Esiste un punto dell’esistenza in cui il confine tra realtà ed illusione abbandona il perimetro intransigente della logica per sfumare nell’indistinta concatenazione del dubbio. Un punto in cui il pallore enigmatico del vacuo squarcia l’oscura certezza del quotidiano. È questo il gioco di chiaroscuri disegnato ne Il buon male, la raccolta di racconti composta da Samanta Schweblin ed edita Einaudi 2026.
Autrice argentina spesso accostata al compatriota Julio Cortázar, Schweblin vede nel surrealismo il comune denominatore di tutte le sue opere. Non fa eccezione Il buon male, in cui l’assurdo continua ad essere lo strumento privilegiato per dissezionare la realtà e studiare l’anatomia dei suoi arti più reconditi.

Madri di famiglia insoddisfatte, padri avviliti dal senso di colpa, bambini silenti: sono solo alcuni dei personaggi che attraversano i sei racconti del volume. Figure comuni che conducono una vita normale e il cui destino viene però travolto dal sussulto dell’inaspettato, rivelatore di una fattualità inaccettabile.
«Era questo che faceva la poesia? Un salto in un altro posto senza muoversi da dove si è?»
Servendosi di una scrittura delicata e a tratti onirica, Schweblin sembra così tradurre su carta quel concetto di perturbante tanto caro a Sigmund Freud. Ogni narrazione è infatti permeata da uno stato di angoscia derivante da una realtà che, giocando con il rimosso, riporta in superficie una dimensione familiare e contemporaneamente spaventosa.
Incarnato da persone ed oggetti ordinari, questa condizione è ne Il buon male più spesso identificabile con il mondo animale. Simbolicamente, la presenza costante di gatti, cavalli e conigli sembra rimandare ad un’essenza primordiale, inconscia, la cui irrazionalità è origine e disvelamento di ciò che è stato obliato.
Non solo, nei ritratti dell’autrice, gli animali diventano anche profeti di morte, altro tema cardine dell’intero volume. Non a caso, proprio la mortalità rappresenta il rimosso per eccellenza, ovverosia quel tabù sociale e psicologico il cui riaffiorare genera la manifestazione più emblematica del perturbante, espressa a livello cosciente da una vera e propria crisi di discernimento.
In tal senso, l’incapacità di distinguere tra ciò che aderisce al reale e la pura irrealtà attanaglia non solo i personaggi dei racconti ma ancor più il lettore stesso che, perso nella voragine dell’incertezza, è costretto a sospendere ogni atto di biforcazione categorica per abbandonarsi al semplice susseguirsi degli eventi.
Probabilmente, uno degli obiettivi di Schweblin è proprio questo: rifuggire la frontiera del rassicurante per aprire le porte al brivido del possibile.
Laureata in Filosofia triennale presso l’Università degli Studi di Padova, con una tesi dedicata al rapporto intertestuale tra Nietzsche e Dostoevskij, ho proseguito gli studi in Francia conseguendo una laurea magistrale in Sceneggiatura e Narrazione. Attualmente mi occupo di scrittura e critica culturale, collaborando con riviste cine-letterarie e universitarie, oltre che con testate locali, tra cui Il Gazzettino.




