Scultura, performance, pittura, grafica: i confini dei linguaggi artistici si mescolano e si dissolvono nell’ostinata ricerca di Wiktoria Kieniksman (Danzica, 1998). L’artista polacca porta per la prima volta in Italia la sua inconfondibile cifra stilistica con la mostra personale Shadow of Ego.
In corso fino al 4 novembre 2026 alla galleria NP ArtLab di Milano, l’esposizione offre al pubblico la chiave d’accesso a un universo visivo in cui confluiscono le diverse anime della sua giovane ma proficua carriera.
Dal percorso formativo ai maestri di riferimento, fino a un’attenta lettura critica delle opere e al dibattito sul ritorno alla figurazione e alla pittura: in quest’intervista appositamente redatta, l’artista si racconta a tutto tondo, offrendo gli strumenti per decifrare il suo sfaccettato universo espressivo.
Qual è il tuo percorso di formazione? In che modo ha determinato la tua attività attuale?
Mi sono diplomata in grafica presso l’Accademia delle Belle Arti di Cracovia, la città che mi ha accolta nove anni fa. Verso la fine del mio percorso di studi, ho avuto la possibilità di interfacciarmi con il metodo didattico della Post-Studio Art.
In totale assenza di mezzi, strumenti o aspettative rigide, operavamo in piena libertà, affrancandoci dai modelli educativi tradizionali che spesso inibiscono, nei giovani artisti, lo sviluppo di un pensiero autonomo.
Per me è stato come un ritorno all’infanzia: sono convinta che il modo migliore per liberare la creatività e il potenziale individuale sia proprio quello di emanciparsi dalla forma e dalle rigide norme dell’accademismo convenzionale.
Qual è la tua principale fonte di ispirazione? Ci sono artisti che consideri punti di riferimento imprescindibili per il tuo percorso professionale?
Amo molto il lavoro di Marlene Dumas e Tracey Emin, anche se non le considero dei veri e propri punti di riferimento per la mia attività artistica. Cerco l’intuizione soprattutto in me stessa, in un percorso di profonda introspezione e progressiva autoanalisi.
Le mie idee prendono forma e si consolidano mentre medito, passeggio, faccio la sauna. L’occhio appare come un buco nero che ci conduce nell’universo privato che custodiamo gelosamente dentro di noi.
A volte mi sento come un’asceta, una monaca; dipingo da osservatrice le mie aspirazioni, i miei sogni, i miei desideri più reconditi.
Sin dall’inizio del tuo percorso artistico hai sperimentato diverse tecniche e forme di espressione, dalla scultura alla performance, concentrandoti sulla pittura solo negli ultimi anni della tua attività. Perché credi che questo medium — nonostante sia il più tradizionale — possa essere il più espressivo oggi?
Amo dipingere e disegnare. La dimensione artigianale e prettamente fisica di questa mansione mi attrae profondamente. Sottopormi a lunghe e intense sessioni nel mio atelier, in completa solitudine, mi permette di rimanere costantemente in contatto con la parte più complessa della mia interiorità.
Credo, però, che la pittura non rappresenti l’approdo definitivo della mia ricerca. L’anima da performer che è in me non è affatto scomparsa, e mi piacerebbe molto tornare a dedicarmi alle arti performative se trovassi lo spazio giusto e la mia nicchia di pubblico.
Nel corso della storia dell’arte contemporanea, la pittura ha attraversato cicli continui di eclissi e rinascite, indissolubilmente legati ai mutamenti del mercato dell’arte e delle pratiche collezionistiche.
La pittura è facile da collezionare, conservare, esporre, comprare; tutto ciò che possiamo appendere a una parete diventa un prodotto appetibile per il mercato. Al contrario, vendere una performance è enormemente più complesso e controverso: ecco perché, per molti giovani autori, il ritorno alla pittura e alla figurazione si rivela il canale più immediato per esprimere il proprio talento.
Con la Post-Studio Art, durante gli studi, e, in seguito, con il mio collettivo Szaber (2020-2025), mi sono approcciata a tutti i media, ed è stata davvero una lieta e spensierata infanzia artistica.
Le idee, oggi come allora, continuano a ronzarmi in testa, ci vuole solo qualcuno disposto a mettergli le ali. Magari a Berlino…
Questa è la tua prima mostra in Italia. Le opere presentate sono concepite in dialogo tra loro? Sono pensate anche in relazione allo spazio della galleria?
Pur non essendo solita confrontarmi con la pratica site-specific, l’architettura di questa galleria mi ha suggerito in modo naturale la drammaturgia del percorso espositivo.
Il corridoio d’accesso accoglie una serie di opere grafiche che introducono gradualmente il visitatore alla superficie della mia interiorità, mentre la sala principale svela, attraverso grandi tele, i recessi più reconditi e le sfumature impercettibili dell’ego.
Ciascun dipinto agisce come un vero e proprio episodio psichico. I soggetti presentati, apparentemente ispirati dall’osservazione del reale, si configurano come archetipi di frammenti della mia interiorità, dando vita a un racconto fluido e unitario.
In Train (2026), il desiderio e il controllo si incontrano e si scontrano, mentre io rimango un’osservatrice esterna, custode di un equilibrio sottile e precario. L’esplorazione della mente prosegue in Monster (2026), dove porto alla luce i prodotti visivi di un cervello stanco, sospeso tra esaurimento e lucidità creativa.
Infine, The Bathtub (2026) rappresenta una deviazione, un’incursione diretta nella dimensione onirica. Cercavo di comprendere il mio sogno dipingendolo — un’immagine nata dopo aver visto il film Matrix, in cui avevo un doppio: una bambola vivente che, all’improvviso, ha iniziato a smaterializzarsi.
Attraverso i dipinti ed i disegni in mostra, consegno al pubblico la parte più vulnerabile del mio essere: segmenti privati che di solito proteggo e tento di nascondere.
Informazioni Wiktoria Kieniksman | Shadow of Ego
- fino al 4 novembre 2026
- NP ArtLab, Corso Monforte 23, Milano
- info@npartlab.com
Laureata in Storia e Critica dell’Arte presso l’Università degli Studi di Milano, è oggi assistente di galleria nell’effervescente panorama culturale milanese. Da sempre immersa nel mondo dell’arte, le sue indagini si focalizzano sull’evoluzione dei linguaggi artistici dall’epoca moderna fino a oggi.





