Come possiamo chiamare “casa” una terra? La lingua che parliamo, i ricordi che vi abbiamo lasciato, le persone che la abitano, oppure il diritto, spesso dato per scontato, di poterci restare? O forse casa nostra è dove c’è una guida?
In un tempo in cui le migrazioni attraversano il dibattito pubblico, il rapporto con la natura oscilla tra nostalgia e sfruttamento e l’identità viene continuamente ricondotta alla ricerca di origini incontaminate, queste domande sembrano appartenere soltanto al nostro presente.
Eppure, a leggerlo fuori dalle aule scolastiche, Virgilio racconta proprio questo: uomini costretti a lasciare la propria terra, paesaggi minacciati dalla Storia, comunità che cercano di sopravvivere al cambiamento e un futuro che, per nascere, deve fare i conti con ciò che è andato perduto.
E soprattutto, racconta cosa significa cercare una guida.

Virgilio “duca” degli autori
Virgilio è destinato, fin da quando ha scritto le sue opere, a essere una guida per gli altri autori. È colui che conduce Dante fittiziamente nel suo viaggio dell’aldilà, è un punto di riferimento anche con Giacomo Leopardi, che con la tradizione classica intrattiene un dialogo costante, fatto di riprese, trasformazioni e interrogativi condivisi.
Non è un caso che Dante lo chiami «duca». La parola contiene qualcosa di più della semplice funzione di accompagnatore: indica chi precede, chi conosce una strada e può aiutare altri a percorrerla.
Eppure, anche una guida ha i suoi limiti. Virgilio può condurre Dante fino a un certo punto, ma non può accompagnarlo ovunque. La ragione, la conoscenza e la sapienza poetica sono strumenti indispensabili per orientarsi, senza per questo esaurire tutto ciò che l’esperienza umana può incontrare.
Petrarca nel suo Africa, poema epico dedicato a Scipione l’Africano, si colloca consapevolmente nella tradizione dell’epica latina. È un esempio perfetto di come Virgilio possa diventare una guida per chi cerca di costruire una propria voce attraverso l’eredità dei classici.
Anche John Milton nel Paradise Lost si confronta con la grande tradizione epica, da Omero a Virgilio, cercando di costruire un poema capace di misurarsi con quei modelli e di superarli attraverso una materia biblica.
Cosa c’è di moderno in Virgilio
Il ruolo di Virgilio come figura autorevole per gli altri autori e modello classico è assolutamente innegabile. Tuttavia, questo rischia di trasformare il poeta di età augustea in un profeta del XXI secolo, in una sorta di costante nella storia della letteratura che viene data per scontata. Ma qual è il motivo per il quale Virgilio continua a parlarci?
Ormai ha assunto un’immagine estremamente rassicurante, come lo stesso Dante, è uno di quegli autori pilastro che ci danno la calma da interrogazione, quello delle bucoliche pastorali, dei precetti agricoli e dell’eroe troiano destinato a fondare una nuova civiltà.
Ma sotto questa stabilità apparente, si muove una materia assai meno pacificata, quella che lo stesso Leopardi aveva dedotto quando lo usava come avallo linguistico, ma cogliendone tutta la complessità.
Ci troviamo, infatti, il desiderio di una vita sottratta alla violenza, la precarietà di chi non possiede più un luogo nel mondo, la difficoltà di costruire un’appartenenza e il prezzo umano che ogni grande racconto storico rischia di lasciare in ombra.
Le Bucoliche, le Georgiche e l’Eneide possono allora essere lette come tre variazioni di una stessa domanda. Che cosa succede quando il mondo che conosciamo smette di essere abitabile? E come si ricomincia, quando non è più possibile tornare esattamente a ciò che eravamo?
Le Bucoliche e le Georgiche: la terra tra dono, ricordo e responsabilità
Melibeo
Titiro, tu riposando sotto la volta di un ampio faggio,
vai componendo un canto silvestre con una tenue canna;
noi lasciamo i confini della patria e i dolci campi;
noi fuggiamo la patria; tu, Titiro, placido all’ombra,
insegni alle selve a far risuonare il nome della bella Amarilli.
Titiro
O Melibeo, un dio ci donò questa quiete.
Infatti egli sarà sempre per me un dio; spesso un tenero agnello
dei nostri ovili bagnerà di sangue il suo altare.
Egli permise, come vedi, ai miei buoi di errare
e a me stesso di suonare con l’agreste canna ciò che volevo.
Melibeo
Non provo invidia, davvero, piuttosto mi stupisco;
a tal punto vi è scompiglio ovunque nelle campagne.
Ecco io stesso, affranto, conduco le mie caprette senza sosta.
Questa, o Titiro, la conduco a stento.
Qui tra folti nocciuoli poco fa, avendo partorito due gemelli,
speranza del gregge, li ha lasciati sulla nuda pietra.
Ricordo che spesso, se non fossimo stati stolti, questo male
ce lo predissero le querce colpite dal fulmine.
Tuttavia chi sia questo dio dimmi, o Titiro.
Nella prima bucolica abbiamo due figure contrapposte: Tito, disteso all’ombra di un faggio, intento a suonare la propria zampogna; Melibeo, costretto a lasciare i campi che conosce, gli animali e i luoghi nei quali ha trascorso la vita.
Il paesaggio è lo stesso, ma non lo è il destino di chi lo abita. Per uno la campagna rappresenta ancora un rifugio, per l’altro è solamente nostalgia. Quando studiamo Virgilio, ci ripetono all’infinito nozioni sull’Arcadia, sulla poesia bucolica che idealizza la vita pastorale, grazie anche all’eredità del poeta bucolico Teocrito.
Nei versi di Virgilio, però, la campagna non è un mondo separato dalla Storia, un luogo incontaminato nel quale poter finalmente sottrarsi alle inquietudini della città. La Storia è arrivata anche lì, ha attraversato i campi e ne ha modificato il destino. Le confische agrarie seguite alle guerre civili romane costituiscono lo sfondo di tutto ciò, tra chi riesce a conservare le proprie terre e chi, invece, ci deve rinunciare.
Chi può restare, tuttavia, non può farlo per merito: Titiro può effettivamente restare perché ha incontrato a Roma un giovane potente, che gli ha consentito di conservare i propri campi.
Titiro non conserva i suoi campi perché li ama più di Melibeo, ma perché ha potuto incontrare qualcuno in grado di proteggerlo. La sua salvezza passa attraverso una relazione con il potere. Non è difficile riconoscere, in questa contrapposizione, una domanda che attraversa anche il nostro presente.
Chi ha davvero la possibilità di scegliere dove vivere? E quanto dipende questa libertà dalle risorse economiche, dalle opportunità, dalla rete di relazioni e dalla protezione di cui ciascuno dispone?
Pensiamo a chi lascia il proprio Paese per sfuggire a una guerra o a condizioni di vita insostenibili, ma anche a chi abbandona una città perché non può più permettersi di abitarla, a chi va via per mancanza di lavoro.
In questo senso, le Bucoliche raccontano anche una forma di ingiustizia che continua a sfuggire alle rappresentazioni più rassicuranti del mondo rurale: la terra può essere il luogo della stabilità e dell’appartenenza, ma può trasformarsi improvvisamente nello spazio di una perdita.
Se nelle Bucoliche la terra è qualcosa che si può perdere, nelle Georgiche diventa qualcosa di cui occorre imparare a prendersi cura. Siamo inermi di fronte alla realtà naturale che può in qualsiasi momento mischiare le nostre carte.
Noi ricordiamo le Georgiche come un poema didascalico che serve a insegnare in merito all’agricoltura, addirittura in merito all’apicoltura. Sicuramente già con questo punto di vista il poema acquisisce fascino, ma non va esaurito lì il suo valore. Non un semplice insieme di precetti tecnici in versi, ma un discorso più profondo sul rapporto tra l’uomo e la natura.
Pensiamo al rapporto con il tempo atmosferico. Il contadino può preparare il terreno, scegliere il momento della semina e impegnarsi per ottenere un buon raccolto, ma non può ordinare alla pioggia di arrivare.
Mentre parliamo di cambiamento climatico sempre più evidente, mentre ci chiediamo quanto le attività umane dipendano dagli equilibri ambientali e quanto esse stesse possano influenzarli. Rispetto alle Bucoliche, la terra non è un bene e nemmeno un ricordo, ma una realtà concretissima, pericolosa, che sfugge al nostro controllo.
La terra non è soltanto un bene da possedere, né un paesaggio da contemplare con nostalgia: è una realtà concreta con cui entrare in rapporto ogni giorno. Abitarla significa conoscerne i ritmi, accettare la fatica e comprendere che nessuna attività umana si svolge in uno spazio completamente indipendente dalle condizioni naturali.
Il lavoro diventa così una forma di conoscenza, ma anche un esercizio di misura: insegna che non tutto può essere ottenuto immediatamente e che alcuni risultati richiedono tempo, pazienza e continuità.
Mentre la velocità di produzione sembra essere il nostro fine ultimo, l’educazione alla responsabilità di Virgilio può ancora illuminarci.

Una patria nasce dall’incontro: Enea e il sangue mescolato.
Maurizio Bettini nel saggio Homo sum. Essere «umani» nel mondo antico, pubblicato da Einaudi nel 2019 attua una riflessione fondamentale dove mette in relazione il mondo antico e le migrazioni contemporanee. Bettini è un filologo classico e apre il suo libro con un episodio dell’Eneide: il naufragio di Enea e dei compagni sulle coste di Cartagine, dopo la fuga da Troia.
I profughi vengono accolti da Didone, Bettini mette questa scena in dialogo con le tragedie dei naufraghi nel Mediterraneo contemporaneo. Enea è stato per i Romani il punto di riferimento per creare non solo la loro storia d’origine (una la avevano già, quella di Romolo e Remo), ma anche il punto di svolta per mostrare il loro valore.
Questo valore non viene da una forza totale e incondizionata che esiste fin dall’alba dei tempi, ma soprattutto dalla capacità fin dalle loro origini di rialzarsi dalle difficoltà. Con profondo orgoglio, i Romani rivendicano che Roma è stata fondata dai discendenti di Enea, un troiano, un profugo, uno straniero, soprattutto uno sconfitto.
Enea scappa da Troia che è stata distrutta dagli Achei, fa parte in tutto e per tutto degli “sconfitti” e, grazie alla sua pietas riuscirà a rialzarsi dalle difficoltà. Una nuova città rappresenta soprattutto la rinascita: non dimenticando il passato, ma con la speranza per il futuro.
Certo, i Romani erano molto orgogliosi e Virgilio molto legato all’Imperatore Augusto, ecco perché nella sua Eneide sottolinea che Enea è figlio di Venere, ma per l’eroe usa spesso appellativi come “puer” (giovane) e “pius”, epiteto virgiliano per eccellenza, definito dalla pietas di Enea, una profonda devozione verso gli dei, il rispetto del fato, il senso del dovere verso la patria e l’amore filiale.
Enea non agisce per ambizione personale, ma perché deve compiere una missione decisa dagli dei. Questo lo rende un eroe “pio”, cioè rispettoso del volere divino.
Rinuncia all’amore per Didone e compie un grande sacrificio per il bene comune, ma allo stesso tempo alla fine si sposerà con un’altra straniera: i Troiani si mescolano con i Latini e da questo nascerà una nuova stirpe, migliore perché diversa. Virgilio lo esprime con una formula inequivocabile: «Hinc genus Ausonio mixtum quod sanguine surget» (Eneide, XII, 838), «Da qui nascerà una stirpe mescolata con sangue ausonio».
Roma, nella prospettiva mitica del poema, non è dunque il prodotto di un’origine rimasta intatta, di una discendenza immune da ogni incontro, ma il risultato di una mescolanza. La sua identità nasce dall’intreccio tra popoli differenti, dalla trasformazione reciproca e dalla capacità di costruire una continuità nuova a partire da storie che, inizialmente, non coincidevano.
Non è un caso che, nel libro I dell’Eneide, Enea e i suoi compagni, dopo essere naufragati sulle coste di Cartagine, vengano accolti da Didone. La regina conosce l’esperienza della fuga e della fondazione: anche lei ha lasciato la propria terra, Tiro, e ha costruito una nuova città, Cartagine. Prima ancora di diventare una storia d’amore tragica, il loro incontro è quello tra due persone che conoscono lo sradicamento.
È proprio questa esperienza condivisa a rendere possibile l’accoglienza. Come osserva Maurizio Bettini, il naufragio dei Troiani può essere letto in dialogo con le tragedie dei migranti contemporanei: il mare che per Enea è stato una via di fuga è lo stesso nel quale, ancora oggi, tante persone rischiano la vita per raggiungere una terra sicura.
La letteratura antica smette così di essere soltanto un patrimonio da custodire e torna a interrogarci sul modo in cui riconosciamo l’umanità di chi arriva da lontano.
Silvia Argento è docente di letteratura italiana e latina, scrittrice e redattrice per vari siti di divulgazione culturale. Autrice di due saggi dal titolo "Dietro lo specchio, Oscar Wilde e l'estetica del quotidiano" e "La fedeltà disattesa" e della raccolta di racconti "Dipinti, brevi storie di fragilità".




