e anche quello celeste delle pezze di tela jeans di Legarsi alla Montagna, l’evento che l’8 settembre 1981 coinvolse l’intera comunità ulassese, immortalato nel reportage fotografico di Piero Berengo Gardin.

«Una poesia, fatta di parole, può essere un monumento, perché non anche fatta con un nastro?», si era chiesta l’artista.

Ripercorrere questi momenti significativi attraverso i lavori di Maria Lai, in un certo senso vuol dire lasciarsi prendere per mano dall’artista, che in Sguardo Opera Pensiero. L’arte visiva strumento di pensiero (2004) scrive: «L’opera d’arte è un mutuo gioco tra visione e pensiero: ciascuno anima e illumina l’altro in un’unica esperienza».

immagine per Manuela de Leonardis
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Manuela De Leonardis (Roma 1966), storica dell’arte, giornalista e curatrice indipendente. Scrive di fotografia e arti visive sulle pagine culturali de il manifesto (e sui supplementi Alias, Alias Domenica e L’ExtraTerrestre), art a part of cult(ure), Il Fotografo, Exibart. È autrice dei libri A tu per tu con i grandi fotografi - Vol. I (Postcart 2011); A tu per tu con grandi fotografi e videoartisti - Vol. II (Postcart 2012); A tu per tu con gli artisti che usano la fotografia - Vol. III (Postcart 2013); A tu per tu. Fotografi a confronto - Vol. IV (Postcart 2017); Isernia. L’altra memoria (Volturnia Edizioni 2017); Il sangue delle donne. Tracce di rosso sul panno bianco (Postmedia Books 2019); Jack Sal. Chrom/A (Danilo Montanari Editore 2019).
Ha esplorato il rapporto arte/cibo pubblicando Kakushiaji, il gusto nascosto (Gangemi 2008), CAKE. La cultura del dessert tra tradizione Araba e Occidente (Postcart 2013), Taccuino Sannita. Ricette molisane degli anni Venti (Ali&No 2015), Jack Sal. Half Empty/Half Full - Food Culture Ritual (2019) e Ginger House (2019). Dal 2016 è nel comitato scientifico del festival Castelnuovo Fotografia, Castelnuovo di Porto, Roma.

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