La gerarchia si perverte in se stessa quando diventa forma. Finché il potere coincide con una figura che ordina e con un corpo che obbedisce, conserva una dimensione riconoscibile, quasi teatrale. Il passaggio decisivo avviene quando l’autorità si trasferisce nei dispositivi attraverso cui un mondo viene organizzato: il monumento, il linguaggio, la scala, l’immagine. È questo il movimento che Tala Madani mette sotto pressione in Control X, mostra presentata da David Kordansky Gallery a Los Angeles fino al 24 ottobre 2026, dove pittura e animazione seguono la trasformazione del controllo da comando a struttura, da relazione a ambiente.
Le Mountain Portraits aprono questa traiettoria. Il ritratto, genere fondato sulla delimitazione di una singolarità, incontra figure la cui scala eccede quella del corpo. Il soggetto si dilata fino a diventare montagna, rilievo, territorio.

L’individuo viene tradotto in paesaggio e la sua importanza assume l’apparenza di qualcosa che precede la storia. La grandezza diventa una delle immagini elementari dell’autorità: ciò che domina lo sguardo può apparire inevitabile, persino naturale. Il sublime romantico riemerge dentro una pittura che ne conserva l’artificio.
La massa monumentale è composta da segni minuti; la pennellata restituisce alla superficie ciò che la scala tende a cancellare. Una singolarità viene così trasformata in presenza dominante.
Young Monuments e Young Monument with Piss trasferiscono la questione nel linguaggio della memoria pubblica. Il monumento promette durata, elevazione, consacrazione; la materia corporea lo riconduce alla contingenza.
In Young Monument with Piss, monumentalità e deiezione occupano lo stesso spazio simbolico. La profanazione rende visibile il rituale che sostiene ogni consacrazione: elevare e degradare modificano il valore di un corpo attraverso la sua posizione nello spazio sociale.
Qui Madani intercetta la genealogia del grottesco di Mike Kelley e Paul McCarthy, dove il corpo sabotato espone la violenza incorporata nei rituali culturali. Il monumento porta in sé la possibilità della propria controimmagine.
Con Creation Cleaner il problema entra nella storia dell’arte. Creare e ripulire diventano operazioni contigue, legate alla selezione di ciò che viene conservato, esposto e reso canonico. Cancellare significa intervenire sulla memoria.

La pulizia assume così una dimensione politica: stabilisce ciò che rimane visibile e ciò che viene espulso dal campo. La critica del segno di Barbara Kruger offre una precedente attenzione alle strutture attraverso cui il valore viene prodotto; Madani trasferisce questa dinamica sul terreno del corpo, trasformando il linguaggio in materia narrativa.
Human Alphabet e soprattutto Alphabet City spostano il conflitto nel campo del codice. Le lettere, sottratte ai libri, acquisiscono autonomia, costruiscono il proprio ambiente e finiscono per governare gli esseri umani.

L’alfabeto, dispositivo nato per rendere il mondo leggibile, diventa un agente capace di organizzarne gli abitanti. Gli uomini apprendono dalle lettere e, attraverso quel sistema, imparano a disporsi gerarchicamente. Il codice diventa una macchina di riproduzione sociale.
È qui che la mostra incontra con maggiore precisione Michel Foucault: il potere raggiunge una forma strutturale quando diventa produttivo, generando comportamenti, categorie, soggetti. In Alphabet City l’autorità non necessita più di un centro visibile. È incorporata nel sistema e ripetuta da chi lo abita. Dipinti, disegni e fotografie vengono trasformati in un ambiente mobile, accompagnato dal suono di Nathaniel Mellors.

Sarah Lehrer-Graiwer ha individuato nella pratica di Madani una tensione fra humour e violenza, attrazione e perturbazione. In Alphabet City il comico impedisce alla favola di ridursi a una morale univoca: una lettera può essere simultaneamente segno, corpo, padrone e vittima.
La relazione con William Kentridge emerge nella mobilità fra disegno, fotografia, pittura e animazione. Il passaggio da un medium all’altro rende visibile il carattere processuale dell’immagine: ogni trasformazione modifica anche le regole attraverso cui essa viene letta. La cancellazione diventa una forma di scrittura; il linguaggio acquista consistenza plastica.
Modern Sun introduce infine la questione del centro. Il sole è una figura archetipica di centralità: orienta, distribuisce la luce, stabilisce un punto attorno al quale il mondo sembra organizzarsi.
Madani lavora sulla costruzione e sull’instabilità di questo punto focale. Ciò che illumina può diventare ciò che invade; ciò che organizza lo spazio può arrivare a occuparlo interamente. La visibilità stessa diventa una tecnologia dell’autorità.

Le opere compongono una sequenza precisa: Mountain Portrait trasforma la grandezza in paesaggio; Young Monument with Piss incrina il dispositivo della consacrazione; Creation Cleaner interviene sulla selezione della memoria; Human Alphabet e Alphabet City affidano al linguaggio una capacità autonoma di organizzazione; Modern Sun concentra infine il problema nella costruzione di un centro visivo.
La mostra procede così attraverso differenti regimi dell’immagine, seguendo la progressiva interiorizzazione dell’ordine.
Anche la X del titolo acquista il proprio peso. È cancellazione, incognita, interruzione, incrocio. Introduce nel codice la possibilità della deviazione e rende percepibile la struttura nel momento in cui una frattura la attraversa.
Control X mette in relazione creazione e cancellazione, monumentalizzazione e profanazione, scrittura e riscrittura. Ogni immagine stabilisce un ordine del visibile; ogni intervento può modificarne la distribuzione.
La pittura diventa allora il luogo in cui ciò che sembrava naturale torna a mostrarsi come costruzione. La montagna torna a essere pennellata, il monumento torna a essere materia, la lettera torna a essere segno. Una gerarchia incorporata nell’immagine può continuare a funzionare senza più presentarsi come comando.
Control X lavora precisamente su questa soglia: il momento in cui il potere perde la propria figura e assume l’apparenza del mondo.
Critica d'arte con esperienza internazionale. Ha collaborato con Flash Art sin dagli esordi della propria attività critica, scrivendo parallelamente per Artribune ed Exibart. Ha diretto gallerie di arte contemporanea in Italia (NEOCHROME Gallery, EDGE Art Space) e negli Stati Uniti (TEAM Gallery, New York), sviluppando una pratica curatoriale e critica focalizzata sulla pittura contemporanea, sui temi della memoria, del corpo e dei sistemi di rappresentazione. Ha lavorato con artisti quali Rashid Johnson, Theaster Gates, Ali Banisadr, Angel Otero, Inka Essenhigh, Laura Owens, Tim Rollins & K.O.S., Mika Tajima, contribuendo anche allo sviluppo di artisti emergenti attivi oggi sulla scena internazionale. Autrice dei testi critici e dei cataloghi delle mostre curate.












