Passeggiata Museale: Rivoli

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Castello di Rivoli

Torino porta Susa è una stazione di passaggio: già la sua definizione architettonica – che la avvicina ad un hangar dedicata ai treni in transito – significa una diversa impostazione strutturale che in porta Nuova trova compimento. E così, anche la vita che si anima risulta passeggera, con solo i servizi essenziali destinati al viaggiatore.

Appena sceso, respiro aria sabauda in strade spazzate dalla luce fioca del sole, ma ancora non troppo fredde per abbandonarsi ad una passeggiata serena, piena dei colori dell’autunno.

La città infatti risulta europea già dalla gestione degli spazi verdi e i lunghi viali alberati ospitano automobili e diverse, ma sempre puntuali vetture destinate al trasporto pubblico.

Sono così entusiasta di questo contesto che, dopo l’inevitabile passaggio in una affollata piola del centro, posso tranquillamente intraprendere il viaggio verso Rivoli, il cui castello ho imparato a conoscere quale promotore di una didattica dell’arte che avrebbe fatto scuola. O almeno, da studiare.

Il punto informazioni mi ha rassicurato sul servizio navetta gratuito istituito quale spola tra i due poli culturali di Torino e Rivoli, e mi sento coccolato da chi ha pensato anche a me nel dare corpo ad un servizio essenziale nell’avvicinare l’arte ai suoi fruitori, già con la formula del trasporto pubblico gratuito.

Puntuale, la solita corriera accoglie pensionate in assetto domenica al museo e giovani turisti stranieri in visita al contemporaneo.

La domenica calcistica scorre al solito impetuosa tra televideo ed app in aggiornamento, così come la nostra corriera che viaggia imperterrita nella periferia della città, a raggiungere Rivoli. Si inerpica in strade a senso unico regolato da un semaforo e in poco meno di 60 minuti raggiungiamo il castello, dimora un tempo abitata ed ora quotidianamente attraversata.

Questo cambio di residenti circoscrive le abitudini dell’antico quale luogo del moderno e l’operazione Rivoli sembra ben architettata, giocata sull’altezza del contesto ripensato per ospitare l’aristocrazia del presente: l’arte contemporanea. Nulla da dire sulla divisione degli spazi: sono semplici scelte che nella divisione credono di trovare vantaggio.

Così, dopo il giro in biglietteria con tanto di borsa gadget in regalo (tanto quanto la nostra pubblicità alla struttura una volta usciti di lì) siamo degni di essere stimati cittadini di Rivolandia e, pulite le suole delle nostre scarpe sul tappeto Belpaese di certo non intessuto ma almeno elaborato dall’iperpresente Cattelan, iniziamo la nostra visita al parco museale, procedendo dall’alto verso il basso, sfidando dunque prima la temporanea dedicata a Gilberto Zorio per poi passare alla collezione permanente.

Non ultimo, la passeggiata attraverso le sale dedicate ad Anna Bogiguian e un rapido passaggio alla toilette, che mai male non fa.

Appunto, Gilberto Zorio. Materiali diversi, a rimarcare una voracità dell’arte nel considerare ogni cosa un dispositivo valido. La canoa, l’aspirapolvere, i siporex: una commistione di immagini, movimento, suono che può lasciare una traccia più nella relazione con l’opera che attraverso le didascalie che riportano parole giammai datate.

Beh, son traccia dell’estrema libertà e relatività della relazione con l’arte. Ma poco altro.

E poi la collezione permanente che ospita le star dell’arte contemporanea, da Bill Viola a Pistoletto, passando per Boetti e Rebecca Horne.

Ci sono davvero tutti, ma proprio tutti. Hanno fatto davvero un lavoro incredibile nel metterli insiemi e il mio compito non sta nel raccontarvi la mia impressione sulle loro opere quanto nel dirvi che la didattica museale era scadente, cioè davvero poco relazionale.

Il solito che non ti aspetti da chi punta ad esser altro, la cui mission è altra cosa. Informazioni importanti, succulenti che passano in secondo piano rispetto alla fotografabilità dell’opera che seppure vietata è consentita ai visitatori che hanno almeno un ritorno di questa suggestiva esperienza.

Addirittura, un mini-cinema all’interno di una sala per riprodurre un lavoro della Cardiff. Finalmente qualcosa di sonoro. Certo, non il massimo. Anzi, direi esperienza davvero trascurabile, ma almeno museale.

Puoi richiedere di una persona che ti accompagni durante la visita, di una guida che ti faccia entrare nel vivo della collezione, delle scelte fatte ed anche del sistema museale in cui si inscrive. Ma è ben altra cosa che una visita autonoma dove puoi percorrere gli spazi del museo come ti pare.

Insomma, sebbene le premesse Rivoli si conferma il solito museo, una sorta di cimitero dell’arte stavolta contemporanea.

Certo, va premiata la scelta di insistere su questa dimensione: integrare quello che succede in quello che è stato.

O forse no, perché diventa una sorta di campus dell’arte, al solito slegato e nuova palestra del genere.

In effetti, sono diviso tra l’entusiasmo di essermi relazionato con le star e il dispiacere di vederle al solito posto, lì, più o meno quasi sempre sulla parete, a ricordarmi che il gioco dell’arte si consuma forse in campi diversi, ma la misura resta standard, per tutti.

Antonio Mastrogiacomo

Antonio Mastrogiacomo

Antonio Mastrogiacomo ha studiato in Accademia di Belle Arti (didattica dell'arte), Conservatorio (sassofono e musica elettronica) e Università (lettere classiche e scienze filosofiche) perfezionandosi in teoria critica della società. Nel minimo comune multiplo della tecnologia piegata a spazio di gioco, sviluppo una discutibile ricerca attraverso pratica di montaggio - come nel disco 'Suonerie' (2017) e nel lungomontaggio 'Glicine' (2018) presenti nel catalogo Setola di Maiale. Si è esibito in musei e spazi pubblici; collabora con diversi magazine e scrive saggi e contributi critici su diverse riviste; dal 2017 è il curatore di d.a.t. [divulgazioneaudiotestuale]. Tiene i corsi di didattica della multimedialità presso l'Accademia di Belle Arti di Napoli e di storia della musica applicata alle immagini presso il conservatorio Nicola Sala di Benevento.

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