«E senza dubbio il nostro tempo […] preferisce l’immagine alla cosa, la copia all’originale, la rappresentazione alla realtà, l’apparenza all’essere […] Ciò che per esso è sacro non è che l’illusione, ma ciò che è profano è la verità. O meglio, il sacro si ingrandisce ai suoi occhi nella misura in cui al decrescere della verità corrisponde il crescere dell’illusione, in modo tale che il colmo dell’illusione è anche il colmo del sacro»[1]
Studio Orma, spazio espositivo indipendente nel quartiere Monteverde di Roma, ospita Rapture, installazione di Irene Mathilda Alaimo (fino al 12 giugno 2026).
Aperto nel 2024, Studio Orma è un luogo di sperimentazione per giovani artisti che prende vita attraverso progetti site-specific in cui relazioni e processi creativi coesistono con la dimensione espositiva. Nel porre attenzione ai linguaggi emergenti, Edoardo Innaro e Marco Celentani, fondatori dello spazio, incontrano il lavoro di Irene Mathilda Alaimo, artista visiva che vive e lavora tra Roma e Venezia.
Nella sua pratica Alaimo indaga i sistemi di credenze e gli apparati paraconcettuali sotto l’influenza dei dispositivi tecnologici contemporanei. Il suo interesse per le posture del presente e l’emergere di nuove ritualità si manifesta attraverso una ricerca che intreccia materiali d’archivio, metodo antropologico e immagini in movimento.
Nel 2025 è stata artista in residenza presso la Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia, a cura di Camilla Mozzato e nel 2026 ha ricevuto la menzione speciale di Osservatorio Maree nell’ambito del Premio REC.
Muovendosi nell’ambito di culti e credenze religiose, Alaimo si approccia all’archivio del soprannaturale con un atteggiamento di osservazione antropologico, senza l’esigenza di sciogliere il mistero.
Servendosi di riprese amatoriali, found footage e fotografie storiche, nelle sue opere si attiva un movimento di separazione dall’evento originario, spesso aumentato da un ulteriore livello di distanza, reso da registrazioni del materiale originale attraverso handy-cam, come anche nel caso di Rapture.
Il suo linguaggio coltiva una predilezione per quella che Hito Steryel, artista e filmmaker, ha definito immagine povera. In un testo visivo strutturalmente incrinato dalla circolazione, Alaimo si sofferma sullo scarto tra alta definizione mainstream e immagine deteriorata, identificando una crepa nel regime dell’iper-visibilità.
Rapture è un’installazione ambientale realizzata in collaborazione con Studio Orma, che prende forma da un lavoro sulle vicende mistiche avvenute all’inizio degli anni Sessanta, a San Sebastian de Garabandal, nel nord della Spagna.
Nell’arco di pochi anni quattro bambine furono colte da episodi di visioni estatiche riguardanti San Michele Arcangelo e la Vergine Maria. L’evento rappresentò una grande attrazione mediatica che portò alla creazione di una folta quantità di materiali di archivio, attraverso i quali l’artista ha sviluppato la ricerca.
L’estasi si diffonde nell’ambiente di Via Francesco Amici. Le due gigantografie evocano un ingrandimento della presenza, mentre le proiezioni su lamiera restituiscono un’immagine frammentata e fredda, esasperando il rapporto tra rappresentazione dell’oggetto fantasmatico e la sua presa in visione.
Le due grandi fotografie a parete ritraggono una delle bambine in primo piano: in un’immagine è sola e raccolta nel suo momento profondamente personale, nell’altra è circondata da giornalisti che cercano di registrare la testimonianza con i loro dispositivi. Questa contrapposizione rappresenta l’ambiguità aggressiva che sorge tra intimità e cattura mediatica.
Nei due video proiettati su metallo, si approfondisce l’idea di autenticità e distanza, introducendo nuovamente un’indagine sul grado di separazione dalla “realtà”. Un video è stato realizzato montando immagini reali di documentari di Garabandal, nell’altro invece una ripresa del primo video è stata ri-registrata dall’artista filmando lo schermo tramite handy-cam.
Rapimento estatico ma anche cattura, Rapture rappresenta un corpo assorbito dall’esperienza mistica e nuovamente rapito dal dispositivo che ne cattura l’estasi, protraendo la sua rappresentazione e rendendola accessibile per sempre.
Alaimo si concentra sul punto in cui esperienza mistica e testimonianza mediatica si contaminano, generando una narrazione del miracolo complessa e intrisa di desiderio di vederlo, verificarlo, catturarlo, registrarlo.
La documentazione è nella sua interezza una seconda apparizione estatica, nella dissacrazione c’è poi una ricostruzione, un ritorno dell’immagine. L’installazione fornisce una saturazione di prossimità al momento spirituale, avanzando così l’ipotesi che un evento legato alla manifestazione dell’impossibile possa persistere all’interno della sua stessa rappresentazione.
Rapture è un’opera unica che riguarda cattura e manipolazione del reale, un’operazione che scava nell’ossessione collettiva per il vedere, divenuta condizione necessaria del credere.

Note
1. L. Feuerbach, prefazione alla seconda edizione di L’essenza del Cristianesimo, in G. Debord, La Società dello spettacolo,1967↑
Matilde Consoli è un'artista interdisciplinare, curatrice e autrice con una pratica orientata alla ricerca. Il suo lavoro indaga le dimensioni collettive e conviviali come atti di resistenza, esplorando strategie di trasformazione di gruppo e linguaggi della cura e dell'ascolto, attraverso le lenti delle teorie ecologiste e femministe. Scrittura e pratica artistica sono concepite nel suo lavoro come strumenti relazionali di indagine e cambiamento sociopolitico. Dopo un MA in Culture Visive e Pratiche Curatoriali all'Accademia di Belle Arti di Milano, ha curato Post Modo: Fenomeni Alterati (Roma, 2021) ed è stata curatrice selezionata per il Premio Treviglio (Milano, 2023). Nel 2026 è stata curatrice e mentor dello Student Programme di LEMBI in collaborazione con RUFA - Rome University of Fine Arts.








