di

Ana Gloria Salvia, Archi_Cuba. PAN, Napoli

Quando abitavo a Melbourne ogni sabato avevo appuntamento fisso con tè, pasticcini e chiacchiere nel cortile di una chiesa situata nel quartiere di South Yarra.

Quello che mi piaceva di più di questo ritrovo, oltre ai pasticcini, era il fatto che partecipassero persone di ogni nazionalità. Alcune di loro erano appena arrivate a Melbourne, altre invece erano frequentatori abituali che non avrebbero saltato un sabato a South Yarra nemmeno a minacciarli.

In una mattinata particolarmente assolata, un signore ben vestito entrò dalla porta, prese una tazza pulita dal lavandino, si versò dell’acqua bollente dal bollitore, scelse una bustina di earl grey tra le varietà di tè a disposizione e ci raggiunse nel cortile della chiesa.

Sollecitato dalla curiosità dei presenti, il signore spiegò che veniva da Cuba. Si era appena trasferito in Australia con tutta la sua famiglia dopo aver vissuto vari anni in Venezuela, lavorando come ingegnere chimico e professore universitario.

Alla ragazza taiwanese seduta vicino a lui sul praticello cominciarono a brillare gli occhi al sol sentire la parola Cuba. Mentre il professore sorseggiava lentamente il suo tè, la ragazza cercava visibilmente di trattenere una domanda impellente. Alla fine non ce la fece, ed accompagnandosi con movenze di danza entusiaste chiese tutto d’un fiato: “Ma è vero che a Cuba tutti ballano la salsa per strada tutto il tempo?”.

Il professore le rivolse uno sguardo compassionevole, fece un sorriso stiracchiato e ripose la tazza: “Certo. Io stesso vado a ballare in strada ancora prima ancora di fare colazione”.

“Ma ballate anche sulle macchine?” rincarò la taiwanese

Senza perdere la sua flemma il professore rispose: “Ovviamente. Ed ora scusate, vado a prendere un altro po’ di tè”.

Detto questo il professore si incamminò per non fare più ritorno.

Napoli 2014. A proposito di stereotipi, l’anteprima stampa della mostra Archi_Cuba al PAN era proprio giorno di carnevale, ed io mi aspettavo la guerriglia urbana. Nella limitrofa Sorrento, mia città natia, giovinastri senza scrupoli bersagliavano negli anni scorsi ingenui passanti con uova marce. Nella vicina Castallammare si favoleggiava di farabutti che colpivano le automobili con arance piene di chiodi.

E invece, una volta arrivata a Napoli, niente. Non uno spruzzo di schiuma, non un coriandolo, non un bambino vestito da Zorro.

Gli stereotipi ingannano senza dubbio, e questo emerge chiaramente nelle fotografie di Ana Gloria Salvia. L’immagine dell’Havana, tutte case coloniali colorate e macchine d’epoca (per non dimenticare la gente che balla per strada notte e giorno senza interruzione), viene sovvertita da architetture sintetiche in bianco e nero, alla Paul Strand.

Nella serie esposta ad Archi_Cuba l’attenzione della fotografa si concentra sull’architettura dagli anni ’20 agli anni ’90, restituendo una Havana atemporale e quasi surreale.

Curve, angoli, dettagli e scalinate diventano astrazioni, elementi difficili da identificare; il risultato è una sinfonia musicale di balconi tondeggianti e finestre appiattite che danno vita ad un ritmo urbano.

Immagini come Focsa o l’Envers de Bach sono del tipo che rimangono più impresse. L’alveare abitativo, il succedersi incessante di aperture e piani, crea un effetto optical distorcendo la superficie stampata.

Il colore compare solo in due fotografie. Nella prima si tratta di balconi verde acqua, nella seconda di spunzoni rosso intenso, unico colore circondato dal bianco: “L’apparizione del colore era così particolare che non me la sentivo di non includerlo!” mi spiega Ana Gloria Salvia.

L’elemento umano è invece assente in quasi tutte le immagini tranne che in Nautico, un’immagine dove la mole in cemento viene amplificata dalla presenza di bambini nell’angolo della fotografia, seduti languidi di fronte al mare.

E no, non stavano ballando.

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