Nel 2027 ricorreranno 470 anni dalla morte di Giovanbattista Ramusio, il geografo veneziano che dedicò gran parte della vita a raccogliere storie, disegnare mappe e dissipare i dubbi su un mondo che gli esploratori stavano ancora imparando a conoscere.
Oggi sconosciuto ai più, questo personaggio, che sembra uscito da un film, torna a vivere ne L’Atlante di Ramusio. Vita di un geografo veneziano, il libro di Andrea di Robilant, scrittore e giornalista molto legato a Venezia anche per le sue origini familiari, pubblicato da Corbaccio nel 2025 nella traduzione a cura di Maria Alessandra Mattirolo.

Di Robilant racconta la storia di questo funzionario della Serenissima e della sua impresa letteraria più celebre, Navigationi et viaggi. Il libro è stato inoltre segnalato dalla Giuria Tecnica del Premio Comisso 2026 tra le opere meritevoli di attenzione nella sezione Biografia.
Giovanbattista Ramusio ha sette anni quando Cristoforo Colombo attraversa l’Atlantico, dodici quando Vasco da Gama doppia il Capo di Buona Speranza. Il mondo conosciuto dagli europei si amplia un passo alla volta e la geografia, insieme ai geografi, non riesce a stare dietro alle nuove scoperte.
Le informazioni non circolano liberamente, gelosamente custodite dalle potenze che si contendono nuovi territori e nuove rotte. Nel corso degli anni Ramusio matura la convinzione che, finché i rapporti di viaggio rimangono dispersi o tenuti segreti, non è possibile costruire una rappresentazione davvero accurata del mondo.
Con uno stile decisamente narrativo, Di Robilant veste i panni del biografo e, sin dal primo capitolo, racconta le origini e la formazione di Ramusio dentro la Venezia del Cinquecento.
Nato a Treviso nel 1485, a vent’anni Ramusio, ottiene il suo primo incarico importante come segretario dell’ambasciatore veneziano Alvise Mocenigo, alla corte di Luigi XII.
Nonostante gli incarichi pubblici, coltiva in parallelo una solida amicizia e una collaborazione con il tipografo Aldo Manuzio che – ricorda Di Robilant – contribuisce a diffondere un nuovo modo di concepire il libro, più piccolo, maneggevole e facilmente trasportabile.
La sua officina è anche un importante centro d’incontro per la cultura umanistica. Tra le sue sale passa persino Erasmo da Rotterdam.

Se da un lato l’esperienza diplomatica dà a Ramusio una vasta rete di relazioni a cui rivolgersi, dall’altro è proprio la tipografia di Manuzio a fare da fucina di idee e strumento di sapere per il giovane funzionario.
La Venezia del Cinquecento non è soltanto una potenza economica, ma una città cosmopolita e uno dei principali centri europei della stampa e dell’editoria.
Nel frattempo, Ramusio ascende le gerarchie della Serenissima ed entra nella segreteria del Senato. È un passaggio importante della sua carriera, perché il nuovo incarico gli permette di trovarsi al centro del flusso di documenti, lettere e informazioni che arrivano a Venezia dalle corti europee e dai suoi numerosi interlocutori.
Il diplomatico, il funzionario e l’uomo di cultura cominciano lentamente a fondersi nella stessa figura.
Il capitolo si chiude con la pubblicazione dello Strabone del 1516, che offre a Ramusio un primo decisivo termine di confronto tra la geografia degli antichi e quella che i viaggi contemporanei stanno progressivamente costruendo.
Il problema dell’autorità degli antichi e dei limiti della loro rappresentazione del mondo diventa uno dei temi ricorrenti dell’opera, insieme all’irrefrenabile voglia di Ramusio di dissipare le nebbie della conoscenza e riempire le carte geografiche con nomi e luoghi su cui gli studiosi hanno fino ad allora soltanto speculato.
Ed è proprio questa tensione tra il sapere degli antichi e quello che il mondo nuovo sta imponendo a catapultarci negli 11 capitoli del libro, dentro un mosaico di storie, viaggi e testi destinati a confluire nell’opera magna, le Navigationi et viaggi, uscita in tre volumi tra il 1550 e il 1559.
Il viaggio nel tempo di Di Robilant ci porta così già nel secondo capitolo, che si apre con l’immagine della nave Victoria mentre, nel 1522, entra nel porto di Siviglia al termine di una lunga traversata.
A bordo c’è la storia della spedizione guidata da Ferdinando Magellano, colui che avrebbe scoperto lo stretto che ancora oggi porta il suo nome.
La spedizione mostra concretamente quanto il mondo conosciuto sia più vasto e diverso da quello rappresentato dalla geografia degli antichi. Un’ulteriore crepa, dunque, in una conoscenza geografica che Ramusio considera ormai insufficiente.
Ma il vero protagonista del capitolo e della storia geografica non è il grande esploratore portoghese, bensì il meno noto ai più, marinaio vicentino, Antonio Pigafetta, scrivano di bordo e aiutante di Magellano, che scrive un dettagliato rapporto di bordo, secretato al pubblico da parte della Corona spagnola che di certo non vuole né rendere nota questa preziosa rotta per l’Asia, né rendere celebre un portoghese invece che uno spagnolo.
Ed ecco che qui possiamo apprezzare l’importanza di quello che, accanto alla geografia, è il vero protagonista del testo: l’informazione e l’accesso a essa. Un tema oggi più attuale che mai, a quasi cinque secoli di distanza.

Di Cadamosto, il mercante veneziano, Ramusio si interessa quando inizia a scrivere la geografia dell’Africa.
E sempre grazie a questo suo interesse abbiamo un affascinante spaccato dei racconti di al-Hasan ibn Muhammad al-Wazzan, meglio noto come Giovanni Leone dei Medici o Leone l’Africano, emissario del sultanato di Fez che, al ritorno da una missione diplomatica, viene catturato dal corsaro Don Pedro de Bobadilla. Sarà lui a portarlo in dono a papa Leone X, nella speranza di ottenere in cambio l’indulgenza per i propri peccati.
Sempre in Africa si materializza la leggenda di Prete Gianni, cioè la diffusa idea che in un luogo remoto esista un re cristiano che un giorno aiuterà l’Europa cristiana a liberarsi dall’islam.
L’accesso ai racconti di questi personaggi, così lontani anche geograficamente tra di loro, si deve da un lato alla crescente importanza che Ramusio acquisisce nelle dinamiche della Serenissima, dall’altro all’amicizia con personaggi potenti e influenti della sua epoca, come Andrea Navagero, amico fraterno e ambasciatore della Repubblica in Spagna.
È lui a fargli avere accesso alle Decadi di Pietro Martire d’Anghiera, lo storico di corte, e soprattutto a una delle raccolte più importanti sulle colonie spagnole d’oltreoceano, la Historia general y natural de las Indias, di Gonzalo Fernández de Oviedo y Valdés.

Il nono capitolo è l’ultimo di quelli dedicati alle Americhe.
Se nei precedenti sono soprattutto Spagna e Portogallo a entrare in gioco, qui il ruolo di potenza marittima è ricoperto dalla Francia, che nel 1524, attraverso l’italiano Giovanni da Verrazzano, allora al suo servizio, esplora la costa atlantica nordamericana per conto di Francesco I.
Sarà proprio Ramusio, anni dopo, a recuperare e pubblicare la sua relazione nelle Navigationi et viaggi.
Dieci anni più tardi è Jacques Cartier spingersi in quelle terre, nello specifico nell’area dell’odierna Québec City.
Negli ultimi due capitoli, invece, emerge da un lato la figura del Ramusio uomo e padre, che dopo la morte della moglie, nel 1536, si prende da solo cura del figlio e della sua educazione; dall’altro la lente d’ingrandimento dello studioso si sposta sull’Oriente e i suoi studi si concentrano sull’opera di Marco Polo, il Milione.
Troviamo anche qui la curiosa storia dell’origine dello stoccafisso, baccalà dei bacari veneziani, fino all’avventura editoriale della tipografia Giunti che porta alla pubblicazione delle Navigationi et viaggi.

Alla fine della lettura, più che trovarsi davanti alla semplice biografia di un uomo, ci si trova davanti alla storia di come una nuova immagine del mondo abbia iniziato a prendere forma attraverso racconti, viaggi e testimonianze.
È forse questo il merito maggiore di Di Robilant: aver preso una figura oggi poco conosciuta e averla utilizzata come filo conduttore per raccontare un’Europa in trasformazione, dove commercio, diplomazia, esplorazione e sapere si intrecciano continuamente.
La Venezia che emerge dalle pagine è una città cosmopolita, poliglotta e culturalmente vivissima, una vera capitale europea della stampa e della cultura. Le grandi esplorazioni passano inevitabilmente attraverso il commercio e gli interessi delle potenze europee: dietro nuove rotte e territori ci sono il denaro, il controllo dei traffici e la conquista.
A distinguere Ramusio sembra però essere un’altra forma di interesse: la curiosità e il desiderio di mettere ordine in una quantità di informazioni che fino ad allora circolavano frammentate, nascoste o difficili da verificare.
Il confronto con gli antichi, e soprattutto con la geografia ereditata da Tolomeo, ritorna continuamente. Ma proprio qui il libro dimostra quanto la rappresentazione della Terra sia tutt’altro che definitiva.
Nel 2026, quasi cinque secoli dopo la morte di Ramusio, la cartografia continua a essere anche una questione di rappresentazione: l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato la risoluzione Correct the Map che incoraggia i governi, scuole e aziende tecnologiche a ricorrere a proiezioni che restituiscano con maggiore accuratezza le dimensioni relative dei continenti, dell’Africa in primo luogo, quando la proporzione conta.
La geografia, insomma, continua ancora oggi a dipendere anche da come scegliamo di guardare il mondo.
Il libro si rivela accessibile e di facile lettura anche per chi non è abituato ai testi storici, anche se a volte la stessa ricchezza dei contenuti rischia di diventare un limite.
Alcune descrizioni sono così dettagliate da appesantire il percorso e allontanare temporaneamente il lettore dal filo principale, come accade nella lunga descrizione dell’Andalusia. Anche la scelta di non seguire sempre una linea cronologica precisa rende il testo più libero e narrativo, ma richiede talvolta maggiore attenzione per ricomporre la matassa degli eventi.
Ed è proprio una matassa quella che Di Robilant costruisce: storie, persone, libri e viaggi che si intrecciano senza seguire sempre un percorso lineare.
In questo groviglio emerge anche il profilo umano di Ramusio, che non è soltanto funzionario, geografo e uomo di cultura, ma anche padre e uomo capace di costruire relazioni durature.
Rimane soprattutto la figura dello studioso, animato da una curiosità quasi inesauribile, alla quale si accompagna la simpatia, quasi l’ammirazione, con cui Di Robilant guarda al suo protagonista.
A metà strada tra una biografia, un saggio storico e un racconto di viaggio, Di Robilant cuce insieme storie, testimonianze e diari, componendo una trama che ricorda la brigata del Decameron, dove una storia ne richiama continuamente un’altra.
È proprio questa struttura, libera dal rigore di una narrazione esclusivamente cronologica, a rendere il libro ricco di incontri, curiosità e prospettive diverse.
Resta infine la sensazione che Di Robilant riesca nell’obiettivo più importante: riportare alla luce un personaggio rimasto a lungo nell’ombra degli esploratori di cui raccoglieva i racconti.
Ramusio non parte alla scoperta della Terra: la ascolta attraverso le testimonianze degli altri, la confronta, la raccoglie e prova a darle una forma. Ed è forse per questo che, quasi cinque secoli dopo, vale ancora la pena raccontarne la storia.
Vivo tra Milano e la Sicilia, con il baricentro nel mare. Leggo per cercare risposte, scrivo per fermare e condividere ciò che mi colpisce. Nella scrittura ho trovato un modo per approfondire il mio interesse per la narrativa e la saggistica. Nei libri cerco il punto d’incontro tra letteratura, pensiero e società.




