Terry Riley in concerto nel cortile di Casa Morra

Indubbiamente la fondazione Morra ha optato per una strategia massiva, accogliere quante più persone a casa sua nelle occasioni che contano come quelle di musica ascoltata raramente dal vivo. Gli eventi musicali solleticano infatti un pubblico eterogeneo fatto di appassionati e amatori che condivide l’evento a mezzo immagini, merce succosa da offrire in pasto ai social per comunicare comunicandosi. Terry Riley è l’icona prescelta per dare rilievo al luglio concertistico di Casa Morra.

Terry e Gyan Riley, foto di D.Matvejevo

Da un mese il suo nome circola indiscriminatamente sulle labbra dei social promoter di turno, affiancati da una capillare operazione di comunicazione a mezzo stampa che ha invaso ugualmente spazi cartacei e digitali, facendo leva da un lato sull’autorevolezza dell’interprete, dall’altro sul peso specifico del promotore. Il pubblico non avrebbe tardato nel concedere il beneficio del meraviglioso a quanto chirurgicamente predisposto, negli spazi di un cortile opportunamente fattosi scenario di scatti e applausi.

Terry Riley ha una lunga barba bianca, una camicia a fiori e porta una diamonica con sé sul palco. Sono le 22 precise e il concerto sta per iniziare, circondato dal calore di un pubblico quanto mai presente a segnalare una ricettività dedicata esclusivamente ai grandi nomi della scena internazionale.

Ha superato l’ottantina ma non lo si direbbe: una forte energia trapela dal suo sorriso. Lo accompagna il figlio Gyan, alla chitarra. Insieme fanno spettacolo, lo si capisce subito da come si guardano che sono una bella coppia, che sanno il fatto loro, che bisogna fidarsi della loro proposta dal sapore promozionale: in effetti il giovane Gyan fa menzione più volte del loro ultimo lavoro discografico che è possibile acquistare all’ingresso alla modica cifra di 15 euro. Peccato solo che il pubblico non sia lì per questo, ecco.

Ci danno dentro, i ragazzi. Sanno bene che la forma di esecuzione performativa per il pubblico vive di altre logiche che non la composizione minimalista con cui solitamente si mette a posto il lavoro di Riley, quindi esecuzioni non più lunghe dei 7 minuti, alcune durano addirittura solo 4 minuti.

Sono abbastanza dentro le logiche dello spettacolo da interrompere il flusso per far ascoltare lo strascico acustico del passaggio di un aereo, guadagnandosi altresì gli applausi e i sorrisi di un pubblico ovviamente divertito.

Le composizioni sono degli incastri ritmici con pretesto melodico tra pianoforte, sintetizzatore, diamonica, chitarra acustica, chitarra classica e tutte le diverse manipolazioni che su questi strumenti possono essere ottenute mediante particolari oggetti, specie di metallo, oppure di marca decisamente elettronica: ogni tanto qualche inserto di suono fissato si sovrappone all’azione performativa, dove il flusso improvvisativo piuttosto standard resta autoregolato per farsi apprezzare davvero solo in alcuni, determinati momenti.

Per il resto il concerto è diluito da una somma di applausi e fotografie, video e sigarette che dio benedica lo svolgimento all’aria aperta, pur lontani dallo spettacolo dell’eclissi che avrebbe tenuto banco per tutta la serata.

La cultura musicale di Terry Riley è densissima, degnamente americana: suona be-bop da ragazzo, padroneggia l’arte del piano ragtime quale attento interprete e ricettore dell’esigenze musicali portate in avanti dal jazz.

Nel 1964, precisamente il 4 novembre, al Tape Center di San Francisco è in programma la prima di In C, performance che segna l’ingresso del compositore nell’olimpo dei grandi della storia della musica. Si tratta di una composizione che sta tutta in una pagina, eppure ha una durata imprecisata. Roba da fare invidia ai compositori che nelle austere stanze dei conservatori imitano pedissequamente il passato da non saper più riconoscere il presente. Ma Riley è di un’altra pasta.

Definito hippy rurale da Alex Ross nell’imprescindibile testo il resto è rumore, la sua strategia compositiva al nastro magnetico avrebbe portato alla tecnica di accumulazione di ritardo, i cui echi sarebbero stati poi diluiti nella composizione istantanea di matrice jazzistica. Il suo disco del 1969 A rainbow in Curved airè ancora un lavoro imprescindibile per chi voglia mettersi in ascolto della creatività in musica.

L’occasione di vederlo prima che di ascoltarlo è stata indubbiamente bella, perché dimostra che la musica, soprattutto la composizione musicale, può essere un fatto serio senza la patina di una nostalgia romantica che tanto si addice a questi contesti definiti bonariamente colti.

Meno mi è piaciuto il retrogusto commerciale dell’iniziativa quale occasione di promozione, eppure siamo educati a pensare che non possa essere altrimenti.

Antonio Mastrogiacomo

Antonio Mastrogiacomo

Antonio Mastrogiacomo ha studiato in Accademia di Belle Arti (didattica dell'arte), Conservatorio (sassofono e musica elettronica) e Università (lettere classiche e scienze filosofiche) perfezionandosi in teoria critica della società. Nel minimo comune multiplo della tecnologia piegata a spazio di gioco, sviluppo una discutibile ricerca attraverso pratica di montaggio - come nel disco 'Suonerie' (2017) e nel lungomontaggio 'Glicine' (2018) presenti nel catalogo Setola di Maiale. Si è esibito in musei e spazi pubblici; collabora con diversi magazine e scrive saggi e contributi critici su diverse riviste; dal 2017 è il curatore di d.a.t. [divulgazioneaudiotestuale]. Tiene i corsi di didattica della multimedialità presso l'Accademia di Belle Arti di Napoli e di storia della musica applicata alle immagini presso il conservatorio Nicola Sala di Benevento.

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