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La mostra che non ho visto #42. Andrea Fogli

Andrea Fogli fotografato da Vicente Lucas
Andrea Fogli fotografato da Vicente Lucas

Non aver visto una mostra non è poi cosa che ci può turbare più di tanto. Le opere d’arte prima o poi le rivedi. Sono solo le rappresentazioni di quelle arti “effimere” come il teatro e la danza, o certe esecuzioni musicali, ad essere irripetibili, e quindi capaci di poter suscitare il desiderio di avere una “macchina del tempo”.

Certo, direte voi, le “installazioni” una volta perse non ritornano…ma la storia di queste mise en scène è cosa recente, e sarebbe preoccupante che uno di noi avvertisse nostalgia o rammarico per aver perso qualcosa che continuamente ci ronza intorno o che bene o male fa parte della cronaca quotidiana.

Cosa ben diversa è non aver visto le scene originali di Adolphe Appia o Gordon Craig, le prime esecuzioni dei quartetti per archi di Beethoven o le performance di Toscanini e Furtwängler,

le coreografie di Nijinsky o Anna Pavlova…Cosa ben diversa, cambiando registro, è non essere stati presenti alla Rivoluzione d’Ottobre o al Battesimo di Cristo! Queste sì che sono cose, insieme a molte altre, che a ragione possiamo avere il rammarico di non aver visto!

Le mostre no, casomai gli artisti nel loro atelier. Per esempio Klee con il suo gatto, le sue marionette e il suo violino, e un’infinità di piccole carte magiche tutt’intorno. O la “grotta” di Giacometti, cosparsa di polvere di gesso e cicche di sigarette, e lui lì ogni giorno, inamovibile, davanti al cavalletto o “mani in pasta” che dice, senza farsi ascoltare da nessuno: Ecce Homo!

Una mostra avrei sì voluto vedere, anche se non era proprio una mostra di quelle che intendiamo oggi.  Niente di spettacolare per intenderci, né un gran pubblico come quello che affolla giocondamente i megamusei intercontinentali. Eppure è stata una “mostra” che è stata chiusa e sequestrata dal Re tre giorni dopo, cosa che oggi non accade quasi mai, e se accade è perché l’artista provocatore se l’è furbescamente cercata per intasare i media di mezzo mondo.

Come dicevo, avrei voluto essere il 6 febbraio del 1799 nella Calle del Desengano, a Madrid. Quel giorno, un affermato pittore di corte, Francisco Goya, espose in gran segreto dentro una drogheria di profumi e liquori, situata nella stessa via dove abitava, il primo libro dei Capricci.

Il giorno non era stato scelto a caso: era il mercoledì delle Ceneri, il giorno ideale per porre termine ad un Carnevale senza fine, ad una abbuffata di vizi, stupidità ed orrori. Il nome della via poi non lasciava dubbi: era l’ora del Disinganno, di un’opera salutare che però non doveva  essere condotta attraverso l’olimpica Dea Ragione od una ascesi “poveristica”, bensì grazie ad uno sguardo impietoso e folle capace di far apparire la nuda verità, l’ombra invisibile, il rimosso. Una sequela di fantasmi veri, emersi dalla ferita aperta della sua vita tormentata da sciagure, depressioni e malattie, saliva così sulla scena per mandare finalmente via i fantasmi mascherati da borghesi, da nobili o da preti, i mostri imbellettati inconsapevoli del loro orrore, le inerti marionette del visibile.

E sì, caro Francisco&Lucientes, avrei voluto esser lì quel giorno, tra gli anonimi passanti in cerca di droghe e liquori, o invisibile sgusciare tra le mura dipinte del tuo eremo della Quinta del Sordo, senza doverla vedere in quel grande magazzino dell’arte che è il Prado, dove gli occhi dei visitatori – come al Louvre o al MOMA – si annebbiano ancor di più, assediati da un’inutile marea di opere d’arte. Purtroppo è così, mostre e musei oggi sono quasi sempre la tomba della visione e dell’ascolto. Bisognerebbe svuotarli, lasciare solo poche cose…ma di questo avremo modo di riparlarne.

Per oggi non mi resta altro che augurarvi “good night and good luck”.

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