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A Flicker of Mercy. Che il significato continui per sempre, in ogni direzione. o—mag l’intervista

di Matilde Consoli

A Flicker of Mercy è una concretizzazione viva e collettiva della ricerca sviluppata nel primo numero di o—mag, collettivo curatoriale e piattaforma editoriale transdisciplinare, fondata da Camilla Giaccio Darias e Greta Voeller, che riunisce artistə, ricercatorə e filosofə per confrontarsi con forme di conoscenza incarnate, situate e relazionali.

L’incontro a Spazio Supernova, project space a Roma, è stato concepito come una struttura drammaturgica in quattro atti attraverso cui decostruire il concetto univoco di verità ed estendere l’ascolto verso punti di vista plurali, dando voce alle pratiche di Vida Vojić, Tati au Miel, Damiano Tata e Sandra Mason.

immagine per A Flicker of Mercy: Tati au Miel. Credit Medar
Tati au Miel. Credit Medar

Nel dialogo aperto con Timothy Morton, a cui è dedicato il primo numero del magazine, lo sconfinamento emerge dal testo Hell: In Search of a Christian Ecology (2024), in cui l’Inferno è espresso come la realtà che gli esseri umani sono riusciti a creare sulla Terra.

La contemporaneità è una dimensione satura di significati che ci chiudono in strutture rigide di isolamento e identificazione, spingendoci ad aderire continuamente a definizioni, appartenenze e immagini riconoscibili.

In questo quadro, l’ambiguità, il perturbante, la stranezza sono considerati stati generativi, in cui aperture improvvise di realtà transitorie, come quelle offerte da A Flicker of Mercy, consentono la temporanea dissoluzione di rigide definizioni di ciò che è “la verità”.

Suono, pratiche rituali, letture e invocazioni si incontrano in uno spazio in cui il significato diviene una pratica più che un approdo granitico. Il paesaggio che ne deriva consente di vivere la relazione con l’alterità in una negoziazione di nuovi significati, svincolando ciò che è vincolato dall’ipersignificazione.

Il pomeriggio si è aperto con Prologue, una lettura performativa multilingue accompagnata dal paesaggio sonoro live di Damiano Tata, che ha intrecciato voci, testi e ambiente in una dimensione immersiva e stratificata, coinvolgendo lə contributor del primo numero di o—mag pubblicato da DITO Publishing.

È proseguito con Atto I, in cui Vida Vojić ha presentato una performance di glass harp e voce ispirata alla mistica medievale Hildegard von Bingen, fondendo canti sacri, elettronica minimale e vibrazioni di bicchieri di vetro in una composizione contemplativa e sospesa nel tempo.

Successivamente, Atto II ha visto Tati au Miel sviluppare un live set improvvisato tra droni, rumore abrasivo, registrazioni ambientali e vocalità distorte, costruendo uno spazio sonoro instabile e mutante dove caos, memoria e percezione si sovrappongono. La serata si è infine conclusa con il DJ set di Sandra Mason, un percorso in continua trasformazione tra ambient, avanguardia, wave e psichedelia.

Muovendosi tra spiritualità ed ecologia, A Flicker of Mercy propone una poetica che resiste alle interpretazioni fisse, guardando alle polifonie come ecosistemi in cui si attivano forme di ascolto collettivo.

Nel vortice contemporaneo del tardo capitalismo, i significati si sfaldano e si ricompongono incessantemente. La risposta per orientarsi in questa precarietà non è univoca ma arriva da arcipelaghi di voci, da processi complessi di negoziazione e sperimentazione, da forme leggere di senso.

In questo spazio minimo di resistenza tornano le condizioni essenziali della vita come sogno, poesia e ascolto, non come soluzioni definitive ma come pratiche per stare nel presente senza esserne interamente assorbitə.

«Se non c’è uscita dall’Inferno allora dobbiamo farlo nostro […] con la spada misericordiosa di un incessante atto d’amore, decoloniale e liberatorio» (T. Morton, Hell: In Search of a Christian Ecology, 2024).

Quella che segue è una conversazione con Camilla Giaccio Darias e Greta Voeller, fondatrici e curatrici di o—mag.

Per chi non conosce il vostro lavoro o la poetica di Timothy Morton, vorrei chiedervi di condividere qualche spunto rispetto alla direzione della vostra ricerca.

A Flicker of Mercy è il primo evento di o—mag, piattaforma editoriale transdisciplinare che abbiamo fondato come curatrici e ricercatrici, che riunisce artistə, ricercatorə e praticantə attorno a forme di conoscenza incarnate e relazionali.

Il progetto nasce dal bisogno di connettere pratiche, culture e sguardi eterogenei — storie personali, ecologia, arte, filosofia, suono, scienza, pensiero critico, sogni, sentimenti, memorie. o—mag opera attraverso una open call annuale che propone la provocazione di una figura di ricerca radicale, a cui le persone sono invitate a rispondere attraverso la propria esperienza.

Per questo evento abbiamo costruito una struttura in quattro atti, invitando performer locali e internazionali e intrecciando invocazione, scrittura, suono e pratiche rituali in un’ecologia sonora del sentire.

L’intenzione era aprire uno spazio di slittamento e sospensione — dove il senso potesse allentarsi, disperdersi e ricomporsi attraverso il lavoro delle artistə.

In dialogo con il pensiero di Timothy Morton, abbiamo attivato momenti di ascolto collettivo in cui ambiguità e stranezza si rivelano come forze generative: brevi aperture, scintille di misericordia capaci di incrinare le strutture rigide del significato e immaginare altri modi di relazionarsi, pensare e sentire.

o—mag si configura come un esperimento ecologico in continua trasformazione che, attraverso pratiche transdisciplinari, indaga come forma e significato possano manifestarsi ogni volta in modo diverso — ora irriverenti e provocatori, ora sussurrati. Una ricerca che si evolve mettendoci alla prova su come sperimentare e coesistere con la differenza.

Entrando nel nucleo del discorso: « Se l’Inferno è un luogo stracolmo di significato, il Paradiso ha inizio nel momento in cui si scava un piccolo foro dove non c’è più significato». Rispetto a questo pensiero di Morton, come vivete il creare spazi in cui voci e pratiche dialogano, generando altri significati?

Ci siamo mosse a partire da una necessità personale: sperimentare altri modi di entrare in relazione con il nostro tempo e con la nostra condizione di estrema precarietà.

Quando ci è arrivato tra le mani il testo di Morton, che descrive l’Inferno come una dimensione creata dagli esseri umani sulla Terra, ci siamo riconosciute nella sua critica a una prospettiva logocentrica: un attaccamento alla necessità di controllare tutto, ma anche di dare un nome — o un logo — a ogni cosa che facciamo o vediamo fare.

In un momento storico segnato da necessità materiali, impoverimento culturale, guerre, genocidi in corso, il ritorno dei fascismi e delle destre al governo, il significato gioca un ruolo paradossale, poiché dipende dalla fiducia che le persone scelgono di attribuirgli.

Un tempo religione e ideologie agivano come guide di fronte all’imprevedibilità della vita e alla consapevolezza della nostra mortalità. Oggi, invece, siamo dominate da un mostro invisibile chiamato capitalismo, che ingloba tutto dentro di sé e dal quale sembra impossibile evadere, perché stiamo perdendo la capacità di immaginare alternative.

È proprio in questa sfida—nell’immaginare diversamente—che nuovi spazi possono formarsi e incontrarsi, espandendo e ricollegando le nostre connessioni, come una rete sinaptica che si riattiva.

In questa perdita di coordinate, abbiamo lanciato l’open call attraverso o–mag, con il desiderio di creare comunità e ascoltare le voci di persone sconosciute che, in un modo o nell’altro, sentono risuonare dentro di sé questa necessità di liberazione dai loghi, dalla performatività, dall’apparire e dal controllo.

Per noi è incredibile ricevere contributi da tutto il mondo e in più lingue, anche perché ci piace giocare con il concetto di traducibilità nelle relazioni: siamo sempre un po’ lost in translation. E, a dire il vero, ci piace così.

Nello scenario catastrofico del presente, come possiamo bloccare l’ingranaggio di questo meccanismo fagocitante di produzione e significazione del tutto? Dove si trovano, secondo voi, i luoghi di mercy, di guarigione e liberazione?

Crediamo nella possibilità di creare spazi di incontro, dialogo e attraversamento di conflitti e visioni differenti, luoghi in cui stare insieme, renderci vulnerabili ed esporre le moltissime storie che compongono le nostre identità in divenire.

Seguendo il pensiero ecologico di Morton e di molte altre figure di riferimento, siamo innamorate del “come” e non del “cosa”. Ci interessa sperimentare metodologie che mettano a nudo le barriere che ci dividono nell’Inferno della significazione.

Usare il significato non come definizione, ma come uno spazio che muta e si evolve—perché, come accade in natura, tutto ciò che resta immobile e non si apre alla trasformazione si fossilizza, fino a spegnersi del tutto.

Come curatrici e ricercatrici ci chiediamo spesso: fino a dove possiamo spingerci? Ci divertiamo e ci emozioniamo.

D’altronde, come progetto indipendente, non abbiamo aspettative se non quella di osservare come le cose prendano forma organicamente: un po’ come un micelio sotterraneo, a cui siamo già connesse e che, incontrandone altri, si rafforza sempre di più— rendendolo leggermente più visibile.

C’è qualcos’altro che vi va di condividere riguardo a o—mag o alla collaborazione con così tante voci diverse, come è accaduto in A Flicker of Mercy?

È stato bellissimo e molto impegnativo. In una società guidata dalla produzione e dal lavoro, non è semplice coinvolgere così tante persone all’interno di un progetto sperimentale con un budget così ridotto. Eppure tutto ha superato le nostre aspettative, proprio perché abbiamo avuto grande cura del modo in cui ci siamo relazionate con artistə, spazio e collaboratorə.

La splendida collaborazione con Klim Kutsevskyy di DITO Publishing per esempio ci ha dato la possibilità di dare materia al sito di o—mag, coinvolgendo alcuni contributor che hanno partecipato all’evento A Flicker of Mercy a Spazio Supernova.

C’era un sentire comune legato alle pratiche personali che ognunə ha portato con sé, ma anche una forte curiosità verso ciò che può emergere quando viene meno l’ossessione per il controllo e ci si apre a quello che nuove relazioni e intuizioni sono in grado di generare.

Non riusciamo a essere ciniche o pessimiste riguardo la nostra realtà, perché attraverso la nostra pratica troviamo qualcosa che ci nutre. E questo nutrimento è fatto di scambio, cura e interdipendenza.

Siamo grate a tutte le partecipanti per aver accolto e raccolto questa nostra provocazione… e che la dimensione fisica di questo progetto abbia messo in luce la nostra capacità di adattamento, di ascolto e di collaborazione reciproca.

immagine per Matilde Consoli
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Matilde Consoli è un'artista interdisciplinare, curatrice e autrice con una pratica orientata alla ricerca. Il suo lavoro indaga le dimensioni collettive e conviviali come atti di resistenza, esplorando strategie di trasformazione di gruppo e linguaggi della cura e dell'ascolto, attraverso le lenti delle teorie ecologiste e femministe. Scrittura e pratica artistica sono concepite nel suo lavoro come strumenti relazionali di indagine e cambiamento sociopolitico. Dopo un MA in Culture Visive e Pratiche Curatoriali all'Accademia di Belle Arti di Milano, ha curato Post Modo: Fenomeni Alterati (Roma, 2021) ed è stata curatrice selezionata per il Premio Treviglio (Milano, 2023). Nel 2026 è stata curatrice e mentor dello Student Programme di LEMBI in collaborazione con RUFA - Rome University of Fine Arts.

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