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Elizabeth Pisani autrice di Indonesia Ecc. Viaggio in una società pluralistica

Quello che ha di più notevole Elizabeth Pisani è che ci fa credere nelle possibilità. A guardare lei, c’è infatti da credere che sia possibile essere un rispettato epidemiologo ma anche un’avventurosa scavezzacollo. Che sia possibile per una donna viaggiare in solitaria in uno dei paesi più imprevedibili ed eterogenei del mondo. Che sia possibile realmente imparare da chiunque si incontri sul cammino. E che sia persino possibile arrivare a scrivere un tomo di 464 pagine, mischiando con nonchalance storia ed aneddotica. In breve, Elizabeth Pisani è il tipo di donna che ci fa sentire tutte più forti e potenti.

Le 464 pagine in questione fanno parte di Indonesia Ecc., un libro di viaggio pubblicato in Italia da ADD Editore, la cui nuova collana Asia sta aprendo all’Italia un’importante finestra su una parte del mondo a noi ancora nebulosa. A tal proposito bisogna segnalare che l’Indonesia del libro di Elizabeth va ben al di là delle familiari Giacarta e Bali. E’ uno strumento prezioso che attraverso una modulazione di avventure e disavventure personali ci fa capire come una nazione così complessa possa tenersi insieme e crescere nonostante la propria pluralità. D’altronde, il motto nazionale è proprio “Unità nella Diversità”.

Elizabeth Pisani è una donna minuta ma di mondo, con una gestualità e un modo di parlare estremamente teatrale. I suoi occhi si spalancano quando vuole enfatizzare un pensiero, facendola assomigliare ad una versione amichevole di Rangda, la regina demone della mitologia tradizionale balinese (sebbene Bali compaia appena nel suo libro.)

Elizabeth ha vissuto in Indonesia per 25 intermittenti anni. Per il suo viaggio attraverso il paese durato 13 mesi, quello che poi è stata il fondamento del libro, l’unica regola era “dire di sì a tutto.” Questo atteggiamento ha modificato la sua visione del mondo:

“Lavorando come epidemiologo specializzata in AIDS nel Sudest Asiatico, avevo sviluppato una visione dell’umanità molto cinica. Il mio viaggio di ricerca per il libro ha completamento cambiato questa mia visione, restituendomi fiducia nella gente.”

Com’è nata l’idea per il libro?

“E’ nata da una forte frustrazione. Ho vissuto in Indonesia per molti anni, e quando tornavo a casa a New York o a Londra per un cocktail party, gli invitati mi chiedevano sempre dove facessi base in quel momento. E quando gli dicevo che ero in Indonesia, vedevo i loro sguardi annebbiarsi. Non sapevano dove diavolo si trovasse! Mi sarebbe proprio piaciuto dargli un libro che gli avesse spiegato tutto il fascino dell’Indonesia. Purtroppo un libro del genere non esisteva, quindi ho deciso di scriverlo io. E nel farlo ho capito perché non esisteva. Perché è impossibile da scrivere. L’Indonesia è così diversificata, così difficile da incapsulare anche solo mentalmente, figuriamoci nero su bianco.”

 In questo senso come hai deciso cosa tenere e cosa lasciare nel libro?

“Sono molto vecchio stile, quindi mi sono portata dietro un sacco di taccuini che appena riempivo spedivo a Giacarta per tenerli al sicuro. Ho finito per averne ben diciotto. Come epidemiologo il mio metodo ha sempre consistito nel guardare al particolare per spiegare una problematica più ampia. Quindi ho scelto dei posti che mi sembravano illustrassero un’idea importante per comprendere l’Indonesia nel complesso.”

Avevi già alcuni temi in mente prima di partire, e intenzionalmente li hai ricercati in varie situazioni, o questi sono emersi gradualmente durante il viaggio?

“Avendo lavorato e pensato all’Indonesia per 25 anni avevo certo una mia idea, ma ho deliberatamente deciso di non occuparmi di temi specifici. Un’altra caratteristica del mio lavoro da epidemiologo è quella di scegliere un campione random da studiare come rappresentazione della popolazione. E nella mia ricerca indonesiana, con questo metodo di selezione casuale i temi che sono emersi con più frequenza sono stati quelli che ho capito rappresentassero meglio il paese. Poi certo, ho avuto momenti di puro panico quando ho visto che molte problematiche percepite nella campana di vetro che è Giacarta non fossero emerse per niente nel mio viaggio. Forse non avevo visitato abbastanza posti? Certamente non perché non avessi parlato con abbastanza persone! La religione in particolare aveva sempre punteggiato il mio viaggio, ma non era vista dalla popolazione come una problematica nello stesso modo in cui era percepita dall’elite politica in Giacarta. Infatti alla fine la religione è stata l’unica tematica che ho intenzionalmente ricercato, perché altrimenti sarebbe sembrata una dimenticanza.”

Come hai organizzato il materiale raccolto?

“Questa è una confessione che non ho fatto a nessun altro, sono una tale nerd! Ho codificato tutti gli aneddoti tramite un software chiamato Avivo, sennò sarei stata alla prese con una massa gelatinosa! Ho trascritto tutte le mie note e le ho codificate tematicamente. Questo processo in realtà mi ha aiutato nell’interpretazione del materiale. Ho cominciato a capire come una semplice storiellina divertente fosse rivelatrice di una tematica più ampia, come per esempio la corruzione, la negazione storica, o il degrado ambientale. Non c’è che dire, questo libro è stato sicuramente l’impresa più difficile che abbia mai intrapreso.”

Però avevi già scritto un altro libro in passato, giusto?

“Sì, e l’esperienza con il mio primo libro è stata come quando vinsi la mia prima gara equestre a sedici anni. Pensavo avessi un mucchio di talento, solo dopo mi resi conto che non avrei mai avuto così tanta fortuna. Ho scritto mentalmente il mio primo libro per quindici anni nella mia mente, quindi finì per sgorgare naturalmente dalla mia penna in soli tre mesi. Mi fece credere che scrivere libri era semplice. Ma questa esperienza è stata molto, molto diversa. Per Indonesia Ecc. avevo calcolato un budget per quattro mesi di viaggio e quattro di scrittura. Alla fine dei tredici mesi ero esausta, avendo dormito sui pavimenti delle piantagioni di olio di palma e avendo vissuto nella mia testa per mesi e mesi, senza nessuna occasione di elaborare quello che stavo vedendo attraverso conversazioni.”

Uno dei temi principali del libro è il ruolo della corruzione. Puoi spiegarci come questa si articola in Indonesia?

“E’ interessante parlare di questo tema nel contesto italiano (ride). Ho avuto modo di capire come gli Indonesiani siano incredibilmente sofisticati a livello politico, e che la loro relazione con la democrazia è incredibile, considerando che hanno avuto modo di votare solo da quindici anni. Allo stesso modo anche la loro idea di corruzione è molto complessa. Il tipo di corruzione che consiste nel sottrarre denaro alla costruzione di un ospedale per andare a puttane a Singapore viene condannato senza possibilità di appello dagli Indonesiani. Ma il tipo di korupsi che equivale a dare lavoro ad un cugino o all’appaltatore che ti ha aiutato a comprare il posto come candidato alle elezioni non viene punito, ammenoché non superi una certa soglia e si trasformi in nepotismo. L’Indonesia è incredibilmente democratica, le persone votano per ogni cosa, dal capo villaggio fino al presidente, è tutta democrazia diretta. E ci sono aspettative di scambio di favori, fintantoché i vari gruppi si alternino in questo processo. Se elimini la negoziazione dal sistema di un paese così diversificato, allora la maggioranza governerà sempre e non ci sarà nessun qui pro quo a proteggere gli interessi delle minoranze. Ritengo che questo sia pericoloso e che sia francamente quello che oggi stiamo osservando in altri paesi. Se ogni negoziazione è vista come corruzione perché qualcuno vince e qualcun altro accantona qualcosa, allora la democrazia avrà un bel po’ di problemi a funzionare, specialmente nelle società multietniche e multiculturali.”

Guardando alla situazione geopolitica in termini più ampi, quali sono gli aspetti dell’Indonesia che sono più rilevanti di questi tempi?

“La questione più importante è senz’altro gestire il pluralismo. Su questo non ci sono dubbi. Lo vediamo in Europa, negli Stati Uniti, e l’Indonesia se n’è occupata per settant’anni, dall’indipendenza in poi. E’ una problematica particolarmente scottante perché al momento in Indonesia stiamo osservando una piccola minoranza di individui rumorosi che si fregiano di portare la bandiera dell’Islam e di rappresentare la maggioranza musulmana, e che considerano il pluralismo come una minaccia. Penso che quello che possiamo imparare dall’Indonesia è il modo di  gestire il pluralismo senza necessariamente sopprimere il dissenso.”

Il libro

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