Quanto può essere malleabile il confine che separa due concetti per antonomasia opposti come quello di amore e violenza? Questo l’interrogativo centrale che traspare tra le pagine di Non scrivere di me, l’ultimo romanzo di Veronica Raimo edito Einaudi 2026.

Con una prosa certosina che non manca di rivelare una profondità tagliente, l’autrice, finalista del Premio Strega nel 2022, esplora l’intimità psicologica dell’abuso ed il paradosso che attanaglia coloro che ne sono state vittime.
È notte fonda e fuori diluvia. Nella confortevole suite di un albergo romano, quattro parole riecheggiano tra le pareti, spezzando l’asfissia di un silenzio tanto scomodo quanto eloquente: «Non scrivere di me».
A pronunciarle è Dennis May, attore del Midwest dalla notorietà interazionale, idolo di adolescenti e cinefili alle prime armi. Nella stanza d’albergo, la sua voce ferma stride con le chiazze rosse che macchiano il lenzuolo, prova sanguinolenta di una ferocia appena cessata. Sul letto, una ragazza giace inerme, incredula nel realizzare che nemmeno un simile gesto porrà fine alla devozione nei confronti del proprio seviziatore.
Scritta in prima persona, l’opera si configura come la testimonianza postuma di un’infatuazione giovanile destinata ad assumere dapprima la forma di un’ossessione morbosa, poi di una sudditanza incondizionata.
Da questo punto di vista, la dinamica messa in scena dai personaggi di Raimo sembra evocare alcuni degli archetipi originari della tragedia greca, richiamando il monito tipicamente greco secondo cui la mancanza di equilibrio —métron— non può che comportare conseguenze nefaste.
Nello specifico, il desiderio febbrile dell’eros induce S. a sospendere la propria esistenza per dedicarsi ad un’utopia senza futuro. L’abbandono degli studi in lettere, l’incompiutezza di una tesi di laurea promettente e l’interruzione di un sincero legame amoroso finiscono per tradursi in un presente mediocre, in cui l’unica soddisfazione consiste nel giudicare la clientela seduta ai tavoli prima di prenderne le ordinazioni.
D’altra parte, Dennis, incurante del male di cui è artefice, incarna pienamente il concetto di hybris, e cioè di tracotanza illimitata. Così, in un vicendevole rincorrersi in cui la vacuità dell’una rimanda all’eccedenza dell’altro, la cupidigia amorosa di S. e la superbia di Dennis finiscono per avvicinarsi nell’unico punto d’incontro possibile, e cioè quello di collisione. Il tropo ancestrale dell’amore patologico ripercorre quindi le proprie radici per riproporsi in chiave moderna e rimarcare la propria universalità.
Ciononostante, Raimo sembra decisa a non calare il sipario se non prima di aver ribilanciato gli assetti della realtà, accordando alla protagonista quella che in termini antichi potrebbe essere considerata una sorta di nemesi, ovverosia una giustizia cosmologica.
Se per i greci erano gli Dèi a ristabilire l’ordine delle cose, in questo caso, è l’arte a svolgere tale funzione. In effetti, S. trova una forma di riscatto nella scrittura, ovvero nell’opera che il lettore stesso si appresta a leggere.
In tal modo, le parole pronunciate da Dennis nella camera d’hotel, e da cui si origina il titolo del romanzo, vengono sfidate e respinte, rivendicando una forza interiore capace di denunciare la nefandezza dell’amato e iniziare un nuovo capitolo di vita.
Laureata in Filosofia triennale presso l’Università degli Studi di Padova, con una tesi dedicata al rapporto intertestuale tra Nietzsche e Dostoevskij, ho proseguito gli studi in Francia conseguendo una laurea magistrale in Sceneggiatura e Narrazione. Attualmente mi occupo di scrittura e critica culturale, collaborando con riviste cine-letterarie e universitarie, oltre che con testate locali, tra cui Il Gazzettino.




