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pactaSOUNDzone. Non solo Musica

di Antonio Mastrogiacomo

pactaSOUNDzone, locandina

Ho incontrato Maurizio Pisati a Pescara. Il contesto di una conferenza dedicata alla didattica negli istituti di alta formazione musicale – che nella vulgata ancora restano i conservatori – rappresenta da un lato l’occasione per annoiarsi ascoltando i risultati di ricerche che resteranno solo teoria, dall’altro una ottima occasione per incrociare altre persone con cui instaurare un dialogo nel tempo. Posso dirmi fortunato, in questo caso.

Pisati è infatti un compositore tanto eclettico quanto disponibile al dialogo e al confronto con l’altro. Credetemi, in questi contesti non è una cosa così scontata. Attivo da tempo, tanto la produzione quanto la didattica scandiscono un operato che non prescinde dal creare fratture in cui avanzare proposte musicali. Di questa pasta è fatto pactaSOUNDzone, un punto d’incontro tra musica, teatro e arti visive.  Sono molto curioso quando entro in contatto con iniziative del genere e non riesco ad esimermi da domande, curiosità, informazioni, convinto come sono che non è l’evento a garantire la solidità di questi momenti, ma tutto ciò che lo prepara.

Esordisce Pisati:

“pactaSOUNDzone nasce dal lavoro congiunto di PACTA, dei Teatri e il progetto ZONE, iniziativa editoriale, di ensemble, e compositivo in genere, al quale lavoro da anni e che in fondo ormai mi rappresenta. In questi tre anni pSz è diventato uno spazio di programmazione dedicato a realtà di ricerca per la musica in Teatro. Una musica non già per la scena, ma direttamente in scena. Quindi, dopo le serate di prova nel 2016 e la prima stagione nel 2017, pactaSOUNDzone propone quest’anno quattro serate dedicate all’interazione tra musica e luce, musica e video, e in genere musica e scena, spaziando da situazioni puramente acustiche e addirittura pittoriche ad altre dominate dalla elaborazione elettronica in tempo reale di ogni cosa si muova o vibri in scena, al pactaSalone di via Dini 7 a Milano.”

La ricezione di qualsiasi lavoro è tale se il pubblico viene pensato quale interprete dell’offerta;  spesso si limita infatti questa relazione al pagamento di un biglietto, come soddisfacesse le aspettative delle due parti. Il caso di pSz dimostra invece come la domanda sul pubblico sia sempre in fieri, mai conclusa.

“Questo è un aspetto particolare, interessante, tutto da studiare e da far evolvere: c’è una parte di pubblico che viene perché segue le attività teatrali della Compagnia – e non è un pubblico di Attori; e c’è anche un pubblico più direttamente interessato alla musica che, almeno in questi due anni, è composto in massima parte da musicisti o persone operanti attorno alla musica. Interesse, curiosità, voglia di sentire una programmazione alternativa, e anche amici affezionati.”

Non è un caso infatti se Pisati pensa al pubblico come promotore – e non semplice recettore – dell’iniziativa.

“L’anno prossimo la rassegna sarà più lunga e stiamo progettando una forma di abbonamento, che porti agevolazioni su tutti e due i fronti e che permetta sempre più di creare un pubblico più stabile, non necessariamente omogeneo – anzi – ma che indichi l’avvenuta riuscita di una movimentazione di idee che abbiano suscitato curiosità e interesse.”

Fatte le dovute premesse riguardo chi propone e chi riceve, è opportuno  indagare uno degli aspetti più cogenti sotto il profilo della produzione di iniziative quali le rassegne in campo culturale. In effetti, la trafila burocratica che segmenta l’impostazione dell’offerta offre importanti spunti di riflessione per misurare la volontà di portarla a termine.

“Le difficoltà sono quelle solite dell’organizzazione e del reperimento di fondi, ma le avevo date per scontate”.

Vira su altro, abbandonando la retorica del mal pancismo diffuso: la consapevolezza di questo lavoro aggiunto incoraggia infatti un aspetto decisamente altro:

“in questo momento più che le difficoltà mi colpiscono le facilità: lo spazio è così malleabile e aperto che ognuno è per forza di cose indotto a un ascolto estremamente personale, gli artisti stessi modificano l’opera non appena sentono l’acustica e capiscono le potenzialità spaziali e visive: il Salone non ha palcoscenico, scena e pubblico possono essere posizionati di volta in volta in modi e luoghi diversi, a seconda delle esigenze.”

Mi chiedo, e gli chiedo di riflesso, quali siano i criteri di selezione nell’ideare la proposta in oggetto, così da avere presente i motivi di fondo che orientano il suo operato:

“pSz cerca di ospitare artisti che abbiano la volontà di coniugare il suono con gli aspetti più peculiari della scena. Non dico della visione, non è una rassegna di visual art – lo è anche – ma fondamentalmente l’aspetto visuale dovrebbe produrre una poetica della scena, dello stare in scena e del produrre cose che recitino in uno spazio teatrale, usufruendo di ciò che a mio parere è un grande lusso: la possibilità del “nero”, il buio vero della scatola nera teatrale, abbinato a un light-design nato per la rappresentazione teatrale e per la fruizione ravvicinata.”

Mi rivela poi di non essere da solo in questa avventura ma di procedere e di poter contare su Fulvio Michelazzi, light-designer della Compagnia, il quale, da quest’anno,

“proverà a gestire uno spazio espositivo nel foyer del teatro, intitolato Mostre al Cubo.
Fulvio Michelazzi è  inoltre anche mio compagno di duo… un duo dal nome ironico, probabilmente autoironico: FLASHetBIP (dove lui è Flash e io ovviamente Bip), col quale produciamo situazioni o installazioni fisico-acustico-luminose.”

La litania della riproduzione musicale sembra dominare l’attuale paradigma e così, in ultima battuta, gli chiedo se anche la musica contemporanea ne risente, se anche la musica contemporanea paga.

“Non riesco più a ragionare considerandola contemporanea – e con questo termine essere certo di condividere con qualcuno ciò che intendo – per cui posso dire che la mia esperienza personale mi porta a dire che: sì, per quanto mi riguarda il fare una musica nuova assieme ai miei Interpreti è sempre stato  molto appagante”.

Ogni musicista ne ha trascinato un altro, ogni composizione ne ha fatta nascere un’altra, e ad ogni esecuzione altri si sono uniti, e questo è appagante.

“Non voglio eludere la domanda reale: so che appagante e pagante sono due cose diverse, spesso una non contempla l’altra, ma non ho mai voluto che questo fermasse l’invenzione o l’entusiasmo del lavoro. Anche questa nuova esperienza di pSz, in veste di promotore, esalta le stesse sfaccettature di/tra appagamento e pagamento. In fondo la sto considerando una forma di composizione su un altro piano, e allora cerco di procedere allo stesso modo.”

immagine per Antonio Mastrogiacomo
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Antonio Mastrogiacomo vive e lavora tra Napoli e Reggio Calabria. Ha insegnato materie di indirizzo storico musicologico presso il Dipartimento di Nuovi Linguaggi e Tecnologie Musicali del Conservatorio Nicola Sala di Benevento e del Conservatorio Tito Schipa di Lecce. Ha pubblicato “Suonerie” (CD, 2017), “Glicine” (DVD, 2018) per Setola di Maiale. Giornalista pubblicista, dal 2017 è direttore della rivista scientifica (Area 11 - Anvur) «d.a.t. [divulgazioneaudiotestuale]»; ha curato Utopia dell’ascolto. Intorno alla musica di Walter Branchi(il Sileno, 2020), insieme a Daniela Tortora Componere Meridiano. A confronto con l'esperienza di Enrico Renna (il Sileno, 2023) ed è autore di Cantami o Curva (Armando Editore, 2021). È titolare della cattedra di Pedagogia e Didattica dell’Arte presso l’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria.

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