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55. Biennale d’Arte di Venezia. Padiglione del Bahrain. Interviste agli artisti Waheeda Malullah, Mariam Haji e Camille Zakharia

In a world of your own (In un mondo tutto tuo) è il titolo proposto dal Padiglione del Bahrain che debutta in laguna in occasione della 55. Biennale d’Arte di Venezia. Occupa uno spazio dell’Arsenale tra Turchia e Indonesia e, tranne la presenza dell’artista Camille Zakharia (Tripoli, Libano 1962 vive nel Bahrain), vede una predominanza al femminile. Le altre due artiste del padiglione sono infatti Mariam Haji (Bahrain 1985) e Waheeda Malullah (Bahrain 1978); commissario è la Sheikha Mai Bint Mohammed Al Khalifa, ministro della Cultura del Regno del Bahrain e curatore Melissa Enders-Bhatia.

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A Villager’s Day Out è la serie fotografica che Waheeda Malullah ha realizzato nel 2008 in cui una ragazza avvolta in un’abaya totalmente nera esce dal suo quotidiano per esplorare con libertà il mondo circostante. Precisa l’artista:

“Potrebbe anche essere lo sguardo di un uomo. Ma in quanto donna i miei soggetti sono prevalentemente femminili.”

Si legge il desiderio di scoperta, l’entusiasmo e anche una nota di spensieratezza in questo racconto dai colori saturi. In altri lavori come la serie Light (2006), nella collezione fotografica del British Museum di Londra, il linguaggio adottato da Malullah era il bianco e nero, ma nell’evoluzione della sua poetica l’artista si è orientata sempre più verso l’uso dei colori e dell’immagine in movimento.
Spiega:

“Sono un’artista visuale, fin da bambina ho amato l’arte e ho iniziato a disegnare e dipingere. Avevo 9 o 10 anni quando ho sentito che quella era la mia strada.”

Tra i suoi mentori c’è Anas Al Shaikh, fotografo del Bahrain conosciuto a livello internazionale. La fotografia è una sorta di taccuino visivo per lei, uno spazio fisico e mentale in cui proiettare il suo mondo interiore. Non usa la macchina fotografica per documentare la realtà, quindi, ma come punto di partenza per un’elaborazione creativa che esprima pienamente il suo punto di vista. Un processo che non esclude mai la componente dell’ironia – più o meno velata – che torna ad affiorare anche nel suo lavoro più recente (At home, My face, Red and White) esteso al video, installazione e performance.

E’ un lavoro ambizioso il collage fotografico c/o (2013), così almeno lo definisce lo stesso Camille Zakharia, presente con le fotografie della serie A coastal promenade anche nel primo padiglione del Bahrain (insieme a Bahrain Urban Research e Mohammed Bu Ali) alla Biennale di Architettura 2010 che ha valso al paese il Leone d’Oro per il miglior padiglione nazionale.
c/o è un modo per connettere le sue varie esperienze e di proporle all’osservatore in maniera “fresca” per instaurare un dialogo che dal personale diventa collettivo: esperienze condivisibili al di là dei confini geografici e culturali.
La prima domanda che l’artista pone a se stesso è sul significato che abbia avuto lasciare trent’anni fa il suo paese – il Libano – e come quest’esperienza abbia cambiato il suo modo di essere.
Il “suo paese” non è più – o meglio non è soltanto – la patria, il luogo natio e degli affetti familiari, sono stati il suo paese anche i luoghi in cui ha transitato, soggiornando per un certo periodo: Canada, Grecia, Turchia e ora Bahrain.

“In ognuno di questi paesi ho avuto esperienze in alcuni casi memorabili, in altri meno.” – afferma Zakharia – “Così ho cominciato a riguardare l’archivio che ho collezionato nel corso del tempo, iniziando a lavorare su queste memorie. Ho selezionato luoghi, momenti diversi ricomponendo i vari frammenti e dandogli una nuova collocazione così come affiorano nella memoria”.

Elementi della realtà, quindi, associati tra loro senza alcuna categorizzazione, ma lasciandoli avvolti nell’atmosfera di apparente casualità.
Ricordi in cui affiora alternativamente felicità e tristezza, segnati dalla presenza di frammenti di buste da lettera “via aerea” con la scrittura della madre Alice Daoura Zakharia.

“Quando ho lasciato il Libano il mezzo di comunicazione più diffuso erano le lettere. Tutte queste lettere che mi sono state spedite “care of” (c/o), presso un qualche luogo specifico durante la mia vita di nomade, mi hanno aiutato a superare le difficoltà del vivere in solitudine”.

Il suo collage fotografico riunisce centinaia d’immagini (per l’esattezza 550) scattate dall’autore ad eccezione di quelle che ritraggono lui e i suoi fratelli o altri familiari, che provengono dall’album di famiglia.

“Libano, Bahrain, Oman, Canada.. paesi diversi come le esperienze che vivono dentro di me. Le foto nel formato quadrato sono state scattate con la Rolleiflex, che ho acquistato nel 1990. Prima di quella data, a partire dal 1978, usavo una 35 mm. Ho sempre usato la fotografia come un diario, scrittura. Alcune volte uso questa tecnica per progetti specifici, ma per lo più fotografo per me. Come in Canada, da dove sono appena tornato, dove ho documentato per un mio interesse personale i cambiamenti del paesaggio urbano”.

Camille Zakharia, che viene da una famiglia cristiana molto religiosa, ha lasciato il Libano nel 1985, durante la guerra civile, dopo aver conseguito la laurea in Ingegneria Civile all’American University di Beirut.

“I miei due fratelli più grandi erano andati a New York e sarei voluto rimanere in Libano con in i miei genitori ma la situazione economica era precipitata e non c’era altra possibilità se non quella di andare via dal paese. Come tanti altri anch’io ho lasciato il Libano con la speranza di tornare dopo un anno o due, ma di anno in anno ho realizzato che questa speranza stava diventando un sogno e non volevo che si trasformasse in una fissazione frustrante. Allora mi sono detto che la vita doveva andare avanti. Vivo il momento. Ora sono in Bahrain. Nel 1991 sono stato per la prima volta in questo paese, rimanendo fino all’inizio del ’95. Poi sono tornato alla fine del 1999 e ormai sono qui da tredici anni. In questo piccolo paese mi sento a casa, la gente è cordiale e generosa. Da qui mi muovo per qualsiasi altra destinazione, basta prendere un biglietto aereo. Non mi sento affatto isolato e non penso che tornerò mai più a vivere in Libano. Ci torno con affetto, amo il paese così come la gente, ma sento che ormai c’è una distanza impossibile da superare”.

Mariam Haji, infine, presenta la sua personale interpretazione della vittoria. Victory (2013) è un disegno su carta a pastelli, carboncino, pigmenti e altri materiali lungo otto metri:

“è l’interpretazione di una donna mediorientale, ovvero l’opposto della visione stereotipata maschile ovunque nel mondo.” – spiega l’artista – “Con questo lavoro esprimo parecchio del mio pensiero, ma lo faccio al 90%. Mi riferisco anche al contesto sociale in cui c’è un umile asino tra tanti fieri cavalli arabi che corrono. Tra loro si possono riconoscere anche due puledre. Lascio libertà d’interpretazione all’osservatore.”

Mariam si è ispirata al dipinto di Henri Regnault Automedon with the horses of Achilles, ribaltando la visione eroica e maschile e ponendosi al centro della rappresentazione avvolta in un manto scuro a dorso d’asino. Questa è la fase conclusiva di un ciclo che riunisce tre lavori focalizzati sul tema del suo essere donna e artista mediorientale e del conflitto tra spiritualità e carnalità.

Info

  • Padiglione del Bahrain. In a world of your own
  • 55. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia
  • Arsenale
  • dal 1 giugno al 24 novembre 2013
  • Commissario: Mai Bint Mohammed Al Khalifa
  • Curatore: Melissa Enders-Bhatia
  • Artisti: Mariam Haji, Waheeda Malullah, Camille Zakharia
  • www.bahrainpavilion.bh

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