Wien – Vienna. Girando e vedendo

Laddove McLuhan rintraccia una continuità tra la ruota, la bicicletta e l’aeroplano possiamo leggere il paradigma dei trasporti che confina i nostri spostamenti, la nostra mobilità a partire dalla vita quotidiana. Se tempo fa notavo i tempi nuovi dettati dalla metropolitana d’italia, foraggiata da una calcolata decrescita – quasi obsolescenza programmata – per intercity e soprattutto regionali, stavolta parto dall’esperienza low cost del volo, in grado di insidiare la nostra capacità di conoscere meglio quel tanto che ci circonda da preferirgli un volo, una residenza meno che settimanale e l’esotismo del turismo 2.0 In altre parole, grazie ad un considerevole planning dei tempi abbiamo raggiunto Vienna pagando molto meno di quanto si spenderebbe per stare qualche giorno a Rimini. Basta prenotare un volo alcuni mesi prima, sperare che nei giorni prescelti non caschi nulla di improrogabile, tirare un sospiro di sollievo ad imbarco avvenuto e mettersi a guardare fuori dal finestrino simulandoci droni.

immagine per Vienna
Vienna, Palazzo della Secessione

Vienna è una imprescindibile tappa per chi voglia respirare sapore d’Europa, laddove la capitale asburgica rappresenta il cuore dell’impero prima che i movimenti unitari di Italia e Germania facessero il loro corso per consegnare alla storia il Novecento.

Arriviamo che il tempo è strabuono, entusiasmati dall’aeroporto circolare che anticipa la costruzione della città per Ring. Paesaggio sonoro metropolitano davvero seducente sotto il profilo tattile, con una buona intermediazione tra mobilità attrezzata e definizione sfocata di periferia urbana, soprattutto in considerazione delle impeccabili linee su gomma.

Il nostro giro della Vienna museale parte dal palazzo della Secessione, col globo intrecciato di foglie a manifestare l’istanza critica proposta dall’Art Nouveau in piena consonanza con la secessione proposta di Klimt e compagni.

Già dall’affresco opportunamente conservato a una temperatura più che fresca la relazione con la musica diventa stringente e suggerisce la seconda tappa del nostro lento incedere, una via crucis economica considerato il prezzario e l’assenza di una qualsiasi misura che incoraggi il pacchetto di ingressi.

Haus der Musik è un museo esplorativo decisamente relazionale, a partire dalla scala all’ingresso: ogni sala è pensata in rapporto all’interattività degli utenti – per questo motivo vi consiglio di visitarlo dalle ore 20:00 in poi, considerata la riduzione del biglietto a metà della tariffa e lo scarso numero di visitatori presenti nella struttura.

Una vera e propria passeggiatina tra cimeli dei Wiener a partire dagli abiti, dalle bacchette, dalle fotografie fino alla costruzione di una partitura la cui stampa acquistabile al bookshop alla solita cifra di 3.50 euro diventa un modo altro per fare souvenir.

E poi al secondo piano una traversata tra i compositori della storia con Beethoven, Mozart, Mahler e il trio degli avanguardisti Shoenberg, Berg e Webern nella stessa stanza, insieme ad una ricostruzione dei loro ambienti di lavoro, delle loro suppellettili.

Il museo resta una splendida formula di avvicinamento alla musica grazie ad una dimensione ludica che nel terzo piano raggiunge la sua piena concretezza quando la tecnologia viene impiegata come strumento didattico, non meramente compositivo.

Insomma, la chiusa affidata alla possibilità di dirigere una partitura nei panni di direttore d’orchestra è davvero unico da fare ai bambini di tutte le età, specie se adulti.

La giornata successiva è dedicata alla scoperta della Kundmanngasse, ora palazzo del potere bulgaro quale ambasciata, un tempo casa progettata da Ludwing Wittgenstein su commissione della sorella. Edificata tra tractatus e ricerche, la casa documenta la complessità della filosofia wittgensteiniana protesa ad una fattività sconosciuta ad altri. Peccato versi in condizioni non ottimali, non è curata alla grande, ecco, mettiamola così, e nella diposizione degli stessi colori stavolta per via orizzontali ho potuto intravedere forse uno stesso modo di considerare i beni culturali.

Nel pomeriggio ci dedichiamo ai musei, quelli imperdibili, ci dicono. Visitiamo dunque Albertina, non distante dall’opera. Una mostra dedicata a Monet attira davvero fiotte di turisti, viennesi, studenti et similia, mentre la Collezione di opere contemporanee site al piano -1 gode di meno entusiasmo, nonostante la caratura degli artisti proposti.

Senza fare la lista della spesa e i conti in tasca al museo, attraversare le sue collezioni permanenti permette comunque una rapida ricognizione dell’arte contemporanea, nel suo instancabile confronto con la storia del novecento.

La mostra su Monet invece è seriamente presa d’assalto, ci sono anche dei pezzi forti fatti arrivare per corrispondenza, su tutti potrebbero dominare quelle due cattedrali di Rouen ma sono proprio quei Parlament of London a conquistare la mia attenzione.

Il giorno dopo andiamo di quartiere dei musei, robe che sembrano ghettizzare l’arte al meglio della sua atarassia sociale. Ci sta dentro un po’ di tutto: partiamo dal Mumok, dalla sua struttura in cemento e ferro così decisamente a vista, la collezione altamente multimediale che attraversa la musica, il cinema, l’arte contemporanea grazie allo stupefacente potere della corrente elettrica. Oltre ad una collezione dei 50 pezzi migliori del museo opportunamente disposti in uno scenario urbano, tra un Balla e uno Spoerri, passando per una indimenticabile esecuzione musicale di un’opera di Tinguely.

Così, dopo aver sperimentato i criteri di un allestimento fatto di proiettori e cuffie a documentare la diversa relazione della musica a contatto con la dimensione video, vero leitmotiv di quanto in essere al mumok, attraversiamo prima il museo del design, poi quello dell’architettura, laddove l’idea del curatore nel dividere per cellule tematiche cromatizzate le diverse forme architettoniche opportunamente indicizzate permette un percorso niente male.

Ecco, spicca davvero il modo di concretizzare gli spazi a disposizione. Nella pausa pranzo, i classici noodles viennesi sanno rimetterci in forze prima di affrontare la delusione Leopold Museum, dedicato tanto opportunamente a Schiele quanto poco degnamente ai visitatori costretti a pagare 1 euro per depositare i propri averi dal momento che le 32 cassette di sicurezza messe a disposizioen gratuitamente sono davvero una presa in giro, soprattutto considerando l’assenza di una ricevuta per l’euro versato. Tranquilli, abbiamo riposto i nostri averi altrove, vale a dire presso la galleria d’arte Kunsthalle poco distante. La cosa migliore presente al Leopold resta l’esposizione fotografica dedicata agli scatti di Moriz Nahr.

L’ultimo museo da visitare non poteva non essere il Kunsthistorisches Museum, vero e proprio tempio asburgico dell’arte laddove l’intreccio tra passato e presente è configurato dalla ricchezza delle collezioni, a partire dall’arte egizia per arrivare a tutto il percorso visivo disponibile grazie ai dipinti di un numero non meglio precisato di autori, di cui faccio solo menzione dell’opportunamente viennese Arcimboldo, wedding planner ante litteram di casa asburgica.

E senza dimenticare che per due giorni soltanto abbiamo perso la prima certosina mostra dedicata a Bruegel: ma lo sapete anche meglio di me, i tempi dell’arte sono un calendario da rispettare e non tutti possiamo permettercelo.

In conclusione vi rivelo che una passeggiatina per il centro ce la siamo anche fatta, per i canali pure siamo passati senza tralasciare il momento gastronomico dedicato alla preziosissima monoporzione di Sacher Torte. E così ripartimmo per Napoli, con la consapevolezza che solo a Vienna esiste l’american bar firmato da Adolf Loos.

Antonio Mastrogiacomo

Antonio Mastrogiacomo

Antonio Mastrogiacomo ha studiato in Accademia di Belle Arti (didattica dell'arte), Conservatorio (sassofono e musica elettronica) e Università (lettere classiche e scienze filosofiche) perfezionandosi in teoria critica della società. Nel minimo comune multiplo della tecnologia piegata a spazio di gioco, sviluppo una discutibile ricerca attraverso pratica di montaggio - come nel disco 'Suonerie' (2017) e nel lungomontaggio 'Glicine' (2018) presenti nel catalogo Setola di Maiale. Si è esibito in musei e spazi pubblici; collabora con diversi magazine e scrive saggi e contributi critici su diverse riviste; dal 2017 è il curatore di d.a.t. [divulgazioneaudiotestuale]. Tiene i corsi di didattica della multimedialità presso l'Accademia di Belle Arti di Napoli e di storia della musica applicata alle immagini presso il conservatorio Nicola Sala di Benevento.

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