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Venezia, la Biennale d’Arte e anche di più

Venezia si potrebbe riassumere con un proverbio cinese:

“Se non cambiamo direzione, è probabile che finiremo esattamente dove siamo diretti”.

La magia di questa città è tanto vera quanto retorica poiché riesce ad essere allo stesso tempo famosissima e misteriosa; servirebbe un sistema per individuare le zone più fotografate e quelle più ignorate.

Da sempre presente nella letteratura e nel cinema, attraverso epoche e generi, vanta una lunga lista di artisti che hanno cercato un modo per viverla e raccontarla con originalità.

Due esempi per tutti. Il primo, la francese Sophie Calle resa celebre dai lavori fortemente connotati dal voyeurismo e dagli inseguimenti, uno dei quali, iniziato a Parigi, la porta imprevedibilmente nelle calli veneziane (Suite Venitienne). Fa ritorno poi, qualche tempo dopo e per alcuni mesi veste i panni di una cameriera d’albergo per rubare immagini degli effetti personali dei clienti (L’Hotel).

Nel secondo caso la nostra Silvia Camporesi con La Terza Venezia vi trascorre un periodo invernale, lontana da ogni richiamo turistico e dai percorsi da cartolina, per mostrarci con le sue foto, leggende e scenari reali o ricreati all’occorrenza con una serie di abili escamotage, testimoni di un luogo che esiste solo in parte, ma proprio per questo, più vero.

In un tale gioco di specchi, la città sembra godere: nobile, decaduta, altezzosa e difficile, si offre a chi ha voglia di perdersi, riuscendo a stupire anche chi crede di conoscerla e la frequenta più assiduamente.

Raccogliamo la sfida allora, giunti al giro di boa della 55° edizione della Biennale d’Arte (irrimediabilmente al centro di critiche e discussioni, registra – dato ufficiale aggiornato al 29 Agosto – circa 180.000 ingressi), inaugurata il 1 giugno e aperta fino al 24 novembre e invitiamo a scoprirla seguendo un proprio personale percorso, dentro e fuori i luoghi istituzionali come Arsenale e Giardini o Padiglione Italia curato da Bartolomeo Pietromarchi, che quest’anno, va detto, dà agio al visitatore di spaziare con lo sguardo tra le opere e di respirare (profumi aleggiano, a dare dignità anche al senso dell’olfatto), a differenza della precedente dove pareva imperasse l’horror vacui.

Dell’Arsenale citiamo ad esempio l’istallazione che rappresenta l’Argentina (Rapsodia Inconclusa di Nicola Costantino, qui di seguito il link al making of dell’opera http://player.vimeo.com/video/69752652) e ci introduce letteralmente in alcuni momenti pubblici e privati della vita di Eva Peron; Venezia Venezia (per il Cile), un plastico in scala che riproduce l’area dei Giardini della Biennale in alternata emersione/immersione nella laguna che l’autore, Alfredo Jaar, descrive come un “fantasma della storia”. Secondo l’idea di Jaar l’artista crea modelli di riflessione sul mondo e nello specifico anche su questa manifestazione, che – dice – è ancora ferma a un secolo fa.

Segnaliamo il progetto curatoriale di Cindy Sherman, una sorta di “personale museo immaginario” di oltre duecento opere selezionate allo scopo di darci la misura delle possibili interpretazioni e rappresentazioni del sè messe a disposizione dall’arte, che ci offre anche l’opportunità di scoprire i riferimenti dai quali la stessa artista trae ispirazione, ad esempio la propria collezione di album fotografici di famiglia.

Una nota negativa: dispiace non poter godere l’intera vista del lungo corridoio delle Corderie, ora interrotto da sezioni rese come un susseguirsi di gallerie a sè stanti. La scelta snatura in parte le caratteristiche di questo singolare spazio espositivo, che si apre con l’ormai famosissimo Palazzo Enciclopedico di Marino Auriti, sunto delle linee guida della Biennale curata da Massimiliano Gioni, emblema dell’utopia di riunire tutto lo scibile umano in un unico modello; racconta lo stesso Gioni:

“L’impresa rimase incompiuta ma il sogno di una conoscenza universale e totalizzante attraversa la storia dell’arte e dell’umanità e accomuna personaggi eccentrici come Auriti a molti artisti, scrittori, scienziati e profeti che hanno cercato – spesso invano – di costruire un’immagine del mondo capace di sintetizzarne l’infinita varietà e ricchezza.
Oggi, alle prese con il diluvio dell’informazione, questi tentativi di strutturare la conoscenza in sistemi omnicomprensivi ci appaiono ancora più necessari e ancor più disperati. (…)
Sfumando le distinzioni tra artisti professionisti e dilettanti, tra outsider e insider, l’esposizione adotta un approccio antropologico allo studio delle immagini, concentrandosi in particolare sulle funzioni dell’immaginazione e sul dominio dell’immaginario. Quale spazio è concesso all’immaginazione, al sogno, alle visioni e alle immagini interiori in un’epoca assediata dalle immagini esteriori? E che senso ha cercare di costruire un’immagine del mondo quando il mondo stesso si è fatto immagine?”

Ai Giardini, il Padiglione del Belgio racchiude il commovente, Kreupelhout-Cripplewood. Nella penombra, sotto un lucernario oscurato da quella che sembra già di per sé un’opera di Kiefer, un gigantesco albero, simile ad un grande corpo fragile e ferito, abbattuto al suolo da una tempesta poi recuperato dall’artista Berlinde de Bruyckere, continua a vivere seppure bendato e protetto dalla cera e se ci si sofferma ad osservarne i particolari, evoca leggende che sanno di mari, di creature mitologiche e bestie misteriose. A curare il progetto, assieme alla de Bruyckere è il premio Nobel per la letteratura J. M. Coetzee, già coautore con la stessa di un libro di racconti e illustrazioni dal titolo All Flesch.

Notevole il film (in tre parti distinte, che avranno però un comune intreccio finale) “History Zero” dell’artista greco Stefanos Tsivopoulos. Al centro dell’opera il valore del denaro e l’importanza dello stesso nei rapporti umani, tema sviluppato attraverso le storie di tre diversi personaggi: un giovane immigrato spinge un carrello per le strade di Atene raccogliendo rottami di ferro da rivendere, un artista (lo stesso Tsivopoulos?) raccoglie con l’iPad scene di vita quotidiana in cerca d’ispirazione e un’anziana collezionista d’arte persa nella propria demenza senile. Cosa li riunirà poeticamente, ma non solo?

Naturalmente molto, nei due spazi maggiori è degno di nota, ma se si hanno tempo e curiosità, la meraviglia si trova anche “fuori”.

A cominciare dal Padiglione del Messico, posto in uno spazio straordinario aperto al pubblico solo in rare occasioni, la chiesa sconsacrata di San Lorenzo (nell’omonimo Campo). Da sempre conosciuta per l’acustica perfetta che si sviluppa in una “cassa armonica” di 18 metri di altezza e 500 metri di estensione, ora ospita l’elegante istallazione sonora “Cordiox” di Ariel Guzik, in assoluta sintonia con il luogo.

Nel 1984 lo stesso edificio era stato scelto dal compositore veneziano Luigi Nono per ambientare la prima rappresentazione del “Prometeo-Tragedia dell’Ascolto” e Renzo Piano aveva creato appositamente una struttura in legno a forma di chiglia di nave, che ospitava il pubblico ed esaltava la propagazione del suono.

Molti progetti, anche di abbattimento della chiesa, si sono susseguiti nel tempo; la speranza invece è di non perdere questo affascinante esempio di architettura che ha l’809 come prima datazione, ma riporta i segni di tutti i successivi interventi (compreso un maestoso altare tardo seicentesco a “doppia faccia”) ed evoca le presenze di chi lo ha “abitato”: dietro le imponenti grate di ferro si nascondeva il coro, innalzato a più livelli, delle monache di clausura benedettine appartenenti alle più facoltose famiglie veneziane; scelto da Vivaldi come sede di prova, Marco Polo lo indicò come luogo per la propria sepoltura, anche se in seguito a vari avvenimenti, le spoglie sono state disperse.

Di tutt’altra natura il Padiglione della Macedonia (“Silentio Pathologia” di Elpida Hadzi-Vasileva – Scuola dei Lanieri, Santa Croce), curioso per il progetto, raccapricciante per la realizzazione: un labirinto di alte pareti di ferro e tendaggi costituiti di bozzoli di seta e pelli di topi bianchi, intende porre l’attenzione in modo incisivo sullo sfruttamento degli animali per scopi di mercato.

Oltre all’opera “Bang” presso il Padiglione tedesco ai Giardini, Ai Weiwei presenta “Disposition” (al Complesso delle Zitelle – Zuecca Project Space – “Straight” e nella Chiesa di Sant’Antonin “S.A.C.R.E.D.” – acronimo di “Suppers.Accusers.Cleanising.Ritual.Entropy.Doubt”), un lavoro in due parti che ci ricorda nella prima il terribile terremoto che devastò la provincia del Sichuan nel 2008 uccidendo oltre 80 mila persone e nella seconda (inaugurata dalla madre dello stesso Ai Weiwei) le forti contraddizioni e i drammi conseguenti allo sviluppo nella Cina contemporanea, in particolare alcune scene quotidiane della detenzione dell’artista per motivi politici, ricostruite con modelli fedelissimi in fibra di vetro e inserite in sei grandi contenitori di ferro, sui quali si aprono piccole finestre poste in modo da obbligare lo spettatore a piegarsi o a salire su un supporto per vedere all’interno, istillando inevitabilmente un senso di disagio.

Scegliamo ancora tre particolari progetti, in conclusione, piccoli ma degni di attenzione, sia per le opere che per la sede: tra gli eventi collaterali (presso la palladiana Loggia del Temanza – Centro Studi e Documentazione della Cultura Armena) “Steel-Lives, Still-Life” il lavoro fotografico di Norayr Kasper sulle industrie armene dell’acciaio, un tempo vivaci e produttive ora quasi completamente abbandonate, hanno come immagine portante il ritratto di un’operaia, dallo sguardo intenso di perdita e di speranza, stampato su un telo di seta e appeso ad un supporto di metallo, si muove con il vento e lascia trasparire un’intera narrazione. Ci racconta lo stesso Kasper:

“ho voluto concentrarmi sull’arte e il concetto e non documentare. Cioè con lo stile di natura morta (o natura sospesa) inquadravo le composizioni dell’anima di questi ambienti e le persone che ancora ci lavorano. Sono delle composizioni di chiaroscuro sul tema della mancanza della rilevanza o pertinenza.
Le opere e l’installazione evidenziano il rapporto tra fragilità e rigidità, tra seta e acciaio e lei simbolizza tutte e due con il suo sguardo eloquente e penetrante”.

A condividere lo stesso giardino, ma istallato nella lavanderia di palazzo Zenobio, il Padiglione dell’Islanda presenta un intervento scultoreo di Katrin Sigurdardóttir sugli spazi che da angusti e ristretti si trasformano in ariosi, lasciando fuoriuscire dalle aperture delle pareti un pavimento a disegni di ispirazione barocca: l’effetto è sicuramente straniante e ricalca quella che è la poetica dell’artista, caratterizzata dalla manipolazione irriverente e giocosa delle proporzioni, oltre a sottolineare, con questa ricostruzione, la mancanza, all’interno dei Giardini che ospitano altri Paesi Nordici, di un Padiglione dedicato al proprio Paese.

Alle Fondamenta delle Zattere, in un’ambientazione che obbliga all’attenzione estrema e al buio quasi completo, ai rumori soffusi e ai piedi scalzi, la mostra di Bart Dorsa riporta su lastre fotografiche di collodio e vetro argentato e sculture in bronzo, la storia personale di “Katya” una ragazza russa che passa da una rigorosa esistenza monastica ortodossa dai 3 ai 13 anni, quando la madre decide di entrare in convento, alla vita frenetica e “underground” di Mosca. Il risultato è un reticolo di storie impresse sulla pelle del viso e del corpo, molto ben reso anche dalla peculiarità della tecnica impiegata.

Fuori Biennale, ma vale la visita, la collettiva “Wunderkammer” a palazzo Widmann (Calle Widmann), curata da Antonio Nardone. Proprio seguendo i canoni delle “Camere delle Meraviglie” ottocentesche riassume le opere di 20 artisti contemporanei (Pascal Bernier, Isobel Blank, Stefano Bombardieri, Ulrike Bolenz, Charley Case, Marcello Carrà, Eric Croes, Dany Danino, Wim Delvoye, Laurence Dervaux, Yves Dethier & Olivia Droeshaut, Jacques Dujardin, Jan Fabre, Alessandro Filippini , Manuel Geerinck, Roberto Kusterle, Jean-Luc Moerman, Michel Mouffe, Ivan Piano, Vincent Solheid, Bénédicte van Caloen, Patrick van Roy, Sofi van Saltbommel), che dialogano perfettamente con le stanze seicentesche della residenza Widmann in un trionfo di artificio e verità, creatività ed evidenza scientifica. Il visitatore si troverà a stretto contatto con surreali creature e bizzarre entità come fatine dei denti, volpi avvolte in bendaggi, tarantole, teschi ricoperti di scarabei che stringono tra i denti un malcapitato pappagallo, uomini-pesce, ossa e crani di ogni genere, curiose statuette che sfiorano la blasfemia, farfalle da combattimento, addirittura una tigre dagli occhi azzurri completamente tatuata. Nel palazzo rinascimentale, luci soffuse e scricchiolii degli antichi pavimenti fanno da perfetto palcoscenico per questo spettacolo di magia, mistero, ironia, inquietudine e (è proprio questo il caso) arte varia, visionario ma anche evocativo del piacere fanciullesco del sogno e della meraviglia.

E chiudiamo quindi il nostro cerchio, tornando di nuovo al punto iniziale, la magia. In questa città può nascondersi ovunque, anche in un piccolo particolare, in un taglio di luce, in una finestra coperta da rampicanti, in un portone sbrecciato che da solo, varrà il viaggio.

Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire.

Info
Il Palazzo Enciclopedico
Venezia, Giardini – Arsenale, 1 giugno > 24 novembre 2013

  • Orario: 10.00 – 18.00
  • Chiuso il lunedì (escluso lunedì 3 giugno e lunedì 18 novembre 2013)
  •  Biglietterie Giardini e Arsenale (Campo della Tana)
  • Orario apertura 10.00 – 17.30
  • Prevendite www.labiennale.org
  •  Catalogo Marsilio Editori
  •  Prenotazioni e informazioni: Tel. +39 041 5218 828; Fax +39 041 5218 732; promozione@labiennale.org

Wunderkammer

  • A cura di Antonio Nardone
  • Venezia – Palazzo Widmann – Calle Larga Widmann (Rialto-Ospedale)
  • Apertura al pubblico: dal 1 giugno al 29 settembre 2013 dalle h.11.00 alle 19.00
  • Catalogo ed. Rond-Point des Arts
  • www.wunderkammerexpo.com / antonio@artenews.net
  • Uff. Stampa: info@ch2.it

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