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Gabriele Tinti e Last words. L’ultimo mondo che la poesia indica e forse preserva

Gabriele Tinti è un Poeta. Affermare, oggi, in tempi tanto bui, profani e consumistici, dove tutto è soppesato in termini di immediata monetizzazione e di audience, il valore della Poesia, e indicare una persona Poeta non è cosa di poco conto e coraggio. Eppure, la Poesia esiste e insiste in un contesto che ne ha disperato, inconsapevole bisogno, comunque tanto da prenderne a piene mani laddove questa – la poesia – compare in modo più o meno sorprendente. Sono lontani eppure freschi nella memoria collettiva sociale certi Reading e Festival (spiaggia di Castelporziano, Roma, estate ’79) che coinvolsero giovani, persone comuni, cittadini accanto a grandi intellettuali, persone di settore e autori affiancati nel nome della lirica e del verso di cui oggi avremmo tutti una necessità esistenziale e culturale all’interno della distopica nostra quotidianità. Questo è un punto importante: la Poesia non è Musa esclusiva di eletti e spiriti sensibili, non imposizione scolastica da cui fuggire (ricordiamo tutti l’atroce sfida del dovere imparare a memoria poemi spesso incomprensibili per incapacità dei docenti a farli amare agli studenti); essa, al contrario, è e dovrebbe essere (o tornare) fruizione comune, parte dell’esistente, porzione della normalità delle persone come angolo di decompressione dal logorio della vita moderna, attivatrice o facilitatrice di emozione, linguaggio con il quale confrontarsi per mettere in contatto ogni parte di sé al di là del rumore di fondo. Quanto ciò sia oggi agile non è facile da dire – ma lo diciamo: non lo è – ma talvolta qualcosa avviene e questa agilità la percepiamo immediata e foriera di arricchimento tanto da sperare che altre iniziative simili si ripetano. Ci stiamo riferendo alla lettura di fine aprile (da parte di Silvia Calderoni di Motus) di Last words al Museo Nazionale Romano di Palazzo Altemps. Perché un tal poetare in uno spazio espositivo tanto speciale come questo romano? Perché Tinti, giovane poeta e scrittore nato a Jesi, autore di libri e protagonista di altre presentazioni museali (come al Queens Museum of Art di NYC, la Triennale di Milano, il MACRO di Roma e il Boston Center for the Arts di Boston), ha scritto appositamente il componimento ispirandosi al famoso gruppo scultoreo Galata suicida conservato nel Museo. Conosciuto anche come Galata Ludovisi, l’opera è una pregevole copia romana in marmo (h. 211 cm) del I secolo a .C. di un originale bronzeo di Epìgono realizzato verso il 230-220 a.C.. Con l’altrettanto celebre, bellissimo Galata morente (la cui copia romana è nei Musei Capitolini di Roma) faceva parte del Donario di Attalo, un perduto monumento trionfale sull’acropoli di Pergamo commissionato da Attalo I per celebrare la propria vittoria contro i Galati.

La Poesia nei Musei risplende e fa luce, a sua volta, sull’Arte visiva che, grata, rischiarata, rende la cortesia. Questo connubio sembra, quindi, un’idea giusta da proporre per rinverdire quel rapporto tra ambiti, discipline e fruitori che nel passato fece del nostro Paese un crogiuolo di creatività e culturale sperimentale pionieristico: qualcosa che potremmo tornare ad essere per imporci nuovamente per quello che siamo sempre stati, al di là della corruzione e di mafie capitali, ‘ndranghete e simili nefandezze: patria di eroi, navigatori, di trasmigratori, pensatori, scienziati, artisti e poeti, oltre che di santi…

http://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/sito-MiBAC/Contenuti/MibacUnif/Eventi/visualizza_asset.html_267768402.html

Qui una carrellata di immagini che ci restituiscono, in pillole, qualcosa, e l’atmosfera, dell’iniziativa.

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