Non è più tempo di Città Ideale. Xing Danwen, l’intervista

Utopia è il titolo della prima personale italiana di Xing Danwen (Xi’An, 1967), autorevole e apprezzata voce dell’arte contemporanea cinese, presentata a Officine dell’Immagine a cura di Silvia Cirelli, che scrive di lei:

“la mostra raccoglie una selezione delle opere più significative di questa grande interprete, omaggiando una carriera che abbraccia oltre venticinque anni di attività.
 Xing Danwen negli anni è riuscita a rinnovarsi costantemente, esplorando una molteplice varietà di linguaggi stilistici che vanno dal video all’installazione, dalla fotografia alla performance. Il suo è un percorso narrativo che oltre a confermare un’abilità lessicale, miscela ingredienti personali a testimonianze del reale, ripercorrendo importanti passaggi della storia contemporanea cinese. Xing Danwen appartiene, infatti, alla generazione dei nati negli anni Sessanta, uno dei periodi più complessi e difficili della Cina odierna, caratterizzati dalla famosa Rivoluzione Culturale del ‘66, o, appena qualche decennio più tardi, dalla sanguinosa repressione delle manifestazioni studentesche che culminarono nella rivolta di Piazza Tian’anmen del 1989.
Oltre a rappresentare un delicato passaggio storico e soprattutto sociale, gli anni ’80 e ’90 segnarono la nascita dell’avanguardia artistica cinese, un movimento che trasformò radicalmente la scena artistica locale portando l’arte contemporanea cinese al riconoscimento che ha tuttora. E fra i grandi protagonisti del vivace fermento di quegli anni, spicca sicuramente Xing Danwen.
Le sue opere fanno, infatti, parte delle più grandi collezioni museali, come il Metropolitan Museum of Art di New York, il Centre Pompidou di Parigi o il Victoria and Albert Museum di Londra, solo per citarne alcuni.”

Approfittiamo del soggiorno milanese dell’artista, per cogliere insieme e apprezzare meglio, gli aspetti più pregnanti della sua poetica:

Iniziamo analizzando quella che resta una delle tue opere più famose, “Urban Fiction” (2004). Gli edifici e il contesto che sta attorno sono molto lontani dall’immagine tradizionale che ci aspetteremmo in Cina. Quali sono i motivi che portano ad una sorta di negazione della propria storia e dei propri costumi?

“Ritengo che la Cina abbia la volontà di portarsi al passo con il mondo intero, anzi di più penso che intenda diventare la migliore, l’eccellenza. Ecco il motivo dei cambiamenti estremamente rapidi e radicali che negli ultimi 15 anni ne hanno stravolto il paesaggio urbano. Il fenomeno, molto evidente, ha attirato la mia attenzione e per analizzarlo in tutti gli aspetti, sono andata direttamente negli studi dei più importanti architetti, artefici della trasformazione delle città cinesi.”

Per realizzare questo progetto, ancora in progress, usi plastici e modelli in scala, alcuni dei quali disegnati da famose “archistar” occidentali (per esempio, si riconosce un edificio di Steven Holl). Come li hai selezionati?

“Sono partita dall’idea di base di utilizzare la finzione per mostrare il reale. Mi sono rivolta alle maggiori società di sviluppo e progettazione nel campo degli immobili in Cina, a partire dalla più prestigiosa, la SOHO (ha un portafoglio di sviluppo di 5,4 milioni di metri quadrati, 3 milioni dei quali già realizzati e collabora, tra gli altri, con Zaha Hadid e Kengo Kuma – n.d.r.). Ho scelto di iniziare da loro perché mi avrebbero poi aperto l’accesso ad altre aziende, vista l’enorme difficoltà ad ottenere i permessi per fotografare i progetti (per alcuni ho avuto problemi, altri mi sono stati negati). Mi hanno messo a disposizione le loro maquette, che ho fotografato in varie sessioni e in seguito ho lavorato alcuni mesi sulle immagini, per riuscire a capire veramente come utilizzare il materiale raccolto. I plastici hanno contemporaneamente una doppia valenza sia di realtà che di fantasia e inizialmente avevo preso in considerazione l’idea di costruirli da sola. Riflettendoci, mi sono resa conto dei limiti: sarebbero stati semplicemente la rappresentazione della mia personale fantasia, mentre i modelli creati dai professionisti incarnano e proiettano le loro fantasie, le uniche destinate, presto o tardi, a diventare realtà e bellezza nelle città. Quindi ho deciso di continuare il mio lavoro usando i plastici realizzati dalle grandi società di vendita. Le loro presentazioni dei progetti sono eccezionalmente curate, addirittura in alcune sedi esiste uno spazio dedicato nel quale vengono ricostruiti in scala uno a uno gli ambienti estrapolati dai disegni progettuali, una simulazione che anticipa il futuro e consente la sperimentazione della vivibilità in tempo reale, dato che quando amiamo un luogo ne siamo attratti e immaginiamo come staremmo a viverci, mentre non sentiamo nascere nessun legame se lo troviamo francamente sgradevole. E’ molto interessante studiare e arrivare a capire come i commerciali riescano a creare un sogno da mettere sul mercato a disposizione di chi lo desidera e può permetterselo. Tutto ciò mi ha stimolata nell’immaginare storie che nascono in questi luoghi, proiettati nel futuro e in ogni narrazione ho creato un richiamo all’estetica del modello, che diventa il set nel quale si ambientano le mie fantasie.”

Tra gli edifici riprodotti con le maquette quanti poi sono stati davvero realizzati?

“I progetti che ho cominciato a fotografare 2/3 anni fa sono già stati tutti portati a termine. Nelle grandi città cinesi, come Pechino, succede che se per un paio settimane non si passa per un quartiere, la volta successiva non lo si riconosce, è talmente cambiato da far saltare i riferimenti precedenti… ci si può perdere.”

Le tue immagini sono apparentemente ideali e rassicuranti, come i render dei progetti, dove i fac-simile delle persone rappresentano soggetti felici e realizzati; uno sguardo più attento svela però situazioni inquietanti. La tua è una critica alla trasformazione urbanistica del tuo Paese o più globale?

“Se si immagina di guardare una grande città dall’alto, gli esseri umani appaiono come formiche. Nelle metropoli si percepisce il forte disagio che sta alla base del senso di solitudine e di isolamento. Conosco bene Pechino e ho vissuto per un periodo a New York; quest’ultima è famosa per la vita da single, ma in realtà è molto difficile istaurare relazioni sociali. Al mio rientro ho trovato Pechino praticamente uguale a New York. La mia critica si estende alle città in generale: la grandezza influisce molto sulla qualità di vita delle persone che le abitano e la densità di abitanti non significa assolutamente vicinanza o intimità, spesso ha ripercussioni negative.”

 

Passiamo ora a “DisCONNEXION” (2002-2003). Il lavoro, realizzato in una delle più estesa discariche di rifiuti elettronici della Cina, è dominato da un ordine paradossale, quasi da classificazione tassonomica e da un’armonia di forme e colori di quello che potrebbe sembrare un elegante disegno astratto, ricorda Pollock, per testimoniare una situazione molto grave di inquinamento e devastazione ambientale. Usi l’arte come denuncia, pensi che questa possa far fronte a un tale impegno?

“Credo che l’arte non abbia il potere di risolvere il problema, ma ritengo che la buona arte sia in grado di portare coscienza alla società. Un artista, a seconda di come riesce a trattare un certo soggetto, può creare un nuovo linguaggio per comunicare nel modo più incisivo possibile il proprio messaggio e assumersi responsabilità in quanto essere umano all’interno della società.”

“Born with Cultural Revolution” è stato realizzato nel 1995: un trittico, in bianco e nero, ritrae una donna incinta, nuda e Mao… Dopo quasi vent’anni, come leggi quest’opera nell’attualità?

“Penso che sia un buon lavoro, forse uno dei miei più potenti e che possa andare al di là della connotazione temporale. Rispetto ad allora sono riuscita a comprendere meglio me stessa e il mio lavoro. Quest’opera faceva parte di un corpus più grande, “I Am a Woman”. Nel 1999 ho collaborato con Wu Hung, uno dei maggiori esperti di arte contemporanea cinese, che curava una mostra per lo Smart Museum of Art, legato all’Università di Chicago, dove Wu Hung insegna. Selezionò 3 immagini e io ne colsi immediatamente la profonda valenza politica, proprio per la loro forte iconografia. Le ho estratte e ora costituiscono un’opera a sè stante. Il mio approccio, in realtà, non intendeva avere nulla di politico, avevo semplicemente ritratto una donna, nata nel 1966 (l’anno della Rivoluzione Culturale) nel suo spazio domestico, privato. La foto di Mao, onnipresente, non era altro che una decorazione all’interno dell’abitazione. L’idea di partenza era mostrare una generazione estremamente confusa, che si stava preparando ad accogliere la generazione successiva, quella del figlio in arrivo.”

Talmente confusa che la donna nelle immagini, perde il proprio volto, mentre Mao rimane sempre ben visibile…

“Sì, rappresenta l’elemento costante di ogni inquadratura.”

Arriviamo ora ai due video presenti in mostra, il primo “Sleep Walking” (2001) è caratterizzato dal senso di spaesamento, forse quello che provavi camminando per le strade di NY o di Parigi. Ora che molte grandi città cinesi hanno caratteristiche simili, (vedi “Urban Fiction”) provi una simile sensazione anche in queste oppure c’è stata una sorta di assuefazione?

“Non ancora. L’intenzione di questo lavoro è mostrare come la globalizzazione sia la causa della dislocazione, della perdita di identità e di cultura, raccontando come vivono le persone, con la propria memoria e le emozioni, che non si riconoscono più rispetto all’identità culturale di origine.”

Nel tuo ultimo lavoro, “I Can’t Feel What I Feel” (2012), sparisce qualsiasi riferimento, non sappiamo più dove ci troviamo, cosa succede, chi o cosa procura sofferenza… sappiamo solo che esiste il dolore, il trauma. Dov’è finita l’Utopia, che dà il titolo alla mostra?

“Questo è esattamente il fulcro del mio discorso. Viviamo in un’epoca che ci incalza continuamente con scopi da raggiungere, obiettivi da centrare. Abbiamo un ambiente interno che deve cercare di inserirsi in quello esterno, trovando una mediazione tra ciò che vorremmo e ciò che possiamo ottenere: tanto ricevi e tanto devi pagare. Quanto siamo disposti a cedere per realizzare i nostri desideri? Siamo consapevoli della misura delle pressioni che subiamo per raggiungerli? Gli esseri umani mi appaiono estremamente vulnerabili. Consciamente o meno, siamo ogni giorno costretti a portare il peso delle nostre vite e di ciò che desideriamo, inseguiamo.”

Un peso che lascia segni sulla pelle…

“Infatti. La medicina cinese afferma che se all’interno del nostro corpo la circolazione non drena correttamente, si crea un ristagno, un blocco e di conseguenza un dolore. Nel video di “I Can’t Feel What I Feel”, io sono la performer, uso me stessa per mostrare attraverso il mio corpo e la mia pelle, i segni della pressione esterna, il dolore che ci procura.”

E’ un lavoro concluso o anche questo, come “Urban Fiction”, è in progress?

“E’ inserito in un progetto più ampio per il quale sto terminando un altro video e altre serie di fotografie, la maggior parte con mie performance, che hanno come argomento comune i vari aspetti del vivere.
Il titolo della mostra, dunque, richiama il concetto di Città Ideale. Questo tema sin dal Rinascimento pone al centro del dibattito e della riflessione un’aspirazione che teorizza l’incontro e l’armonia tra la persona e l’insediamento urbano, coniugando esigenze funzionali e sensibilità estetica.
Il timore è che, paradossalmente, se allarghiamo lo sguardo alla condizione umana nell’attualità, progresso e sviluppo, paiono allontanarci irrimediabilmente dall’ambizione di equilibro tra l’uomo e l’ambiente nel quale vive.”

Info

  • XING DANWEN | UTOPIA
  • a Cura di Silvia Cirelli
  • 
24 Aprile 2014 – 28 Giugno 2014
  • Catalogo Vanilla Edizioni
  • Officine dell’Immagine
  • Via Atto Vannucci 13
20135 Milano
Tel: +39 02 91638758
  • Martedì – Venerdì 15.00 – 19.00
Sabato 11.00 – 19.00
Altri orari, lunedì e giorni festivi su appuntamento.
  • Per informazioni:
info@officinedellimmagine.it | www.officinedellimmagine.com
Cristina Villani

Cristina Villani

Vive a Bologna, dove lavora come logopedista al Servizio di Neuropsichiatria Infantile occupandosi prevalentemente di disturbi della comunicazione, del linguaggio e dell'apprendimento, è appassionata da sempre di Arte, in qualunque forma si presenti. Da alcuni anni ha iniziato un percorso nel campo della fotografia

Federica Casetti

Federica Casetti

Nata a Ferrara, a 5 anni realizza la sua prima casa delle bambole con spezzoni di travi in ferro; dal 1992 al 2006 vive a Venezia dove si laurea in architettura. Nel 2008 dopo un internship presso lo Studio Asymptote di New York rientra a Venezia, all' Università IUAV, dove lavora come assistente alla didattica nel corso di Architettura degli Interni. Attualmente è tornata a Ferrara dove prosegue l’attività di Architetto e Designer nel suo studio tra i tetti della città medioevale.

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