Napoli Metropoli Novissima. Per un altro concetto di periferia

Il fascino delle prime volte risiede nella definizione di una aspettativa. Non mi era mai capitato infatti di partecipare all’inaugurazione di una mostra dove la voce architettura e rigenerazione degli spazi muovesse la leva dell’intrattenimento culturale. Così avrei colto l’occasione per soddisfare questa mia non meglio precisata curiosità.
Metropoli Novissima viene presentato come un racconto dedicato a progetti architettonici e urbanistici internazionali volti alla rigenerazione delle periferie urbane, un’idagine supposta su sfondo sociale con termini di indicizzazione città, spazi inediti, collettivi, di resistenza e di invenzione. Quando la retorica accompagna le operazioni artistiche (architettoniche, sonore, visive) siamo sempre di fronte ad un impiego politico della lingua che sfocia nello spot culturale.

La stessa mostra è promossa dalla Fondazione Annali dell’Architettura e delle Città, curata dal prof. Cherubino Gambardella, e trova ospitalità negli spazi antichi e meditativi del convento di San Domenico Maggiore in Napoli, nuovo tempio delle temporanee d’elite accademica ad ingresso libero e gratuito. Lo si capisce bene, soprattutto a vedere come sono trattati i pavimenti laddove tracce di colla da scotch raccolgono polvere accumulata, mentre l’accessibilità del primo piano resta un vago ricordo – fortunatamente i non pochi scalini sono bassi.

Semmai ci fosse bisogno di ricordarlo, il momento peggiore per visitare una mostra è proprio la sua apertura. Contrappunto a questa osservazione, la possibilità di vedere all’opera la parata sociale dell’interessante e del molto bello davanti, dell’esposizione scadente e del buffet dietro. Però, a restringere la prospettiva grazie alle foto dell’evento, ai più apparirà come un successo di pubblico e consensi.

Quando arriviamo, la sala della presentazione è gremita di tantissime persone diverse d’età e spirito, tutte compostamente pubblico. Si tributano onori e meriti, si fa menzione dei diversi lavori in esposizione firmati da Alejandro Aravena, Archea Associati, Stefano Boeri et similia. Insomma, si tratta un’occasione di prestigio, così sembra.

Quanto all’esposizione in sè pesa la scelta installativa, laddove è ridotta a materiali in linea di principio reperibili con stessa facilità anche sul web perché fatti di fotografie e didascalie appiccicate con lo schotch doppio trasparente a questi espositori che si prestano all’attraversamento di uno sguardo, roba tipo finestrelle dove rintracciare uno stancamente riproposto leit-motiv di panni stesi alla napoletana che correda l’insaziabile limite tra interiore ed esteriore che si addice alla città delle periferie da serie TV.

In mostra 42 progetti a dimensione verticale prettamente cartacea, senza interventi multimediali di sorta quali un render o una ripresa audiovisiva, che ne so delle interviste a residenti che ne parlano. Niente. Tutto muto, neanche un plastico tanto per.

In effetti, sembra proprio una occasione utile per racchiudere queste operazioni in un bel libro, fare un po’ di pubblicazioni, semmai presentarlo in giro, tipo nelle università agli studenti di architettura che non vedono proprio l’ora di prendere il posto proprio di chi gli sta di fronte. Se volessimo addirittura tentare una analisi linguistica dei testi delle didascalie noteremmo la ripetizione pedissequa di parole diverse che si ripetono – come non finito e aperto, spazio contemporaneo e relazione col paesaggio, sviluppo sostenibile e periferie tutto a misura di collettivo.

Tempo fa mi sono imbattuto in una mostra su Bruno Zevi al Maxxi di Roma: ne ho ricavato una buona impressione soprattutto perché ho visto una persona decisa a cambiare le cose attraverso un continuo lavoro di scavo delle abitudini non solo progettuali ma soprattutto accademiche.

Chiaramente, c’è una differenza abissale tra una personale dedicata a un mostro sacro attraverso una sua retrospettiva e una collettiva messa su per aprire qualche bottiglia di coca cola e vino mentre un trio di mandolino, chitarra e fisarmonica rallegra il pubblico intervenuto con funzione di applausometro. Solo, mi piacerebbe pensare che la responsabilità degli architetti vada oltre la fotografia e inizi a diventare una forma di disseminazione anche audiovisiva, laddove l’incontro con l’antropologia e la sociologia risulti determinante nel realizzare compiutamente un’idea, non solo un progetto.

Così, ripercorro le ampie stanze del Complesso monumentale di San Domenico Maggiore, vero luogo dell’architettura resistente, decisamente inserita nel tessuto cittadino a decretarne l’identità e mi rendo conto che gran parte di quanto attraverso nella città di Napoli manca di firma, eppure realizza compiutamente un’idea di progettare e vivere lo spazio che funziona nel tempo.

A dire il vero, allontanandomi verso piazza Garibaldi riflettevo che questi progetti in esposizione mancavano del loro percorso per offrirsi semplicemente come opere; allora, mi sono interrogato che senso abbia costruire mostre.

Fino al 15 novembre 2018

Antonio Mastrogiacomo

Antonio Mastrogiacomo

Antonio Mastrogiacomo ha studiato in Accademia di Belle Arti (didattica dell'arte), Conservatorio (sassofono e musica elettronica) e Università (lettere classiche e scienze filosofiche) perfezionandosi in teoria critica della società. Nel minimo comune multiplo della tecnologia piegata a spazio di gioco, sviluppo una discutibile ricerca attraverso pratica di montaggio - come nel disco 'Suonerie' (2017) e nel lungomontaggio 'Glicine' (2018) presenti nel catalogo Setola di Maiale. Si è esibito in musei e spazi pubblici; collabora con diversi magazine e scrive saggi e contributi critici su diverse riviste; dal 2017 è il curatore di d.a.t. [divulgazioneaudiotestuale]. Tiene i corsi di didattica della multimedialità presso l'Accademia di Belle Arti di Napoli e di storia della musica applicata alle immagini presso il conservatorio Nicola Sala di Benevento.

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