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Gravity di Alfonso Cuarón. Alla deriva nello spazio della mente

L’universo può essere meraviglioso e terrificante. Una potenza mistica accogliente in cui cullarsi e un’entità annientatrice di fronte a cui l’uomo prende coscienza del suo limite.

“Vorrei essere libero, libero come un uomo. / Come l’uomo più evoluto che si innalza con la propria intelligenza / e che sfida la natura con la forza incontrastata della scienza, / con addosso l’entusiasmo di spaziare senza limiti nel cosmo / e convinto che la forza del pensiero sia la sola libertà.”
(Giorgio Gaber, La libertà, 1972)

La dottoressa Ryan Stone è un brillante ingegnere biomedico per la prima volta in missione nello spazio. Per l’astronauta veterano Matt Kowalsky si tratta dell’ultimo viaggio prima di andare in pensione. Mentre si trovano all’esterno dello Shuttle per effettuare delle operazioni di manutenzione al telescopio Hubble, arriva improvviso il caos. Una tempesta di detriti distrugge la navetta. L’equipaggio all’interno viene sterminato. Adesso Ryan e Matt sono gli unici sopravvissuti alla deriva nel cosmo.

Il nemico è in se stessi, nella capacità di controllare la propria paura e in particolar modo per Ryan nel trovare una motivazione, una nuova forza per riuscire a sopravvivere e tornare sulla Terra. Questa forza uscirà fuori dopo aver superato il suo buio interiore causato, tempo prima, dalla perdita della figlia.

Sospesi in un limbo nero straniante in lotta contro l’assenza di gravità, un’immensa forza invisibile.

Il corpo si contrae lottando inutilmente contro l’assenza di peso, di controllo, di direzione. La continua minaccia di essere risucchiati dall’enormità dello spazio.

Dopo un lungo e pacifico piano sequenza le roller coaster iniziano all’improvviso dal decimo minuto e proseguono fino alla fine. A stemperare lo stato d’ansia c’è George Clooney gigione che racconta storielle e fa giretti nello spazio come se fosse la cosa più naturale del mondo. Sandra Bullock, viceversa, è terrorizzata per la maggior parte del tempo per svoltare, verso la fine, in eroica combattente.

La macchina da presa è il silente terzo uomo con l’unico compito di raccontare tutto ciò che sta accadendo. Indomita orbita in ogni direzione, fa quello che vuole, si capovolge, si allontana, va all’interno delle tute. E’ l’unica a godere pienamente di questa assenza di gravità. Senza vincoli spaziali riesce ad essere ovunque stando addosso ai due astronauti per respirarne tutte le emozioni come accadeva nel precedente film di Alfonso Cuarón I figli degli uomini, in cui rimaneva incollata ai protagonisti e alle loro peripezie standogli stoicamente col fiato sul collo come un reporter di guerra.

L’unico legame con la Terra è il contatto vocale, un piccolo vincolo rassicurante che riporta ad una realtà conosciuta contro un abisso oscuro, assolutamente privo di suoni.

Dopo la pioggia dei detriti la voce sarà interrotta lasciando completamente soli Ryan e Matt. Houston non risponde. L’altro rapporto che verrà spezzato, più di una volta, provocando il panico sarà quello dei tanti ‘cordoni ombelicali’ che mantengono il legame tra gli astronauti o con la navicella: “ E’ da farsela addosso qui quando le cose non sono legate” urla il logorroico Matt all’ ansimante Ryan dopo averla salvata da una discesa eterna nel buio siderale.

L’angoscia che diventa alienazione è l’emozione incessante di Gravity. Si sente una morsa allo stomaco quando la protagonista sprofonda dentro lo spazio infinito.

Continuare ad allontanarsi in eterno. Una caduta senza fine.Viene evocata una paura ancestrale, quella di perdersi nel vuoto senza più ritorno prima da vivo e poi seguitando anche da morto. Concettualmente molto vicino all’essere sepolti vivi o rimanere da soli in mezzo all’oceano ma in una situazione di solitudine ed impotenza, se è possibile, ancora più assoluta.

Cuarón dopo aver affrontato un futuro distopico in I figli degli uomini concepisce questo melodramma/thriller spaziale seguendo l’esempio di Solaris o di 2001: Odissea nello spazio realizzando un film minimale che propone il ritorno ad una fantascienza anni settanta più intimista e meno incentrata su effetti spettacolari, mostri alieni o ritmi vorticosi.

In effetti, nessuna particolare novità perché a questo ci aveva già abituato la sofisticata science fiction di Andrew Niccol che unisce ricercatezza estetica, tormenti esistenziali e quesiti etici.

Alla base di Gravity c’è una trama abbastanza semplice e retorica.

La straordinarietà è tutta nell’esperienza visiva e sonora. Un’immersione pura in quella contemplazione poetica del nostro Pianeta da un punto di vista impossibile da raggiungere per la maggior parte di noi. I profondi silenzi interrotti dai respiri affannosi o dalla bellissima colonna sonora ansiogena di Steven Price.

Il contrasto tra le luci del pianeta Terra e il nero dello spazio senza forma. L’aurora che sorge dal buio dell’immensità cosmica.

Gli effetti speciali sono sempre presenti ma è come se transitassero invisibilmente rispetto alla componente esistenziale.

I movimenti di macchina sono precisi, motivati e mutano continuamente dimostrando una grande maestria tecnica vissuta appieno. Ogni immagine è intrisa di un significato metaforico che indica il percorso di rinascita interiore della protagonista. Lontani dalla Terra, sospesi nell’annullamento cosmico che può cancellare tutto. Nessuno ti può fare del male.

La gravità che manca per tutto il film, per tornare alla fine, non è solo un concetto fisico ma anche psichico. Il dolore, il peso dei ricordi che grava non può alleviarsi nell’oblio ma va riaccolto, affrontato per tornare presenti alla vita.

Non è nello spazio che devo cercare la mia dignità, ma nell’ordine dei miei pensieri. Non avrei alcuna superiorità possedendo terre. Nello spazio, l’universo mi comprende e m’inghiotte come un punto; nel pensiero, io lo comprendo”
(Blaise Pascal, Pensieri, 1670)

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