La mostra che non ho visto #33. Daniela Perego

Daniela Perego in un autoritratto fotografico
Daniela Perego in un autoritratto fotografico

Caro Gianni,
a lungo ho cercato una risposta alla tua domanda ma è molto difficile per me poter soddisfare la tua richiesta.
Non so chi o cosa avrei potuto vedere di così potente tanto che la mia vita ne potesse essere stravolta.
Non mi fraintendere non sto peccando di presunzione, ma credo che tu intuisca quanto il mio lavoro parta da dentro di me e quindi poco o nulla ha il potere di influenzarlo. O forse potrei dire che niente in particolare ma tutta la vita stessa ha un effetto travolgente su di me e quindi per assurdo tutte le mostre mancate.
Non solo tutte le mostre mancate ma soprattutto le esperienze non vissute i luoghi non visti, le persone non conosciute. So che questo viene difficilmente compreso ma dopo lunghe riflessioni proprio non riesco a trovare una risposta precisa. Il mio lavoro nasce da una esigenza espressiva di quello che provo e ho provato nella vita, in definitiva, sono emozioni comuni a ognuno noi ma tutto sottilmente e inesorabilmente parte da lì.
Ho cercato di “parlare” dell’assenza, dell’inadeguatezza alla vita, della solitudine e in ultimo della morte. Anche se sono temi pesanti e sicuramente dolorosi spero comunque di aver dato un punto di vista tutto sommato poetico e a volte ironico. Questa breve introduzione al mio lavoro è solo per far capire il perchè della mia difficoltà a trovare una mostra che avrebbe potuto avere un così forte impatto sulla mia vita, parto da un’altra parte, dall’interno.

Forse mi posso immaginare qualcosa di impossibile o “terribilmente” potente che la natura, che tu sai bene quanto io ami, mi potrebbe offrire. Volare dentro l’aurora boreale, essere travolta da un tornado, stare dentro un bosco di notte durante una tempesta di fulmini, nuotare in un onda anomala, stare dentro un vulcano in eruzione e ancora, ancora…

Ma stiamo con i piedi per terra, si fa per dire, forse più che una mostra perduta è non aver avuto la possibilità di vedere come lavorava Giotto, che io amo moltissimo, o Caravaggio o, per stare al presente, Bill Viola. Ma questo non risponde alla tua domanda.
In conclusione non ho una risposta, o meglio, la mia risposta è che non c’è mai stata e probabilmente non ci sarà mai.

Ganni Piacentini

Ganni Piacentini

Nato mezzo secolo fa a Roma e morto nel futuro, non attraversa di buongrado la strada senza motivo. Impiegato prima in un forno in cui faceva arte bianca poi del terziario avanzato, da mancino dedica alle arti maggiori la sola mano sinistra. Allestisce, installa, fa deperire, dimostra, si confonde, è uno scadente imbonitore, intelligentissimo ma con l’anima piuttosto ingenua. Ha fondato in acqua gli artisti§innocenti, gruppo di artisti e gente comune, che improvvisa inutilmente operette morali. Tra suoi progetti: la Partita Bianca (incontro di calcio uguale), una partita notturna tra due squadre vestite di bianco, a cura di ViaIndustriae, Stadio di Foligno 2010 e, in versione indoor, Reload, Roma 2011 e Carnibali (per farla finita con i tagliatori di carne), Galleria Gallerati, Roma 2012.
Ha contribuito alla performance collettiva TAXXI (Movimento di corpi e mezzi al riparo dalle piogge acide contemporanee) prodotto dal Dipartimento Educazione del Maxxi nel 2012. Sua la cura del Premio città etica (per l’anno duemilae...) e del Premio Retina per le arti visive.

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