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Passeggiata museale milanese. Basquiat, Esher & C.

Se vuoi rintracciare i caratteri della modernità in Italia nel 2016, non puoi esimerti da una passeggiata milanese, ogni tanto.

Per muoverti sfrutterai i servizi underground delle metropolitane colorate e una rete di trasporto urbana da fare invidia; riconoscerai la specificità di una città che premia la riqualificazione del titolo V della Costituzione; toccherai con lo sguardo una stratificazione urbana in grado di documentare le varie fasi che intrecciano il passato della capitale dell’impero romano e il presente della capitale finanziaria, mentre il futuro sembra sempre più di marca estera: vedi la Milano del pallone che conserva la tradizione solo in una maglietta. Alla faccia del Made in Italy, recentemente cantato da Ligabue.

Così, da turisti quali siamo diventati ormai un po’ tutti noi – a Napoli siamo addirittura diventati turisti della nostra città – abbiamo animato uno dei tantissimi fine settimana da collezionare durante l’arco della vita. Stavolta, al soldo delle passeggiate museali. Dunque, la mission è chiara: fare un bagno nelle temporanee presenti in città. L’imbarazzo della scelta a portata di mano. Ma procediamo con ordine.

Arriviamo a Milano Centrale a mezzodì. Il tempo di prendere i giusti titoli di viaggio (bigiornaliero a 8.25 euro) e siamo in via Giuseppe Meda, nella Milano dei Navigli, quella non proprio da bere ma dove si beve. Gli host dell’air bnb dove soggiorniamo sono preparati quanto a mostre in città. Ci confessano sia impossibile il contrario: il bombardamento pubblicitario, ad esempio sui mezzi di trasporto, non ammette ignoranza in tal senso. Dunque, Basquiat al Mudec; a) Escher b) Hokusai, Hiroshige e Utamaro c) Rubens a Palazzo Reale, oltre agli innumerevoli spazi dedicati all’arte disseminati in città. Ma due giorni sono troppo pochi, quindi ci consigliano di pensarci con calma, di organizzarci per bene. In pratica, di pianificare il nostro tempo libero.

Così, dopo un’analisi di coscienza rispetto alle nostre affinità con le mostre in oggetto, optiamo per raggiungere il Museo delle culture, sito in via Tortona. A dire il vero, in principio avevamo raggiunto un albergo, confusi sia dalle voluminose installazioni prospicienti che dalla scarsa segnaletica. Una volta entrati nel museo, però, siamo stati accolti da un’atmosfera calda e vibrante. Il Mudec è un museo ospitale già solo nell’architettura che l’ha disegnato: gli ampi spazi a disposizione sono vissuti pienamente da visitatori che premiano anche la grande sala bar. In pratica i musei smettono di essere soltanto musei, ma si ripensano come luoghi di spiccata socialità ed intrattenimento, di studio e di relazioni.

Siamo studenti. Ci spetta il ridotto: 10 euro.

Se Jean Michel Basquiat. è complesso, vedere le sue opere di fronte (www.mudec.it/ita/jean-michel-basquiat) accresce questa sensazione. L’assenza di neutralità caratterizza ogni supporto, ogni suo gesto ed azione, tesi come sono all’intreccio di piani diversi: disegno, testo, musica. La mostra, ben curata (Jeffrey Deitch e Gianni Mercurio) nell’esposizione e negli spazi, oltre a documentare l’attenzione italiana alle operazioni dell’artista già prima del suo straripante successo, offre un percorso cronologico e geografico che ben si presta ad incuriosire il visitatore del caso. Sale non troppo affollate, molte famiglie e tanti anziani. La saletta proiezione con intervista, ottima per spezzare la visita, ha sempre fatto registrare il tutto esaurito. Gli audiovideo aiutano molto nella didattica museale. Il catalogo della mostra costa 34 euro. L’uscita ripercorre un po’ la storia dell’artista, mentre su un piano diverso vengono proposti gli episodi che caratterizzarono la storia a lui contemporanea: gli sfondi trasparenti del vetro hanno potenziato questa doppia lettura.

Assolutamente non casuale la scelta di porre questa mostra proprio al Museo delle culture: la permanente dialoga con il vissuto dell’artista, e la visita ne risulta potenziata. A titolo gratuito. Per tutti. Così che si possa attraversare una Wunderkammer, certo risistemata secondo criteri museali odierni, eppure documento storico così valido in grado di farci capire da dove viene il museo, quali i suoi precedenti, comprese le esposizioni universali. E scoprire qualcosa su Antonio Raimondi, il milanese che esplorò il Perù.

Basta. Bisogna andare. Bisogna FARE APERITIVO, aderire al rito tutto milanese del dopo lavoro. Partecipare all’all you can eat collettivo che fa tendenza. Il fatto che piova poi fa prendere d’assalto i luoghi deputati. Cicaleccio irrefrenabile e massa di cibo, i temi della serata.

La mattina dopo. Sveglia presto. Di buona lena si raggiunge piazza del duomo, il set in cui fotografarsi altrimenti non ci sei stato, a Milano. La piazza ospita un polo museale ben pubblicizzato: Palazzo Reale (www.palazzorealemilano.it). La gestione del gruppo 24 ore (la stessa che ha organizzato Basquiat al Mudec, per intenderci) è capillare. Il sabato è il giorno di massima affluenza e per questo motivo i musei restano aperti 13 ore (il sabato) dalle 9e30 alle 22e30. La disposizione della fila è il carattere che più salta all’occhio. Vuoi per motivazioni logistiche, vuoi per attirare i curiosi la Piazza del duomo è divisa tra chi la percorre e chi si mette in fila per vedere delle opere. Nessuno si lamenta: non siamo alle Poste.

Tra le tre mostre in programma – Pietro Paolo Rubens e la nascita del Barocco, a cura di Anna Lo Bianco; Hokusai, Hiroshige, Utamaro. Luoghi e volti del Giappone, a cura di Rossella Menegazzo; Maurits Cornelius Escher, curata da Marco Bussagli e Federico Giudiceandrea – la scelta ricade su Escher (www.mostraescher.it) C’è una composizione di Aldo Clementi, B.A.C.H., che in qualche modo mi avvicina al maestro visionario olandese: presenta  una  sovrapposizione  di  differenti strutture  scalari e ripetizioni caleidoscopiche, la rotazione delle figure in un continuo, asimmetrico cambiamento degli accenti ritmici mentre la velocità dell’esecuzione genera in chi ascolta una vertigine e, in definitiva, una percezione statica del tempo. Stavolta prezzo intero: siamo sì studenti, ma oltre i 26 anni. Quindi 12, e non 10 euro.

La mostra – oltre 200 opere, suddivise in sei sezioni – inizia con un audiovideo di skyarte che presenta l’artista. Si entra poi nelle sale che sono prese all’assalto sia da gruppi e guide che dai tanti singoli visitatori. Tutti quelli che stanno fuori entrano dentro, prima o poi. Il silenzio è pressoché impossibile ed è davvero difficile mettere attenzione nella visita. Le fonti di disturbo possono essere varie. Osservare da vicino la precisione impiegata nel gioco così serio dell’artista mette i brividi. Non si può fotografare nulla se non le opere adeguate alla fruizione delle masse, con la richiesta di postarle poi sulla pagina social del museo: pubblicità raccolta. Sii parte dell’opera è un po’ il nuovo stornello comunicativo adeguato per ridurre le distanze. E ci sta che dopo un’intera visita in cui l’hai potuta solo osservare, ci entri dentro. Il pannello conclusivo ha proprio questa funzione qui. E come in principio, anche alla fine domina la fila. Il catalogo della mostra in italiano (30 euro) è terminato. E c’era da aspettarselo. Disponibile solo quello in inglese. No, non puoi fartelo arrivare a casa. Se lo vuoi, devi tornare al museo, tanto l’ingresso al bookshop è gratuito. Compro invece Godel, Escher, Bach: un’eterna ghirlanda brillante. 20 euro.

Pausa-pranzo. I nostri host: Se a Milano vuoi mangiare, su The Fork tu devi andare. Ci adeguiamo. Il caffè prima di tuffarsi nei 4 piani che compongono il Museo del Novecento (www.museodelnovecento.org). Stavolta sfruttiamo il vantaggio di essere studenti: 8 euro, e non 10. In pratica la riduzione è sempre di 2 euro, utili per votare alla primarie del Pd. Il traffico è meno intenso che a Palazzo Reale; la gestione è semplice, cristallina, le sale sono grandi, luminose. Tante le cose incontrate sul percorso. Resta su tutte il ricordo di Marino Zuccheri, nella sala rampa all’ingresso del Museo. L’ingegnere del suono dello studio di Fonologia della Rai, a Milano, di cui scopro le iniziative grafiche per i concerti degli incontri musicali.  Oltre a ripercorrere la sua presenza fondamentale come assistente di Berio, Nono, Maderna, Cage, Pousseur, tra gli altri. Segnalo anche la mostra BOOM 60! Era arte moderna. Catalogo 30 euro. Sono le 20. Abbiamo dato abbastanza.

Non resta che la domenica mattina. Dopo tanti musei a pagamento, ecco il primo, anche l’ultimo, ad ingresso gratuito. La Casa Museo Boschi Di Stefano (www.fondazioneboschidistefano.it) al civico 15 di via G. Jan, non lontana da Corso Buenos Aires, è un luogo densissimo, aperto grazie alla presenza dei volontari del Touring Club Italia. Selezione di circa trecento delle oltre duemila opere della collezione dei coniugi senza eredi, donata al Comune di Milano nel 1974, che rappresenta una straordinaria testimonianza della storia dell’arte italiana del XX secolo: Sironi, De Pisis, Morandi; su tutti, Lucio Fontana con i suoi, diversi, Concetto spaziale; l’informale e Pietro Manzoni. C’è un buon numero di visitatori, tutti abbastanza presi ed attenti. Ogni stanza della casa è stata allestita con cura e la consultazione è permessa con dei semplici fogli plastificati, che permettono di seguire il percorso espositivo.

Tanta semplicità cui fa da contraltare la complessità, ai confini col macabro, di una recitazione teatrale che fa rivivere i coniugi in una visita guidata alla casa per un gruppo di spettatori paganti ed entusiasti. Dunque, addio al silenzio e benvenuta realtà del falso.

Siamo fuori. Salutiamo l’ultimo museo dei quattro visitati nel giro di 48 ore. E facciamo un po’ di conti. Abbiamo speso 30 euro, cui vanno aggiunte: le spese nel bookshop, i trasporti e la ristorazione. Insomma, è proprio vero che l’arte fa girare il mondo!

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