Tutti al Madre. A Napoli

immagine Madre, il Museo di arte contemporanea Donna Regina
Madre, il Museo di arte contemporanea Donna Regina. Foto di Amedeo Benestante

Via Settembrini, a un tiro di schioppo da casa mia. L’ho percorsa spesso ultimamente. Stavolta ci entro proprio al Madre, il Museo di arte contemporanea Donna Regina: è un venerdì, fa freddo, sono le 17.30.

Turisti americani a loro agio nell’ingresso architettato da Daniel Buren, che ne ha ricavato uno spazio pieno delle sue sgargianti geometrie. Calco di porta, sistema di chiusura, cista acqua piovana: il residuo pompeiano in dialogo con l’intervento site specific dell’artista francese, secondo la proposta che ha disposto Pompei@Madre (fino al 30 aprile 2018).

Via settembrini di Marisa Albanese (Napoli 1947), 180 secondi di distillato toponomastico in loop, omaggio alla città palinsesto, apre la mia passeggiata museale.

Il primo piano è permanente: ci sono le opere in clausura di Luciano Fabro, Jeff Koons, Anish Kapoor, Mimmo Paladino, Jannis Kounellis, Rebecca Horn, Giulio Paolini, Richard Serra; e le completano rispettivamente cassette, olle, tubature per Fabro; proiettili delle catapulte impiegate durante l’assedio romano dell’89 a.C a Pompei per Koons; e Kapoor e il suo fratello nero (opera dal titolo, appunto, Dark Brother) a cui fanno compagnia bruciaprofumi e busti acefali; e ancora: il confronto tra Paladino e la copia del calco di un adulto che tiene il figlio; il mosaico a tema marino in cui si specchia l’ancora di Kounellis e le stele funerarie per l’opera in suonomovimento di Rebecca Horn; il frammento di decorazione architettonica su fondo nero per Paolini, mentre Richard Serra mette insieme maschile e femminile – con quelle sculture che per entrare non hanno usato le scale -insieme a due busti, uno maschile, l’altro femminile.

Un ponte sospeso mi porta all’area caffetteria, pensata addirittura per dj set con i sedili fonoassorbenti mentre ora un pubblico giace distratto, immerso nell’enigma di Giulio Delvè (Napoli, 1984), in quello che è un book shop tanto carino quanto desolato. Non c’è nessuno e si sta benissimo mentre sono i cellulari a minutare il tempo del personale di sala.

Torno indetro, in quel passaggio obbligato senza passare dal via che dispone questo monopoli dell’arte contemporanea al primo piano – site specific e continuo poi. Un bella camera da letto open space dialoga con l’intervento a due piani di Francesco Clemente, otri per Richard Long nella sala con i lavandini bassi mentre un compasso da mosaicista – insieme ad un mosaico – fronteggiano le circonferenze di Sol Le Witt.

Il secondfloor è un distillato di emozioni in accordo al performare una collezione, l’appuntamento che ritma la stagione espositiva del museo. Ci sta davvero un poco di tutto, per un periodo.

Tanti nomi grossi: in bella mostra Joseph Beuys– finanche nella serigrafia di Warhol – e tante opere altro che “piuttosto conosciute”: dovrei farvi un elenco bello lungo degli autori ospitati ma forse è meglio andiate a farci una capatina voi, al Madre.

Nella sala che propone pure la Venere degli stracci, di Michelangelo Pistoletto, top score è la mulignana: scultura in grado di mangiare tutto il resto data la sua possente fisionomia.

Tra casine e smiling face avanzo nelle pretese di questi ampi spazi. Colpito dalla forza statica del ricucire il mondo di Maria Lai, ammetto che di artisti ce ne sono davvero tanti, troppi: Boetti, Merz, Runo Lagomarsino, il presente a più riprese Darren Bader

Insomma ci sarebbe tanto da descrivere se non dipendesse dalla mia voglia di tenervi volutamente all’oscuro di tutto quel po’ che anima gli spazi museali.

Ultimo, il terzo piano, sostenuto da due tralicci portanti, uno pieno di calchi rotti a vista, l’altro con un monumentale libro all’apice. Si ritorna pervicacemente a Pompei a partire dal rilievo fotografico in scala 1 a 1000 da pallone areostatico del 1910; segue un piccolo archivio bibliografico in mostra.

Rovine contemporanee in2d; poi in 3d; e le schede di catalogo con quelle belle foto che posizionano l’archivio al pari dell’opera. Addirittura una riproduzione del mosaico di Alessandro. Roba seria fino alle polveri di colore, a quanto resta di affreschi e pastelloni – salvo qualche piccolo intervento così per gradire.

Deve piacere un botto ai turisti americani ‘sta mostra: c’è tutto quello che cercano senza dover prendere la vesuviana. Manca solo l’esperienza della passeggiata tra le macerie. L’omaggio al Vesuvio, da Warhol fino alla creatività di Tatafiore. E poi si continua con quel passato coperto dal cemento secondo lo spleen di operazione Vesuvio (http://www.madrenapoli.it/en/senza-categoria-en/operazione-vesuvio).

Strana sensazione quella di essere pedinato in sala mentre restano solo i calchi di quello che doveva essere, in accordo a quella osmosi tra natura e cultura fino alla rigenerazione di un giardino pompeiano. Un terzo piano niente male.

In mostra fino al 30 aprile 2018, al Madre

www.madrenapoli.it

Antonio Mastrogiacomo

Antonio Mastrogiacomo

Antonio Mastrogiacomo ha studiato in Accademia di Belle Arti (didattica dell'arte), Conservatorio (sassofono e musica elettronica) e Università (lettere classiche e scienze filosofiche) perfezionandosi in teoria critica della società. Nel minimo comune multiplo della tecnologia piegata a spazio di gioco, sviluppo una discutibile ricerca attraverso pratica di montaggio - come nel disco 'Suonerie' (2017) e nel lungomontaggio 'Glicine' (2018) presenti nel catalogo Setola di Maiale. Si è esibito in musei e spazi pubblici; collabora con diversi magazine e scrive saggi e contributi critici su diverse riviste; dal 2017 è il curatore di d.a.t. [divulgazioneaudiotestuale]. Tiene i corsi di didattica della multimedialità presso l'Accademia di Belle Arti di Napoli e di storia della musica applicata alle immagini presso il conservatorio Nicola Sala di Benevento.

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