«Negli anni della mia formazione, sin da quando ero molto giovane, ho avuto la fortuna di seguire mio zio (l’artista e storico dell’arte Paul Saville – ndR) che teneva corsi di storia dell’arte in diverse città italiane, tra cui Mantova, Ferrara, Firenze e soprattutto Venezia. Quindi, la mia introduzione all’arte non viene dal contemporaneo né dall’arte moderna, piuttosto dalla pittura antica italiana che è figurativa», afferma Jenny Saville (Cambridge 1970, vive e lavora a Oxford) — membro del gruppo dei Young British Artists — in occasione della mostra Jenny Saville a Ca’ Pesaro, curata da Elisabetta Barisoni (dirigente Area Musei, responsabile di Ca’ Pesaro e Museo Fortuny), organizzata da Fondazione Musei Civici di Venezia con il supporto di Gagosian e la media partnership de Il Giornale dell’Arte nella sede di Ca’ Pesaro – Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Venezia (fino al 22 novembre).


L’esposizione, prima mostra personale a Venezia della pittrice inglese che nel 2003 ha partecipato alla 50a Biennale di Venezia, è anche un’importante anticipazione del fitto palinsesto della 61a Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia che apre al pubblico il prossimo 9 maggio.
«Con il mio stile figurativo ero completamente fuori dai trend dominanti del periodo, ma nonostante ciò ho mantenuto questa mia impostazione.», spiega l’artista ripercorrendo i momenti significativi del suo iter creativo che l’ha vista soggiornare più volte nel Belpaese, soprattutto a Venezia e Palermo, evidenziati nelle sale del Museo da opere seminali dei suoi esordi come Propped (1992) e Hybrid (1997), per arrivare alle altrettanto monumentali e recentissime Danaë e Venus and Adonis (entrambe del 2026), due grandiosi omaggi a Tiziano in cui Saville, nel ribaltare l’iconografia tradizionale interpretata dal pittore veneto, conferisce potere alle figure femminili mitologiche che incarnano aspetti diversi della consapevolezza.
Questa celebrazione della pittura attraverso il corpo umano ha inizio con Propped, l’autoritratto in cui Jenny Saville ha ribaltato il concetto stereotipato di raffigurazione della bellezza femminile, sedendo nuda su un alto sgabello davanti allo specchio in una prospettiva deformante dal basso verso l’alto e guardando l’osservatore.
Come è noto, la grande tela presenta sullo sfondo una frase (scritta al contrario) tratta dal saggio When Our Lips Speak Together della filosofa e psicanalista femminista Luce Irigaray: «if we continue to speak in this sameness — speak as men have spoken for centuries, we will fail each other again» (se continuiamo a parlare in questo modo — a parlare come gli uomini hanno fatto per secoli, ci deluderemo a vicenda ancora una volta).
Un manifesto della poetica stessa dell’artista che con quest’opera realizzata come tesi di laurea alla Glasgow School of Art, nel ’92, attirò l’attenzione del collezionista Charles Saatchi che la acquistò per includerla nella celebre mostra Sensation: Young British Artists from the Saatchi Gallery (1997) alla Royal Academy of Art di Londra, trampolino di lancio per Saville insieme a Damien Hirst e, tra gli altri artisti e artiste, Sarah Lucas e Tracey Emin.
Altre opere di grande forza sono potentissimi ritratti come Reverse (2002-2003), Rosetta II (2005-2006) e i coloratissimi Drift (2020-2022) e Gaze (2021-2024), in cui è percepibile la vibrazione della pittura, accanto a Aleppo (2017-2018), Byzantium (2018) e la serie delle Pietà, sia disegnate con carboncino e pastello che dipinte ad olio.


Tra i suoi «compagni di viaggio» l’artista cita Tiziano, Velasquez, Bacon, Picasso, Tintoretto, Giorgione, Michelangelo e anche Cy Twombly e Willem de Kooning.
«Dipingere un quadro è creare una superficie unica, autentica. Quando si dipinge si fa un viaggio con la pittura, i colori, le singole pennellate. È un viaggio come quello del nostro corpo nell’esistenza, con i segni della nostra vita impressi sui volti e sui corpi. È inutile resistere alle innovazioni del futuro, quello che possiamo fare è continuare a fare quello che facciamo. Sono sempre stata appassionata a ciò che faccio, ma ora penso che sia davvero importante continuare a farlo.», afferma infine Saville riferendosi all’utilizzo sempre più diffuso dell’IA anche in campo artistico.
Continuare a dipingere, allora, non può che essere un autentico atto politico.

Informazioni Jenny Saville a Ca’ Pesaro
- a cura di Elisabetta Barisoni
- fino al 22 novembre 2026
- Ca’ Pesaro – Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Venezia
Santa Croce 2076, 30135 Venezia
capesaro.visitmuve.it
call center: 848082000 (dall’Italia); +39 041 42730892 (only from abroad).
Il servizio è attivo dal lunedì al venerdì con orario dalle 9:00 alle 16:00, il sabato e la domenica dalle 9.00 alle 13.00.
email: prenotazionivenezia@coopculture.it
Manuela De Leonardis (Roma 1966), storica dell’arte, giornalista e curatrice indipendente. Scrive di fotografia e arti visive sulle pagine culturali de il manifesto (e sui supplementi Alias, Alias Domenica e L’ExtraTerrestre), art a part of cult(ure), Il Fotografo, Exibart. È autrice dei libri A tu per tu con i grandi fotografi - Vol. I (Postcart 2011); A tu per tu con grandi fotografi e videoartisti - Vol. II (Postcart 2012); A tu per tu con gli artisti che usano la fotografia - Vol. III (Postcart 2013); A tu per tu. Fotografi a confronto - Vol. IV (Postcart 2017); Isernia. L’altra memoria (Volturnia Edizioni 2017); Il sangue delle donne. Tracce di rosso sul panno bianco (Postmedia Books 2019); Jack Sal. Chrom/A (Danilo Montanari Editore 2019).
Ha esplorato il rapporto arte/cibo pubblicando Kakushiaji, il gusto nascosto (Gangemi 2008), CAKE. La cultura del dessert tra tradizione Araba e Occidente (Postcart 2013), Taccuino Sannita. Ricette molisane degli anni Venti (Ali&No 2015), Jack Sal. Half Empty/Half Full - Food Culture Ritual (2019) e Ginger House (2019). Dal 2016 è nel comitato scientifico del festival Castelnuovo Fotografia, Castelnuovo di Porto, Roma.













