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Time Fold di Daniel Arsham da Perrotin: l’archeologia come alibi

C’è un momento, entrando in una mostra di Daniel Arsham, in cui la sospensione dell’incredulità si trasforma da dispositivo estetico in strumento critico. In Time Fold, la personale presentata da Perrotin nella sede di Claridge’s e in corso fino all’8 agosto 2026, quel passaggio emerge con particolare evidenza: l’esposizione consolida un linguaggio fondato sull’erosione e sulla trasformazione degli oggetti in reperti immaginari, mentre apre per la prima volta l’archivio dell’artista con cinque disegni realizzati tra il 2007 e il 2010.

Questi lavori rivelano come il vocabolario della dissoluzione fosse già definito quasi vent’anni fa, prima della sua affermazione come grammatica scultorea globale e come estetica pienamente integrata nel sistema del lusso.

Arsham definisce la propria ricerca attraverso la nozione di archeologia fittizia, collocandola in una genealogia che attraversa Robert Smithson e i calchi di Pompei: forme private della presenza, tracce lasciate da ciò che è scomparso. In Smithson l’entropia era un processo materiale e irreversibile.

immagine per Daniel ArshamBust of Athena Discovered in the Jungle, 2024 Acrylic on canvas panel 121.9 x 147.3 x 5.7 cm | 48 x 58 x 2.25 inches Photo: Guillaume Ziccarelli Courtesy of the artist and Perrotin
Daniel Arsham Bust of Athena Discovered in the Jungle, 2024 Acrylic on canvas panel 121.9 x 147.3 x 5.7 cm | 48 x 58 x 2.25 inches Photo: Guillaume Ziccarelli. Courtesy of the artist and Perrotin
immagine per Daniel Arsham Bronze Eroded Bust of Pericles, 2021 199 x 107 x 97 cm | 78 3/8 x 42 1/8 x 38 3/16 inches Courtesy of the artist and Perrotin
Daniel Arsham Bronze Eroded Bust of Pericles, 2021 199 x 107 x 97 cm | 78 3/8 x 42 1/8 x 38 3/16 inches. Courtesy of the artist and Perrotin
immagine per Daniel Arsham Portrait Bust of Duke Nemours and Floating Geometry, 2007 Gouache on mylar 37.1 x 29.2 cm | 14.6 x 11.5 inches Courtesy of the artist and Perrotin
Daniel Arsham Portrait Bust of Duke Nemours and Floating Geometry, 2007 Gouache on mylar 37.1 x 29.2 cm | 14.6 x 11.5 inches Courtesy of the artist and Perrotin

In Entropy and the New Monuments (Artforum, giugno 1966), l’artista osservava la perdita energetica come condizione inevitabile; nel 1967, con A Tour of the Monuments of Passaic, New Jersey (Artforum, dicembre 1967), elaborava il concetto di “ruins in reverse”, strutture che sembravano contenere la propria rovina fin dalla nascita.

L’erosione di Arsham appartiene a una temporalità diversa: selenite, gesso e ossido di rame diventano strumenti per materializzare un’immagine del decadimento.

La rovina viene fissata in una condizione permanente, sottratta al consumo della materia. Il Grey Selenite Eroded Bust of Zeus (2019) conserva il momento della trasformazione come forma conclusa.

Il Bronze Eroded Bust of Pericles (2021), collocato nella lobby del Claridge’s, porta questa logica alla massima visibilità: la statuaria classica diventa una superficie riflettente dove autorità, memoria e prestigio continuano a circolare.

Più complessa è la serie dedicata agli oggetti della cultura pop: la Ash and Pyrite Eroded Pentax 6×7 75mm Camera e il Grey Selenite Eroded Space Odyssey Movie Poster.

Arsham trasforma icone culturali in reperti di un futuro immaginario. Il procedimento richiama un ready-made duchampiano trasferito in una dimensione archeologica: l’oggetto viene sottratto al presente per essere restituito come testimonianza di un passato ipotetico.

La forza dell’operazione coincide con il suo limite: la metafora dell’erosione, estremamente efficace, tende a diventare un sistema autosufficiente.

Il confronto con alcune pratiche affini chiarisce la posizione di Arsham. Damien Hirst, in Treasures from the Wreck of the Unbelievable (2017), costruisce una mitologia artificiale attraverso un dispositivo spettacolare che espone apertamente il proprio artificio. Arsham lavora attraverso una dimensione contemplativa e museale.

Mark Dion, con Tate Thames Dig (1999), utilizza l’archeologia come campo di incertezza e negoziazione del sapere; Arsham assegna agli oggetti una narrazione già definita. Rachel Whiteread, attraverso opere come House (1993), rende visibile un’assenza concreta; Arsham costruisce una memoria artificiale della presenza.

Il nucleo più significativo di Time Fold emerge nelle opere realizzate in sabbia. Qui la materia introduce instabilità, fragilità, possibilità di perdita. La superficie minerale lascia spazio a una condizione vulnerabile, nella quale il tempo torna ad agire.

La stessa intensità appartiene ai cinque disegni d’archivio — gouache su mylar come Apollo Belvedere; Geometry in Collapse e Portrait Bust of Duke Nemours and Floating Geometry — perché restituiscono una fase precedente alla piena codificazione del linguaggio scultoreo.

Time Fold è una mostra di grande controllo formale e rigorosa coerenza visiva. La scelta del Claridge’s partecipa al significato dell’operazione: la rovina viene collocata all’interno di uno spazio consacrato alla conservazione del prestigio, trasformandosi in immagine della durata.

Il progetto curatoriale propone passato e futuro come dimensioni simultanee. La teoria della rovina ha però mostrato quanto questa categoria rimanga instabile. Brian Dillon, curatore di Ruin Lust alla Tate Britain, scriveva nel catalogo della mostra (Tate Publishing, 2014) come il concetto stesso di rovina perda compattezza quando viene assunto come categoria definitiva.

La tensione centrale di Time Fold riguarda la capacità della metafora di conservare la propria forza critica dopo essere diventata un linguaggio riconoscibile.

Quando l’archeologia fittizia smette di interrogare il tempo e diventa una sua estetizzazione? Le opere in sabbia indicano una possibile direzione: il ritorno della materia alla vulnerabilità. La sfida per Arsham sarà trasformare la rovina da immagine del tempo in esperienza del tempo.

immagine per Margherita Artoni
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Critica d'arte con esperienza internazionale. Ha collaborato con Flash Art sin dagli esordi della propria attività critica, scrivendo parallelamente per Artribune ed Exibart. Ha diretto gallerie di arte contemporanea in Italia (NEOCHROME Gallery, EDGE Art Space) e negli Stati Uniti (TEAM Gallery, New York), sviluppando una pratica curatoriale e critica focalizzata sulla pittura contemporanea, sui temi della memoria, del corpo e dei sistemi di rappresentazione. Ha lavorato con artisti quali Rashid Johnson, Theaster Gates, Ali Banisadr, Angel Otero, Inka Essenhigh, Laura Owens, Tim Rollins & K.O.S., Mika Tajima, contribuendo anche allo sviluppo di artista emergemti ettivi oggi sulla scena internazionale. Autrice dei testi critici e dei cataloghi delle mostre curate.

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