Omicidio in Rock

Camminando per le strade di Napoli ogni tanto puoi imbatterti in manifesti, rigorosamente abusivi, testimoni della vivacità culturale tipicamente off che dovrebbe riabilitare le sorti delle più programmate stagioni teatrali dei massimi cittadini: dall’A3 al 50×70, testi e immagini sono combinati nella grafica pubblicitaria, inspessendo il palinsesto della programmazione alternativa nel tempo. Da poco affrescati non lontani dal conservatorio campeggiano questi manifesti relativi a un musical che apre i suoi battenti proprio a Napoli, precisamente alla Galleria Toledo; si tratta della proposta di Murder Ballad, musical statunitense ideato e scritto da Julia Jordan con testi e musiche di Juliana Nasch, nel rifacimento italico a titolo Omicidio in Rock.

immagine per Murder Ballad Omicidio in Rock
Il musical ha una tradizione decisamente poco europea, in effetti le prime proposte che mi vengono in mente relative all’Italia chiamano in causa Clementina e don Silvestro, per uno dei must della programmazione teatrale italiana. Lo si vede anche dalle scelte in materia di traduzione da parte del curatore della pièce che, pur traducendo tutto in italiano, assicura al testo confini territoriali newyorkesi nei nomi dei personaggi, nelle mire future degli stessi con l’onnipresente riferimento al college, mi fa sorridere la riabilitazione poi della filosofia nei panni di qualcosa da usare per caratterizzare i personaggi. Capite bene che non posso entrare nel merito della trama col rischio poi di non incuriosire il lettore cui pure è offerta una possibilità altra di vivere il teatro musicale.

Sarà che è la prima nazionale, sarà il debutto a Galleria Toledo, qualcosa nei meccanismi ancora è da oleare, come rivela il costante rosario che si agita alle nostre spalle portato avanti dai tecnici: in effetti c’è qualcosa da rivedere in odore di volumi, tanti complimenti invece al light designer, a chi ne cura la regia: il vero premio di questo spettacolo sta proprio nella chirurgica attenzione disposta in fase di scenotecnica, con movimenti studiati nel minimo dettaglio e vibratile atmosfera fumè. In scena sono sei gli interpreti, equamente divisi per genere, con due meno presenti che gli altri in qualità di performer eppure decisivi nel preparare il campo all’azione della voce narrante unitamente al circolo vizioso di un menage a trois da risolversi a mezzo colpo a salve.

I cantanti sono scafati dall’esperienza accumulata nel tempo, è evidente abbiano una buona preparazione in cose di musical, da apprezzare la loro scelta estremamente singolare, specie tra le produzioni teatrali, dove la moda ha imposto altre formule, semmai più ripetitive che non la stessa formula del musical che, come sappiamo, vive della sua ripetizione pedissequa. Per quel concerne il lato musicale della faccenda, in questo karaoke senza parole, i melismi ricercati dagli stessi giocano proprio con l’essenza di questo spettacolo; poi c’è un aspetto degnamente performativo, ci stanno particolarmente dentro, ho quasi paura si divertano più che il pubblico.

Gli accorati applausi finali hanno il merito di smentirmi, al pubblico intervenuto in sala questa roba è piaciuta tanto, quindi sono contento anche io perché se tutti sono felici possiamo tornare a casa soddisfatti.

Al netto dei gusti personali, infatti, si può parlare di uno spettacolo molto ben curato, ancora da migliorarsi nelle repliche. Fa sorridere però la modalità di comunicazione adottata dalla compagnia, tipicamente in stile Broadway con le 5 stelle e un motto di spirito a cura della stampa di casa nostra, unitamente a tutto il merchandising predisposto per l’occasione. Siamo pur sempre in Italia, non a New York.

Antonio Mastrogiacomo

Antonio Mastrogiacomo

Antonio Mastrogiacomo ha studiato in Accademia di Belle Arti (didattica dell'arte), Conservatorio (sassofono e musica elettronica) e Università (lettere classiche e scienze filosofiche) perfezionandosi in teoria critica della società. Nel minimo comune multiplo della tecnologia piegata a spazio di gioco, sviluppo una discutibile ricerca attraverso pratica di montaggio - come nel disco 'Suonerie' (2017) e nel lungomontaggio 'Glicine' (2018) presenti nel catalogo Setola di Maiale. Si è esibito in musei e spazi pubblici; collabora con diversi magazine e scrive saggi e contributi critici su diverse riviste; dal 2017 è il curatore di d.a.t. [divulgazioneaudiotestuale]. Tiene i corsi di didattica della multimedialità presso l'Accademia di Belle Arti di Napoli e di storia della musica applicata alle immagini presso il conservatorio Nicola Sala di Benevento.

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