Sultan bin Fahad. Frequency

Roma, 22 ottobre 2020. Il richiamo alla preghiera (adhān), il suono di uno strumento musicale (organo), le voci dei fedeli: tre elementi che si rincorrono, esaltandosi nell’abbraccio corale con cui l’essere umano invoca il divino, indipendentemente dal credo religioso.

L’intero apparato è articolato e complesso, prevede rituali scanditi nella parentesi spazio/temporale in cui si colloca inevitabilmente anche l’anelito alla spiritualità. Un aspetto della ricerca quest’ultimo che, tuttavia, si è sempre svincolato dalla costrizione delle regole, rivelando l’esigenza del singolo nel mettersi all’ascolto della sua stessa interiorità.

Partendo da questa riflessione, Sultan bin Fahad (Riyadh 1971, vive e lavora a Los Angeles) ha realizzato le sei installazioni di Frequency, la sua prima mostra personale in Italia organizzata dalla Fondazione Alda Fendi – Esperimenti nello spazio espositivo Rhinoceros, ristrutturato da Jean Nouvel e inaugurato nel 2018 a Roma nell’area del Foro Boario (fino al 10 Dicembre).

Inizialmente indirizzato alla pittura astratta, praticata quasi come forma di meditazione, l’artista saudita che ha una formazione in Business Administration Management (messa da parte dal 2005 quando ha deciso di seguire l’impulso creativo) ha successivamete ridefinito il proprio linguaggio in un ambito più concettuale.

In particolare, l’assemblaggio e l’impiego di oggetti del passato e del presente, estrapolati dal quotidiano e associati al video e alla fotografia rappresentano la forma più adatta per dar forma al suo pensiero, creando un percorso che diventa più intenso attraverso la componente sensoriale. Il profumo dell’incenso, evocativo di un oriente immaginifico e allo stesso tempo reale, le voci delle preghiere, le note musicali, il gioco di luci e ombre con cui l’osservatore è accompagnato nel suggestivo percorso introspettivo, sottolineano la sacralità del momento.

“Il viaggio che racconto è il viaggio verso il luogo del cuore, il tempio dei sentimenti più profondi”, afferma Sultan bin Fahad. Essendo musulmano la sua ricerca di spiritualità viene orientata verso le città sante dell’Islam, Mecca e Medina dove ha girato dei brevi video che interagiscono con oggetti differenti collezionati nel tempo: grate d’ottone dei divisori degli ambienti sacri (Confessional), marmi (If stone could speak), pietre che recano antiche iscrizioni epigrafiche (Been there), ciotole (The Verse of the Throne).

Alla gestualità del rito, in particolare, rimandano le due installazioni Possession e The Verse of the Throne. La prima coglie la religiosità delle donne presso la tomba di Maometto a Medina attraverso le mani alzate proiettate sui teli bianchi: mani che accompagnano le parole nell’invocare il divino. Quanto alla seconda è tutta costruita intorno all’Āyat al-Kursī o verso del Trono, il più famoso del Corano, con le sei ciotole poggiate sul marmo bianco (scanalato per far scorrere l’acqua delle abluzioni che si fanno prima di entrare scalzi nella moschea) su cui sono incisi i versetti sacri che portano conforto al fedele.

Il versetto codifica il rapporto diretto con il Divino anche quando diventa una linea grafica luminosa circolare che si ripete all’infinito nel buio della parete di fondo, ipnotica quanto apotropaica. Sintonizzarsi sulla frequenza della spiritualità è un processo che l’artista traduce simbolicamente anche attraverso l’uso del bianco e nero, non colori che sono la somma o la sottrazione di tutti gli altri.

Non è casuale che Sultan bin Fahad scelga di chiudere questo percorso proprio con The White Noise, dove il cubo nero (forma evidentemente iconica) contiene il “rumore bianco”, sintesi tecnologica di suoni e immagini destrutturate, aritmiche, inquiete che rendono l’esperienza ancora più immersiva.

La coralità di quelle voci e di quelle immagini che provengono dalla memoria dei momenti più espliciti della pratica del culto, supera la contingenza. Il viaggio procede in una direzione più universale, perché il singolo individuo possa cercare (e forse trovare) la giusta frequenza. 

Info mostra:

  • Sultan bin Fahad. Frequency
  • Prorogata al 10 febbraio 2021
  • Rhinoceros gallery, Roma
  • Organizzazione Fondazione Alda Fendi – Esperimenti e Athr Gallery, Jeddah
  • Testo in catalogo di Francesca Pietracci
  • rhinocerosgallery.com
  • info@rhinocerosgallery.com
Manuela De Leonardis

Manuela De Leonardis

Manuela De Leonardis (Roma 1966), storica dell’arte, giornalista e curatrice indipendente. Scrive di fotografia e arti visive sulle pagine culturali de il manifesto (e sui supplementi Alias, Alias Domenica e L’ExtraTerrestre), art a part of cult(ure), Il Fotografo, Exibart. È autrice dei libri A tu per tu con i grandi fotografi - Vol. I (Postcart 2011); A tu per tu con grandi fotografi e videoartisti - Vol. II (Postcart 2012); A tu per tu con gli artisti che usano la fotografia - Vol. III (Postcart 2013); A tu per tu. Fotografi a confronto - Vol. IV (Postcart 2017); Isernia. L’altra memoria (Volturnia Edizioni 2017); Il sangue delle donne. Tracce di rosso sul panno bianco (Postmedia Books 2019); Jack Sal. Chrom/A (Danilo Montanari Editore 2019).
Ha esplorato il rapporto arte/cibo pubblicando Kakushiaji, il gusto nascosto (Gangemi 2008), CAKE. La cultura del dessert tra tradizione Araba e Occidente (Postcart 2013), Taccuino Sannita. Ricette molisane degli anni Venti (Ali&No 2015), Jack Sal. Half Empty/Half Full - Food Culture Ritual (2019) e Ginger House (2019). Dal 2016 è nel comitato scientifico del festival Castelnuovo Fotografia, Castelnuovo di Porto, Roma.

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