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Joseph Yaeger. Il pervertimento del ricordo. Da Gladstone Gallery a New York

di Margherita Artoni

Ci sono immagini che riconosciamo prima ancora di sapere dove le abbiamo viste. La loro familiarità precede l’identificazione; sembrano appartenere a un archivio comune e, nello stesso tempo, sfuggire a qualsiasi origine verificabile. È dentro questa frizione che Joseph Yaeger costruisce Agita, la sua prima mostra da Gladstone Gallery, a New York, fino al 31 ottobre 2026.

immagine per Installation view, Joseph Yaeger: Agita, Gladstone, New York, 2026. © Joseph Yaeger Courtesy of the artist, Modern Art and Gladstone Photography by Anthony Flores
Installation view, Joseph Yaeger: Agita, Gladstone, New York, 2026. © Joseph Yaeger
Courtesy of the artist, Modern Art and Gladstone
Photography by Anthony Flores

Il progetto comprende nuovi dipinti e una pubblicazione omonima, concepita come precedente strutturale dell’esposizione: un testo confessionale e deliberatamente inaffidabile, attraversato da falsificazioni, identificazioni errate e dagli scarti fra incontro e ricordo.

Il tema più preciso di Yaeger (Helena, Montana, USA, 1986; vive e lavora a Londra) è il pervertimento del ricordo: il momento in cui ciò che abbiamo visto viene contaminato da ciò che desideriamo aver visto.

Ricordare significa deviare, spostare un dettaglio, attribuire a un volto un’emozione successiva, alterare la temperatura di una scena. La memoria ricrea l’immagine secondo ciò che siamo diventati nel frattempo. Il ricordo diventa così una forma di desiderio.

Le immagini di Yaeger provengono dal cinema, dalla fotografia e dalla cultura visiva condivisa. Entrando nella sfera privata, perdono progressivamente la neutralità della fonte. La provenienza si allontana mentre cresce la sensazione di familiarità.

L’immagine acquista forza proprio nel momento in cui la sua origine diventa incerta. John Berger ha scritto: “The relation between what we see and what we know is never settled.”

In Agita, questa distanza assume una consistenza pittorica. Susan Sontag definiva le fotografie “inexhaustible invitations to deduction, speculation, and fantasy”. Yaeger porta questa condizione nella pittura, trasformando l’immagine in un campo di ipotesi, associazioni e ricordi apocrifi.

Be that as it may (2025), l’opera identificata dalla galleria, è un acquerello su lino preparato a gesso, di 189,9 × 120 centimetri. Il titolo introduce una formula di sospensione, quasi una resa davanti all’incertezza: la superficie appare attraversata da strati nebulosi, come se l’immagine entrasse e uscisse continuamente dalla messa a fuoco.

immagine per Joseph Yaeger Be that as it may, JKJb Watercolor on gessoed linen gc H/c x cg E/c inches (Eha.a x EJK cm) © Joseph Yaeger Courtesy the artist, Modern Art and Gladstone Photography by Modern Art
Joseph Yaeger
Be that as it may, JKJb
Watercolor on gessoed linen
gc H/c x cg E/c inches (Eha.a x EJK cm)
© Joseph Yaeger
Courtesy the artist, Modern Art and Gladstone Photography by Modern Art

Una simile instabilità attraversa anche The peripheral defines the field (2025), dove è ciò che resta ai margini a determinare la percezione dell’intera scena, e Everything is measured by after (2025), in cui il “dopo” diventa la misura attraverso cui l’immagine viene ricordata e trasformata.

immagine per Joseph Yaeger The peripheral defines the field, JKJb Watercolor and studio debris on gessoed linen bE H/h x HH b/h inches (EHK.b x hb.c cm) © Joseph Yaeger Courtesy the artist, Modern Art and Gladstone Photography by Modern Art
Joseph Yaeger
The peripheral defines the field, JKJb Watercolor and studio debris on gessoed linen bE H/h x HH b/h inches (EHK.b x hb.c cm)
© Joseph Yaeger
Courtesy the artist, Modern Art and Gladstone Photography by Modern Art
immagine per Joseph Yaeger Everything is measured by after, JKJb Watercolor on gessoed linen gc H/c x cg E/c inches (Eha.a x EJK cm) © Joseph Yaeger Courtesy the artist, Modern Art and Gladstone Photography by Modern Art
Joseph Yaeger
Everything is measured by after, JKJb Watercolor on gessoed linen
gc H/c x cg E/c inches (Eha.a x EJK cm)
© Joseph Yaeger
Courtesy the artist, Modern Art and Gladstone Photography by Modern Art

Nei tre dipinti, la pittura non restituisce dunque un’immagine integra, ma il suo residuo: ciò che permane dopo la visione, ciò che sfugge al centro e ciò che la memoria, inevitabilmente, ricompone.

La materia rende visibile questa instabilità. Il gesso accumula tempo; l’acquerello vi appare come una pelle sottile, esposta all’assorbimento e alla dissolvenza.

Yaeger ha descritto i propri dipinti come “graveyards and construction and renewal at once”: luoghi di sedimentazione, cancellazione e riattivazione. La superficie diventa così una memoria fisica, capace di conservare attraverso la trasformazione.

Il confronto con Cindy Sherman chiarisce la genealogia cinematografica di questo procedimento.

Nei Untitled Film Stills, una fotografia può evocare un film inesistente e attivare nello spettatore una storia già pronta a prendere forma.

Gerhard Richter ha invece fatto dell’incertezza fotografica una condizione della pittura, portando sfocatura, transitorietà e perdita di definizione dentro il quadro.

Yaeger sposta entrambe le questioni verso una dimensione più intima: che cosa accade a un’immagine quando cominciamo a ricordarla? L’artista definisce il proprio procedimento una “de-cinematising of the image”.

La pittura sottrae l’immagine alla riconoscibilità immediata e la libera dalla precisione narrativa del cinema. La fonte resta come traccia, mentre la pittura costruisce un altro regime temporale: più lento, più ambiguo, aperto alla proiezione dello spettatore.

Qui prende forma il pervertimento del ricordo. L’immagine viene modificata dall’intimità di chi la guarda. Il desiderio può avvicinare un volto, rendere una scena più erotica, intensificare una minaccia, aggiungere nostalgia a un’atmosfera.

Ciò che rimane nella memoria coincide progressivamente con ciò che abbiamo avuto bisogno di vedere. La struttura di Agita radicalizza questa idea: la scrittura precede la pittura e la pubblicazione viene presentata come un testo confessionale e inaffidabile.

L’immagine nasce dunque dentro una doppia instabilità: una narrazione esposta alla falsificazione e una pittura sottratta alla certezza della fonte. Ogni riconoscimento produce uno scarto; ogni tentativo di identificazione coinvolge la memoria personale.

La fonte perde centralità e l’esperienza dello spettatore acquista peso. Yaeger osserva così il momento in cui il passato cambia natura: l’immagine si separa dalla propria origine, entra nella memoria e viene riscritta dal desiderio. Il ricordo prende il posto dell’immagine quando la sua origine comincia a svanire.

immagine per Margherita Artoni
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Critica d'arte con esperienza internazionale. Ha collaborato con Flash Art sin dagli esordi della propria attività critica, scrivendo parallelamente per Artribune ed Exibart. Ha diretto gallerie di arte contemporanea in Italia (NEOCHROME Gallery, EDGE Art Space) e negli Stati Uniti (TEAM Gallery, New York), sviluppando una pratica curatoriale e critica focalizzata sulla pittura contemporanea, sui temi della memoria, del corpo e dei sistemi di rappresentazione. Ha lavorato con artisti quali Rashid Johnson, Theaster Gates, Ali Banisadr, Angel Otero, Inka Essenhigh, Laura Owens, Tim Rollins & K.O.S., Mika Tajima, contribuendo anche allo sviluppo di artisti emergenti attivi oggi sulla scena internazionale. Autrice dei testi critici e dei cataloghi delle mostre curate.

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