In questi mesi la libreria Libraccio sui Navigli di Milano ha ceduto i suoi scaffali al catalogo Adelphi, trasformandosi in un negozio interamente dedicato alla casa editrice.
È un’ottima occasione per riprendere in mano Memè Scianca, il libro in cui Roberto Calasso, di quella casa editrice anima e proprietario per quasi sessant’anni, racconta i primi dodici anni della propria infanzia fiorentina. Meno di cento pagine, uscite nella Piccola Biblioteca Adelphi nel 2021: arrivarono in libreria, insieme a Bobi, il giorno prima che ne fosse annunciata la morte.
Il caleidoscopio prende le mosse dai figli dello scrittore — definizione, forse, troppo stretta per una figura come Calasso — Josephine e Tancredi, ai quali il padre legge le pagine di Ai miei figli di Pavel Florenskij, ambientate in una Russia di fine Ottocento che ai loro occhi è remota quanto la Firenze in guerra. Da lì la domanda: e tu, che cosa ricordi della tua, di infanzia?
Ne esce una Firenze occupata e attraversata dalla storia, dove il privato familiare e la cronaca politica si intrecciano di continuo. Dopo l’assassinio di Giovanni Gentile, il 15 aprile 1944, i nazifascisti condannano a morte per rappresaglia tre docenti antifascisti fiorentini: Ranuccio Bianchi Bandinelli, Renato Biasutti e il padre dello scrittore, il giurista Francesco Calasso.
Vengono arrestati il 3 maggio e rilasciati tre giorni dopo grazie all’intercessione della famiglia di Gentile, che pretende che il sangue del padre non sia vendicato, e all’intervento del console tedesco a Firenze Gerhard Wolf, lo stesso uomo che si adopererà per salvare il Ponte Vecchio e decine di ebrei e prigionieri politici.
Su quell’omicidio Calasso non concede sconti a nessuno, e lo definisce un gesto miserabile, reso più miserabile dalle giustificazioni politiche che gli furono subito costruite intorno.

Intorno al bambino passano figure di caratura storica: Giorgio La Pira, che alla nascita ne diventa il padrino, e il nonno materno Ernesto Codignola, il pedagogista che aveva fondato La Nuova Italia — perché la passione per l’editoria, in quella casa, era già di famiglia.
Negli anni subito dopo la guerra arriva la musica, ascoltata al Comunale e al Teatro della Pergola: Edwin Fischer, Bruno Walter, Ferenc Fricsay, cioè l’Europa che torna a circolare in una città che per anni era stata un’isola.
Tra la polvere delle macerie, le scorrazzate nei giardini dei nonni e le finestre che davano sulle strade dove Tazio Nuvolari dominava senza più vincere Le Mille Miglia, Calasso fotografa con gli occhi di un bambino la Firenze borghese degli anni Quaranta.
Il libro non ha capitoli. Calasso parla di sé, e forse a sé, in un flusso ininterrotto, su una stagione che lui stesso dichiara chiusa nel momento in cui la famiglia varca la soglia della città di Roma.
La sua identità la costruisce adottando un nome inventato, Memè Scianca, di cui ammette senza indulgenza che «non si poteva dire che il suono fosse lusinghiero»; eppure in quello scianca affiora l’assonanza con il sanscrito shankha, conchiglia, ed ecco il primo seme dell’India.
Lo stesso seme torna nelle pagine in cui alla villa ordinata di San Domenico, sotto Fiesole, si contrappongono i boschi selvaggi visti dal giardino, che il bambino riconoscerà poi come l’aranya, la foresta vedica dei segreti.
Da qui si intravede l’origine di libri come Ka — o forse è Memè che, facendosi scriba della propria infanzia, va a cercare nel passato gli archetipi del suo presente.
Quel passato non vuole essere dimenticato, e infatti resta: il gatto nero di pezza Gnao, che l’adulto continuerà a portarsi dietro; l’ossessione adolescenziale per Proust e l’idea del tempo distruttore; e la scoperta che il libro è sacro non solo come testo ma come oggetto, quando ricorda di avere ferito, non visto, i bordi dei grandi volumi nella biblioteca del nonno, provandone non gioia ma vergogna.
Che cosa resta a noi, figli non naturali ma letterari di Calasso, alla fine del viaggio? La Firenze che rievoca è una città che non esiste più, ma il racconto non è un esercizio di nostalgia. È piuttosto la ricerca di un tempo che non passa, o che passa solo per essere continuamente ritrovato.
Proust gli aveva insegnato che il tempo distrugge, ma anche che la scrittura ne trattiene le tracce: Calasso non ricostruisce la sua infanzia per rimpiangerla, ma per capire come quell’infanzia abbia formato lo sguardo che avrebbe poi attraversato i Veda, Kafka, l’intera sua opera.
Memè Scianca non è solo un nome d’arte, è una chiave di lettura: la conchiglia che contiene il suono del mare, il guscio che insieme protegge e rivela.
Sapendo che quelle pagine sarebbero uscite quando lui non c’era più, il libro risulta come un lascito: in un’epoca che ci vuole sempre presenti, sempre connessi, sempre produttivi, Calasso ricorda che una persona si forma nel tempo lento della memoria, nei libri letti e riletti, nei luoghi e nelle persone che l’hanno attraversata.
A casa dei nonni, scrive, sentiva spesso parlare di “giovani di valore”, tanto che immaginava esistesse una vera e propria mappa delle persone valorose sparse per l’Italia. Su quella mappa, oggi, Roberto Calasso c’è.
Vivo tra Milano e la Sicilia, con il baricentro nel mare. Leggo per cercare risposte, scrivo per fermare e condividere ciò che mi colpisce. Nella scrittura ho trovato un modo per approfondire il mio interesse per la narrativa e la saggistica. Nei libri cerco il punto d’incontro tra letteratura, pensiero e società.


