Sembra di stare sul set di un film. È questa la sensazione nitida e immediata che regala Casertavecchia quando la si scopre di sera, nel pieno del mese di ottobre e sotto una pioggia battente: una rivelazione capace di stravolgere del tutto l’immagine di un borgo abituato a mostrarsi quasi sempre sotto la luce solare dell’estate o nei primi caldi di stagione.

Senza bisogno di essere esperti di cinema, ci si rende subito conto di trovarsi di fronte a uno scenario di ineguagliabile bellezza. Le pietre antiche e bagnate che riflettono i bagliori dei lampioni, il silenzio denso interrotto soltanto dal picchiettare dell’acqua sulle facciate secolari e la nebbia sottile che avvolge la torre creano un’atmosfera magica, la scenografia perfetta per una storia di grande impatto visivo.
Da quell’altezza, lo sguardo spazia oltre le antiche mura e si spinge verso la piana illuminata nel fondovalle, offrendo un contrasto profondo tra la staticità monumentale del passato e il movimento sommesso del presente.
È proprio all’interno di questa cornice di straordinaria suggestione che prende vita il Chimera Fest: un festival culturale multidisciplinare promosso dall’associazione Itinerari Paralleli ETS nell’ambito del progetto di rigenerazione territoriale “La Finestra – Il community hub più piccolo d’Italia”.
Più che un semplice evento, il festival è un vero e proprio laboratorio a cielo aperto nato da un lavoro di squadra condiviso e aperto alla comunità.
Attraverso un programma articolato che intreccia concerti dal vivo, itinerari guidati di turismo sostenibile, proiezioni cinematografiche, degustazioni di prodotti locali dell’Alta Campania e dibattiti d’approfondimento con saggisti ed artisti, il Chimera Fest dimostra come un antico borgo possa trasformarsi in un centro propulsore di idee e confronto sociale.
Grazie al Chimera Fest, il borgo viene finalmente osservato con occhi culturali del tutto nuovi: lontani dalla prospettiva consumistica della solita sagra di paese, i visitatori e la comunità locale sono invitati a vivere il territorio non come semplice sfondo per un intrattenimento goliardico o gastronomico fine a se stesso, ma come uno spazio di senso, di ricerca artistica e di confronto intellettuale.
La pioggia d’ottobre in una delle quattro giornate non ha rappresentato un ostacolo, ma è diventata l’elemento catalizzatore che ha reso l’esperienza ancora più intima e raccolta, esaltando questa nuova fruizione consapevole del luogo.
Tra le stradine strette che convergono verso il Duomo di San Michele Arcangelo, il festival ha trovato il suo spazio ideale per far dialogare l’identità del territorio con i linguaggi dell’arte, della letteratura e della riflessione sociale.
All’interno di questo programma ricco di sfaccettature, dove la valorizzazione dei prodotti locali e della cultura gastronomica dell’Alta Campania procede di pari passo con la musica e le arti visive, si inserisce il contributo di figure di rilievo del panorama intellettuale contemporaneo, tra cui Marzia Camarda.

Imprenditrice culturale, editor e saggista, Camarda si occupa da anni con grande rigore dell’analisi dei testi, dei linguaggi scolastici e della strutturazione dei codici socioculturali.
Nel suo intervento intitolato Dizionario del Mediterraneo, ospitato nella Chiesa dell’Annunziata, l’autrice ha attinto al suo imponente lavoro enciclopedico — un compendio lessicale di ben 2.417 lemmi pensato per mappare integralmente le questioni di genere, le disparità e le rappresentazioni sociali —, selezionando i termini più legati alla cultura mediterranea.
Attraverso questa vera e propria enciclopedia delle parole e dei significati, la saggista ha proposto una riflessione profonda sulla necessità di usare le parole giuste per decostruire gli automatismi linguistici e far emergere ciò che spesso passa sottotraccia o rischia di rimanere invisibile.
Ascoltando quelle suggestioni e sfogliando poi direttamente le pagine di quell’enciclopedia, il pensiero si è inevitabilmente spostato su uno dei nodi centrali che emergono da un’analisi lessicale di questo tipo: l’ambito culinario.
All’interno di questo processo di scomposizione verbale, la cucina emerge infatti come un paradigma particolarmente significativo. Essa viene interpretata sia come luogo materiale sia come metafora culturale in cui si è storicamente consolidata la mansione domestica e assistenziale, quasi sempre attribuita al genere femminile.
L’opera enciclopedica mette in luce come questa pratica quotidiana venga comunemente data per scontata o derubricata a mera “inclinazione spontanea” delle donne, generando un divario concreto sia sul piano economico sia nella gestione del tempo personale.
Si analizza in tal modo la consuetudine sociale e il preconcetto espressivo che accosta in modo automatico la donna alla gestione della mensa familiare (esemplificato dall’associazione «la mamma cucina»).
Da tale cornice affiora chiaramente il cosiddetto dilemma della valorizzazione, legato a una demarcazione di genere fra la sfera intima e quella collettiva.
Mentre tra le mura di casa la preparazione del cibo viene derubricata a mansione secondaria, non riconosciuta e implicita, affidata alla figura femminile, nel contesto dell’alta gastronomia professionale la figura dello chef rimane tradizionalmente una prerogativa maschile, sinonimo di autorevolezza, riconoscimento sociale e guadagni elevati.
In definitiva, l’analisi mostra come l’ambiente culinario rappresenti una chiave di lettura essenziale per decifrare l’influenza dei codici verbali e dei comportamenti d’uso nella strutturazione dei rapporti gerarchici e nella marginalizzazione delle attività non retribuite.
L’immagine di Casertavecchia immersa nella pioggia d’ottobre rimane così impressa non solo per la sua bellezza visiva, ma per ciò che ha saputo custodire ed evocare.
In un tempo in cui borghi e tradizioni rischiano di essere ridotti a semplici scenografie per il consumo turistico, il Chimera Fest dimostra che restituire vita a un territorio significa prima di tutto abitarlo con consapevolezza.
È nel solco di questo sforzo collettivo — fatto di lavoro di squadra e rifiuto di ogni individualismo — che la cura dei luoghi e la trasparenza del linguaggio finiscono per coincidere.
Perché rinnovare le parole con cui raccontiamo i nostri mestieri, la nostra storia e le nostre abitudini quotidiane non è un mero esercizio di stile, ma il primo, fondamentale passo per dare finalmente il giusto peso e la giusta dignità a chi, ogni giorno e spesso nell’invisibilità, continua a prendersi cura del mondo.
Sono un contadino appassionato di gastronomia, che dedica il proprio lavoro quotidiano a valorizzare l’eccellenza delle materie prime. Attraverso la cura della terra, cerco di preservare il legame storico e culturale con il territorio, portando in tavola il valore di una tradizione autentica e rispettosa della natura.















