Napoli, riconoscerla per conoscerla. A partire da Impossible Naples Project. Intervista a Marco Maraviglia

 Marco Maraviglia (impossiblenaples.weebly.com/lautore.html): cosa è la “fotografia esperienziale” e, nello specifico, il progetto Impossible Naples Project, Napoli, riconoscerla per conoscerla?

Per fotografia esperienziale intendo l’approccio interattivo che può avere l’osservatore con le immagini. Osservare immagini è già un’esperienza a prescindere perché può incutere pensieri, riflessioni, emozioni. Se le immagini ti chiedono invece esplicitamente di entrarci in sinergia rendendosi in un certo qual modo dialoganti, il rapporto foto/osservatore non è più unilaterale. L’amore si fa in due, insomma.
Per la mostra Impossible Naples c’era questo meccanismo di riconoscimento, da parte dei visitatori, dei luoghi e monumenti presenti in ognuna delle immagini esposte in quanto trattasi di assemblaggi di foto del mio archivio fotografico. Non era facile perché la decontestualizzazione di qualcosa richiede sempre un certo sforzo mentale per una ricostruzione.
Per incentivare il pubblico a partecipare a questa sfida, c’era in palio una delle opere esposte a scelta del vincitore. Premio consegnato poi al finissage.
Anche ricostruire un puzzle da 5000 pezzi di una foto è per me “fotografia esperienziale” perché pezzo dopo pezzo, ci si può rendere conto di dettagli che possono sfuggire con una normale osservazione. La conoscenza viene amplificata.

Da quale esigenza artistica – tu sei un Fotografo – ma anche curatoriale nasce?

Quando vado alle inaugurazioni delle mostre vedo che la maggior parte dei visitatori più che osservare le opere esposte, fanno relazioni, si fanno i selfie, attendono che si apra il buffet e cose simili. Pochi cercano di conoscere l’autore presente in sala o il curatore per conoscerne meglio il suo lavoro facendogli domande e, perché no, magari anche contestargli certe scelte estetiche. Mi piacciono gli “agitatori”.
Mi interessava non solo poter realizzare una mostra durante la quale si obbligasse il pubblico ad osservare in maniera approfondita le immagini, ma desideravo poter innescare un meccanismo di appartenenza alla città proprio attraverso lo sforzo del riconoscimento dei dettagli. Il claim era infatti “Napoli, riconoscerla per conoscerla”.

…e ha “funzionato” per creare un rapporto più consapevole tra opere, città / cittadini? Cioè: è stata conosciuta meglio e riconosciuta, la tua Napoli?

C’è stato un momento commovente un giorno. Una signora che entrò per caso (c’era la mostra di Steve McCurry al piano superiore del PAN che trainava un bel po’ di visitatori in quei giorni), dopo aver visto in totale solitudine tutte le immagini, venne poi verso di me in lacrime complimentandosi.
Il personale all’ingresso mi disse che alcune persone uscendo, raccontavano di essersi sentite spiazzate dal fatto che, pur essendo convinte di conoscere Napoli, si erano poi ricredute visitando la mostra.
Le dediche che ho poi letto sul guest-book mi hanno fatto capire che l’operazione in realtà è riuscita, non tanto perché la mia Napoli è stata in parte riconosciuta tra i settanta dettagli da identificare nelle dodici immagini esposte, ma per l’entusiasmo. Sono sicuro che molti di quei visitatori staranno già osservando la città con uno sguardo più approfondito.

A proposito di Napoli: come va in città? Come cittadino e operatore del settore culturale come ci si vive, oggi? Criticità e miglioramenti? Cosa manca?

È una città che è sempre stata complicata come tutte le metropoli. C’è un’ampia letteratura e filmografia che ne raccontano le svariate sfaccettature più o meno fedeli. Quello che mi sento di dire è che da alcuni anni c’è un grande entusiasmo culturale, un pensiero positivo che sta facendo crescere diverse realtà.
Manca forse il senso di aggregazione, di condivisione. Inoltre credo che ci sia anche un forte gap comunicazionale tra cittadini e cittadini, tra istituzioni e cittadini, e certa stampa locale ne è un po’ complice stimolando a volte degli attriti che portano a umori non adatti alla crescita della Polis.
Non sono per il “volemose bene”, ma per la critica costruttiva e condivisa, per la partecipazione.

Tornando al progetto e alla mostra che ne è scaturita: avete lavorato in team? In quanti?

Potrei dire che il team è consistito in oltre 130 appassionati di Napoli che hanno sostenuto il progetto non solo economicamente ma anche logisticamente. Tutti citati per ringraziarli su una targa che è stata esposta durante l’evento.
Io ho provveduto a ideare e coordinare il tutto, grafica compresa, attraverso l’Associazione Photo Polis di cui sono un fondatore, ma senza la supervisione di Massimo Vicinanza (Presidente dell’Associazione) avrei commesso errori seri. C’è stato inoltre il prezioso aiuto di Livio Caldore che ha dato un contributo tecnologico ed ha video-documentato tutte le fasi principali. Per il video di lancio del crowdfunding ho coinvolto Silvio Siciliano. Per l’allestimento di Metamorfosi Reloaded c’era il problema che la parete più lunga dello spazio concessomi al PAN dall’Assessorato alla Cultura misurava 7,57m ma la stampa era lunga 8,20m e allora mi sono ricordato di avere come carissimo amico il designer Daniele Iannicelli che mi ha risolto il problema con una struttura in cartone semi-ellittica. Per il montaggio della mostra ho chiesto un ulteriore aiuto al giovane artista emergente Agostino Rampino e alla grafica Michela Saitto. Poi i fotografi che hanno documentato il tutto: Filippo Tufano e Angelo Marra. Eccezionali sono stati i social manager della Leonardo Stampa (main sponsor) che hanno creato una campagna di comunicazione ad hoc. Anthony Iacomino ha tradotto i testi in inglese per il catalogo e per i forex dell’allestimento…
Pensa che solo per realizzare la targa di ringraziamento ho coinvolto almeno cinque persone (v. storia: http://impossiblenaples.weebly.com/blog/la-targa-di-ringraziamento-di-impossible-naples-project).
Insomma… sono partito da solo e mi sono ritrovato abbracciato da oltre 130 persone.

Avete acceso un crowdfunding per concretizzare l’iniziativa…: ce ne parli meglio?

Non nascondo che è stata un’esperienza che mi ha un po’ stremato. Non la ripeterei se non avessi il supporto di esperti di social marketing e/o un paio di testimonial, personaggi che facciano da traino dando più visibilità all’operazione.
Comunque la presenza dei logo dei grandi sostenitori e che man mano inserivo nella comunicazione hanno fatto la loro parte.
La difficoltà maggiore non è stata quella di avere contributi, ma quella di far capire il meccanismo della mostra che si intendeva realizzare. Solo dopo ho poi saputo che in tanti avevano fatto la loro donazione basandosi sulla fiducia, sulla mia credibilità che non immaginavo di avere da parte di persone conosciute anche solo su Facebook. Altra difficoltà è che non tutti sono pratici coi pagamenti online. Inoltre il periodo della raccolta fondi era infame: a luglio in tanti erano in vacanza e non riuscirono a fare il versamento online.
La progettazione del crowdfunding è la fase più delicata. Devi studiare quali ricompense potrebbero interessare per ogni contributo; devi progettare lo storyboard del video di lancio che con 2’ devi cercare di essere chiaro, accattivante, credibile… Dire tutto!!! Stai giornate intere a chiederti, prima di lanciare il progetto, perché la gente dovrebbe spendere 5- 50,00 euro e oltre per sostenerti. E la risposta ce l’hai, ma come fare per raggiungere tutti? E allora organizzi incontri, conferenza stampa, telefonate, interventi in start-up… vivi poi giorno per giorno come se fosse l’unica cosa che devi fare nella tua vita. Perché ci credi e perché man mano ti senti responsabile: non vuoi deludere quelli che stanno credendo in te e che fino a quel momento hanno dato il loro contributo. Sono stati 40 giorni al cardiopalma perché se non si raggiungeva il traguardo, tutte le donazioni fatte fino a quel momento tornavano indietro e non me lo sarei perdonato. Perché mettere il progetto sulla piattaforma di crowdfunding, seppur eccezionale, non basta. Ci devi stare addosso come se fosse l’unico desiderio della tua vita da realizzare.

In generale: come è andata?

Per me, oltre le mie stesse aspettative. L’entusiasmo dei visitatori, specialmente di quelli che non conoscevo, è stato coinvolgente sotto il profilo umano. C’era chi tornava due, tre, quattro volte. Chi veniva perché l’amico gli aveva consigliato di visitarla assolutamente.
So di non essere un artista di chiara fama, in realtà mi ritengo un autore riguardo questo progetto, ma mi ha fatto comunque un certo effetto notare che manca curiosità intellettuale da parte di un certo establishment del mondo culturale. L’assenza di certi media e della critica non credo che faccia bene all’evoluzione dell’offerta culturale.
Adesso è tutto un work in progress. Alcune immagini subiranno ulteriori processi per una prossima mostra. Il pubblico si è divertito a vedere “Fantasmi” l’unica opera in 3D retro-illuminata a led che era esposta in una sala oscura: il pubblico è stimolante per progettare nuove idee.

Sul tuo Profilo Facebook leggo, ad un certo punto, una frase: “l’Arte che salverà il mondo“. Credi, sinceramente, che ne esista, di Arte così? Che l’Arte abbia questo potere??

Ci sono persone che ogni giorno contribuiscono attraverso le oro azioni, invenzioni, progetti, modi di porsi nel proprio ambiente di lavoro… al miglioramento della qualità della vita collettiva. Tra queste ci sono i designer, i creativi, gli artisti o meglio, quelli che io definisco “Artisti Utili”. Nessuno potrà salvare il mondo ma esercitare un certo modo di creare contribuisce a non far precipitare l’umanità nel baratro dell’abbrutimento, della degenerazione e ciò è già un modo di “salvare il mondo”. È il bene che combatte contro il male. Penso all’operazione delle 7.000 querce di Beuys, a Cesar Manrique che decise di lasciare gloria e fama per mettere a disposizione la sua creatività al fine di tutelare Lanzarote, a Guernica di Picasso o La Zattera della Medusa di Géricault mettendosi contro il Potere, le performance di Tania Bruguera e via di seguito, l’elenco sarebbe lunghissimo.

Barbara Martusciello

Barbara Martusciello

Barbara Martusciello è Storico e Critico d’arte, curatore di mostre, organizzatrice di eventi culturali e docente. Ha collaborato con riviste di settore, con i quotidiani "Paese Sera", "Liberazione", il settimanale "Liberazione della Domenica", più saltuariamente con altri quotidiani ("Il Manifesto", "Gli Altri") e periodici ("Time Out" - Italia"); è stata parte attiva nel progetto che ha dato vita, a metà anni '90, della prima rivista via fax di Arte ("Artel") e di Architettura ("Architel") e scrive regolarmente di Arti visive e cultura. Ha avuto la direzione artistica di spazi privati e gallerie; ha curato centinaia di cataloghi e di mostre in spazi pubblici e privati, attività che svolge tutt’ora. Docente di Storia dell’Arte e di Storia della Fotografia in diversi Istituti Superiori, è stata titolare di moduli didattici di Storia delle Arti Visive (Scuola Romana di Fotografia; Istituto Superiore di Fotografia e Comuniczione Integrata; Università del Design Istituto Quasar; etc.). E' stata ed è divulgatrice anche attraverso Master (Istituto Europo del Designa; Università Europea), Giornate di Studio (Università di Roma La Sapienza; Galleria Nazionale d'Arte Moderna, Roma) e convegni, seminari, workshop, conversazioni. Tra questi: per Zetema Progetto Cultura con Roma Capitale nell’ambito di Racconti di Storia dell'Arte; per il FAI nell’ambito di Visti da Vicino; per la Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma nell'ambito di L'artista, L'Opera, Il Museo; per Roma Design Lab (Creatività e Rigenerazione urbana: scenari nazionali e internazionali, casi di studio - Riconoscimento 3 C. F. dall'Ordine degli Architetti di Roma). Ha scritto alcuni libri e suoi saggi sono nei più recenti volumi "Le grandi pittrici nei secoli d’oro dell’arte – Un affascinante viaggio attraverso tre secoli di pittura al femminile" Keidos, Roma, 2018; "Guerra e Architettura" di Lebbeus Wood e "Ricostruire la moda italiana" di Nicola White (entrambi di Deleyva edit.); suoi testi critici aprono i libri fotografici "Sogni d'Acqua. Lungo il Mekong", Electa-Mondadori ediz., 2014 e “Finding Homer”, PostCart 2015. Ha ideato e curato la prima edizione del Concorso e della Residenza fotografica in Murgia nell'ambito di MurgiAMO (2014) e ha collaborato con Roma Design Lab 2014, piattaforma tra istituzioni e privati dedicata al Design, all'Architettura, alla Creatività e alla rigenerazione urbana: per entrambe, art a part of cult(ure) è stata Mediapartner. Ha collaborato e collabora con vari webmagazine e piattaforme culturali (MyWhere; Rotarian Gourmet; Roma on the Road), cura attività didattiche e culturali all’interno di artapartEvents. Membro della Commissione DIVAG-Divulgazione e Valorizzazione Arte Giovane per conto della Soprintendenza Speciale PSAE e Polo Museale Romano, ora in rimodulazione, ha avuto incarico nel MUSAP-Museo e Fondazione Arazzeria di Penne (Pescara) per cui ha seguito l'area dell'Arte Visiva Contemporanea e ha curato mostre tra cui "Arazzeria Pennese-La contemporaneità del basso liccio", con importanti artisti contemporanei, MACRO, Roma, 2017. Responsabile del settore Arti Visive allo spazio polifunzionale e StartUp Howtan Space Roma per il quale cura serie di mostre fotografiche, ha recentemente curato una prima mostra con cui ha inaugurato per la prima volta in assoluto la sala espositiva della magnifica Stazione FI Napoli Afragola di Zaha Hadid.
E' Cofondatrice e Editor-in-Chief del webmagazine "artapartofcult(ure)"

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