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Psicologia del collezionista, gabbia d’oro delle fiere italiane con Bologna Arte Fiera in testa. Con interviste

Non c’è posto per i non intenditori ad Arte Fiera Bologna, la prima manifestazione fieristica italiana: ogni due anni i migliori artisti vengono selezionati dalle migliori gallerie, che pagano cifre inconcepibili per l’iscrizione e devono essere a loro volta accuratamente selezionate da una giuria formata dal presidente, Duccio Campagnoli e dai curatori di turno, quest’anno Claudio Spadoni e Giorgio Verzotti, coadiuvati dall’intervento collaterale di altri curatori, fra cui Marco Scotini, organizzatore della mostra Il piedistallo vuoto, inaugurata al Museo Civico Archeologico, che ha lasciato senza fiato in una sorprendente commistione di antico e contemporaneo a contatto col goût esthétique più raffinato e, come suggerisce il titolo, coi fantasmi dell’Est europeo.

Vendere, vendere, vendere: è il motto che distingue gli artisti professionisti da coloro che fanno ricorso alla pratica dell’arte in modo amatoriale, svilendo, in qualche modo, a loro insaputa, il ruolo socioeconomico e intellettuale dell’artista che, in veste non solo di riflesso, ma anche di motore creativo e impulso metamorfico, senza il suo potere auto-inclusivo perde valore, se non in rapporto a sé stesso e diventa sterile di una sterilità che si perde nella mancanza di interazione, trascendendo il dialogo. Quello artistico è un prodotto, un giocattolo per adulti e implica addirittura l’offerta di un.. servizio: la possibilità di oltrepassare il definito che si materializza, con accezione ideativa, al di fuori della realtà, ma assume la forma fisica di elemento fruibile nel “miracolo” della trasfigurazione, indicando un cambiamento oltre il verosimile, mentre il concetto di alterità diventa fattore meccanico e osmotico di vitale importanza.

Afferma Duccio Campagnoli:

“Oltre 170 gallerie, con una crescita del 25 percento”.

Mancano, però, alcune gallerie considerate rilevanti, falciate forse dalla crisi economica o dalla consapevolezza di appartenere ad un livello inferiore o superiore: in entrambi i casi, limitata la partecipazione di diverse gallerie di basso, medio e perfino alto livello; filtrata la selezione delle gallerie; limato il tono generale della manifestazione, incentrata sulla filosofia interamente italiana dell’essenziale, dell’eleganza e dell’anti-sensazionalismo per antonomasia, in funzione di una bidimensionalità tendente alla sintesi, al concettuale, all’azzeramento dei riferimenti al pop e all’espressionismo; interferenze multimediali e tecnologiche sembrano fare capolino, ma quasi esclusivamente sul versante italiano, a rimarcare una chiusura del mercato nazionale intorno a richieste particolarmente specifiche e ad una tipologia di collezionista che presenta ben poche analogie, al confine tra economia ed estetica, col visitatore delle fiere d’oltremare.

Come di consueto, durante le fiere d’arte si possono ravvisare movimenti e modifiche quasi impercettibili nella conformazione degli stand, soprattutto durante il weekend vero e proprio, mentre nei retrobottega incassati fra un padiglione e l’altro gli assistenti si preoccupano di impacchettare i lavori acquistati e sostituire le opere con altre non necessariamente dello stesso valore, ma che possano compensare la perdita, la mancanza a livello compositivo, lo squilibrio percettivo che si viene a creare in quella corrispondenza di richiami che è parte integrante della scena teatrale, dell’allestimento che funge da… impalcatura e sostegno visivo.

Costituiscono, inoltre, una presenza imperdibile gli innumerevoli nessi con l’arte antica, sottolineata dai criteri di una impasse prettamente moderna e contemporanea, divenuta protagonista delle più profonde e certamente ormai non più inesplorate inclinazioni dell’artista soprattutto italiano che, obbligato ad un confronto identitario endogeno imprescindibile rispetto agli obiettivi generati sia dall’appartenenza territoriale che dalle esigenze di una reciprocità bipolare autonoma e transfrontaliera, nazionale e glocale, avverte un desiderio in parte attivo, in parte subliminale, inconscio, di brutalizzare gli emblemi di quel passato che sembra mantenere l’Italia intra-europea in una dimensione tristemente ancorata a riferimenti nozionistici retroattivi.

“Le fiere come Art Basel”- scrive Don Thompson, storico dell’arte americano, nel suo libro The $ 12 Million Stuffed Shark: The Curious Economics of Contemporary Art -, sono mostre commerciali nell’ambito delle quali i mercanti d’arte si riuniscono, per alcuni giorni, con l’intento di offrire dei prodotti. Tali opere si possono paragonare, in qualità e quantità, alle proprietà che vengono messe all’asta durante un’intera stagione di vendita. Nella loro continua battaglia contro Christie’s e Sotheby’s, il denaro e la trattazione privata delle opere d’arte, gli art dealer avevano bisogno di una catapulta per combattere Golia. Necessitavano di un qualche vantaggio nella competizione. Trovarono le armi opportune non in una fusione di gallerie di successo, ma in fiere d’arte fortemente griffate e commercializzate. L’inizio del ventunesimo secolo è stato anche l’inizio del decennio delle fiere d’arte. Nel 2008 sono state registrate 205 fiere d’arte di livello relativamente alto, organizzate in varie parti del mondo, mentre nel 2001 se ne contavano appena 55.
Le fiere d’arte commerciali sono esistite per lungo tempo. La prima potrebbe essere stata Pand ad Antwerp, a metà del quindicesimo secolo. Essa ha avuto luogo nei chiostri della cattedrale, ogni volta per la durata di sei settimane. C’erano dei banchetti per venditori d’immagini e corniciai; alcuni si occupavano anche di macinare i colori. Trecento anni dopo, al termine del diciannovesimo secolo, a Parigi si tennero delle grandi esposizioni e la Royal Academy di Londra ospitò una fiera durante la quale si esibirono vari artisti. La prima fiera d’arte del ventesimo secolo fu l’Armory del 1913 a New York City, aperta a pittori progressisti solitamente trascurati, che includeva Braque, Duchamp e Kandinsky. Diverse biennali diventarono fiere d’arte in incognito; la Biennale di Venezia smise di promuovere la vendita delle opere in esposizione solo a partire dal 1968 (nel 2007 era ancora possibile, per i collezionisti, prenotare le opere in mostra a Venezia, ma il verbo comprare, dopo qualche tempo, divenne tabù).
Oggi esistono quattro fiere internazionali il cui marchio è tale da poter aggiungere il giusto valore all’arte contemporanea. Esse rappresentano, per l’arte, ciò che Cannes rappresenta per il mondo cinematografico. Una delle suddette fiere è TEFAF, la European Fine Art Foundation fair, che viene allestita nel mese di marzo ed è conosciuta col nome di Maastricht. Un’altra fiera è Art Basel, che ogni giorno attira collezionisti, curatori e mercanti d’arte nell’omonima città svizzera. Una terza fiera è un prolungamento di Art Basel, nota come Art Basel Miami beach, che si tiene a dicembre ed è caratterizzata da un mix di arte, soldi e moda. L’ultima fiera, di più recente introduzione, è Frieze, che si tiene invece a Londra a ottobre. La stagione delle fiere d’arte, in verità, si ripete ogni anno. Esistono circa cento fiere internazionali minori; al che si aggiungono le varie biennali e hotel fairs. A febbraio 2007, ad esempio, sono state allestite otto fiere d’arte contemporaneamente nella città di New York. L’epidemia di fiere ha innescato, nel mondo dell’arte, la malattia della «stanchezza da fiere»; Munichis Michaela Neumeister, partner nella gestione della casa d’aste Phillips De Pury, afferma: «Ogni volta che sento parlare dell’inizio di una nuova fiera, è quasi fisicamente doloroso, per me. Il mondo dell’arte è diventato un circo degli zingari.»

Come si colloca Arte Fiera Bologna in un contesto del genere?

Secondo Duccio Campagnoli:

“Una fiera ancora dell’arte italiana e del sistema dell’arte in Italia che ritrova il gusto della ricerca, della conoscenza e dell’esperienza dei patrimoni internazionali.”

Secondo quel che dichiara Michael Loveland, rappresentato da Diana Lowenstein:

“La commissione di selezione delle più importanti fiere d’arte rimane spesso invariata, quindi coloro che si occupano di fare una cernita degli artisti e delle gallerie sono e rimangono gli unici ad avere un ruolo determinante nella scelta e nella disposizione delle gallerie. Qualche tempo fa, parlando con alcuni galleristi di New York in riferimento ad Art Basel ho chiesto loro perché non intendessero partecipare alla fiera; in risposta mi hanno detto che, semplicemente, la selezione avveniva in modo ciclico (un anno dentro, due anni fuori e così via). Dunque in pratica si cerca di mantenere il tono delle fiere con una particolare attenzione al nuovo, ma è anche una questione di favoritismi e altre dinamiche. Per quanto concerne, invece, le gallerie non italiane, prendere parte ad una fiera come Art Fair Bologna ha un costo elevato, senza considerare le tasse del 23 % e le relative spese di contorno. L’unica pecca della fiera di Bologna è che dovrebbe essere più internazionale ma, allo stesso tempo, è sufficiente analizzare l’ingranaggio del retroscena per capire i motivi di fondo. Quella di Bologna è, tutto sommato, una fiera “focalizzata” che non presenta le cosiddette “fiere satellite” mentre sono, invece, le mostre museali a ruotare intorno all’evento centrale.”

Parliamo delle fiere d’arte italiane.. Una chiusura nella demarcazione di contenuti e capitali?

Afferma Lavinia Filippi:

“In Italia  esistono varie fiere di arte diverse tra loro, è pertanto difficile generalizzare. Tuttavia, la crisi economica che ha colpito l’Europa e l’Italia ha sicuramente delle ripercussioni sul mercato dell’arte nazionale e internazionale. Al calo della domanda, in generale, fa seguito un calo dell’offerta e purtroppo questo è vero anche nell’arte. Pur essendo un <mercato> particolare, se i collezionisti comprano meno, i galleristi potrebbero essere tentati o costretti a investire meno sui loro artisti e quindi anche l’offerta potrebbe perdere in qualità. “

Differenza tra le fiere italiane e quelle americane?

 Continua Lavinia Filippi:

“L’Italia e l’America sono molto diverse come realtà geografiche e politiche: è pertanto difficile mettere a confronto le diverse fiere. Anche tenendo conto solo degli Stati Uniti, il numero di collezionisti è molto più elevato e i mercati interni non paragonabili.
D’altro canto, il mercato dell’arte, soprattutto quello occidentale, è ormai globalizzato e le grandi gallerie sono presenti in tutte le principali fiere d’arte in Europa e negli USA.
Quello che però è certo, è che mentre gli USA stanno uscendo dalla loro crisi finanziaria e hanno in questo momento un’economia in ripresa, l’Italia purtroppo sta ancora cercando una via d’uscita dal tunnel.”

Punti di contatto fra elaborazione dell’opera, proposta in termini di vendita e psicologia del collezionista?

Conclude Lavinia Filippi, aprendo uno spiraglio sul meccanismo del collezionismo non soltanto italiano: 

“Queste tre fasi sono concatenate e purtroppo a volte vanno anche a scapito della qualità dell’arte. In tutto l’Occidente, è il mercato a dettare legge e quest’ultimo è così potente che spesso gli artisti ne diventano schiavi anche nelle fasi più intime dell’elaborazione di un’opera.”

La realtà delle fiere italiane si potrebbe inquadrare con la metafora della gabbia d’oro: un mondo apparentemente chiuso, ma aperto alle contaminazioni suggerite dagli aneliti quasi feticistici del collezionista del XXI secolo, che fanno leva sui trend, sulle novità, sulla diffusione della cultura fra estetica della comunicazione e comunicazione dei canoni estetici, nonché sul piacere individuale.

Una fiera ben riuscita, quella di Bologna 2014, contrassegnata da un evidente equilibrio fra sintesi e ricercatezza e dalle qualità di un’attenzione al dettaglio che è tipica del mercato italiano.

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