Huma Bhabha. The Company

Il paesaggio in cui ci conduce Huma Bhabha (è nata nel 1962 a Karachi, Pakistan; vive e lavora a Poughkeepsie, New York) è in un certo senso umano, ma potrebbe essere anche disumano. Non necessariamente in un’accezione negativa, semmai nel senso di qualcosa che non conserva più nulla di umano ed è potenzialmente straordinario, perché (appunto) fuori dall’ordinario.

In ogni caso in The Company (titolo della prima mostra personale a Roma, da Gagosian, dell’artista pakistana) si parla di posizioni estreme che contengono riferimenti alla fragilità, alle tensioni, ai conflitti. Insomma, alle contraddizioni dell’essere umano e della società che si è costruito, sia che appartenga al passato remoto che alla fantascienza. 

Una realtà descritta metaforicamente come “lotteria dell’esistenza” che oscilla tra dimensione reale e sogno, balzata fuori in parte dalla metabolizzazione delle parole di Jorge Luís Borges nel racconto breve (simbolico e allegorico) La lotteria a Babilonia (1941) (è inserito nella raccolta Finzioni del 1955) in cui Bhabha trova come chiave dialettica il caso, il caos e la memoria. 

Partiamo dalla memoria: nel 1983-84 Huma Bhabha soggiorna a Roma: ai tempi è una studentessa ventiduenne della Rhode Island School of Design e, uscendo da Palazzo Cenci, assorbe con lo sguardo il palinsesto dei monumenti della città, la storia e la mitologia.

Di quel periodo ricorda la sensazione dell’aver respirato l’antico in ogni angolo, lasciando che quelle visioni si sedimentassero dentro di sé. “Sono tornata a Roma solo molti anni dopo e ho ricercato quello che avevo visto allora e che aveva influenzato la direzione del mio lavoro.” – spiega l’artista – “Sono principalmente una scultrice figurativa e faccio disegni figurativi che esplorano aspetti emozionali. Non c’è la rappresentazione di qualcosa in particolare. Sono immagini che nascono dalla mia mente, ma esprimono una presenza emotiva forte, frutto della mia esperienza visiva.” 

In un’opera come Prophet and Loss (2019) con le due grandi mani (Bhabha le definisce “mani del gigante”) realizzate utilizzando argilla, l’armatura di filo metallico, poliestere, colore acrilico, juta, seme e legno, il passato – l’antico – è una citazione quasi evidente. Come non collegare quelle mani ai frammenti monumentali della statuaria romana, ad esempio quelli del colosso di Costantino in Campidoglio di cui solo la mano destra con l’indice alzato misura 166 centimetri? 

L’esaltazione emotiva prevale sull’oggettività anche nella serie di disegni a inchiostro, acrilico, oil stick, collage (il titolo è sempre Untitled, 2019) di forte matrice espressionista. 

Anche il legame tra forma e materiale è significativo: una combinazione di materiali molto diversi tra loro, alcune volte trovati e assemblati, soprattutto nelle sculture totemiche (ecco entrare in scena il caso) in cui, tuttavia, talvolta può affiorare la loro identità che, in altri casi, è celata sotto altri strati di materia rimodellata dalle mani dell’artista. 

In Beyond the River (2019) e nelle altre opere scultoree i “personaggi”, ognuno caratterizzato dalla propria personalità, vestigia di un’umanità in trasformazione, sono collegati l’uno con l’altro a formare una sorta di processione. Nel viaggiare insieme, accomunati da legami di diversa natura, sono figure che esprimono anche la stretta relazione tra tridimensionalità della scultura e bidimensionalità del disegno. 

“Realizzo i disegni nello stesso momento in cui faccio le sculture. Alcune volte, durante il processo di realizzazione delle sculture, in un momento in cui i materiali devono asciugarsi, lavoro ai disegni. Disegno e scultura sono trattati come un corpus unico. Lavorandoci mi sono resa conto che le sculture influenzano i disegni. Ma anche le sculture, soprattutto quelle totemiche, contengono molti disegni nei volti, alcune volte nel lato posteriore.

Faccio il disegno, lo ricopro e ci disegno sopra nuovamente.” Un processo di sovrapposizione che accompagna la teatralità dell’opera di Huma Bhabha che, in particolare, in The Company è in dialogo anche con lo spazio. “Non volevo semplicemente disporre le opere in maniera sparsa. Ho percepito la drammaticità dello spazio e l’ho voluto considerare come un palcoscenico. Infatti, nel lavoro che appare in una chiave performativa, collegata anche all’idea del racconto, sono presenti elementi teatrali.” 

Info mostra:

Manuela De Leonardis

Manuela De Leonardis

Manuela De Leonardis (Roma 1966), storica dell’arte, giornalista e curatrice indipendente. Scrive di fotografia e arti visive sulle pagine culturali de il manifesto (e sui supplementi Alias, Alias Domenica e L’ExtraTerrestre), art a part of cult(ure), Il Fotografo, Exibart. È autrice dei libri A tu per tu con i grandi fotografi - Vol. I (Postcart 2011); A tu per tu con grandi fotografi e videoartisti - Vol. II (Postcart 2012); A tu per tu con gli artisti che usano la fotografia - Vol. III (Postcart 2013); A tu per tu. Fotografi a confronto - Vol. IV (Postcart 2017); Isernia. L’altra memoria (Volturnia Edizioni 2017); Il sangue delle donne. Tracce di rosso sul panno bianco (Postmedia Books 2019); Jack Sal. Chrom/A (Danilo Montanari Editore 2019).
Ha esplorato il rapporto arte/cibo pubblicando Kakushiaji, il gusto nascosto (Gangemi 2008), CAKE. La cultura del dessert tra tradizione Araba e Occidente (Postcart 2013), Taccuino Sannita. Ricette molisane degli anni Venti (Ali&No 2015), Jack Sal. Half Empty/Half Full - Food Culture Ritual (2019) e Ginger House (2019). Dal 2016 è nel comitato scientifico del festival Castelnuovo Fotografia, Castelnuovo di Porto, Roma.

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