Ibrido quotidiano. Le contaminazioni di Giulio Cerocchi. L’intervista

Giulio Cerocchi è un contaminatore. Ebbene sì: fotografia, grafica, divertissement mentali, tridimensionalità, citazioni letterarie manco da poco, quotidianità, immagini bianconero della memoria familiare, piccole panoramiche in argilla, ma pure lightbox e alchimie da raccontare. Giulio Cerocchi non è un mago, ma l’eterogeneo eppure coerente calderone della sua creatività bolle pieno di idee e disorienta lo spettatore assuefatto (forse) alla comoda abitudine del guardare senza addentrarsi troppo nel pericoloso nuovo. Giulio confonde con la sua ibridazione del linguaggio, i suoi lavori producono ebbrezza visiva.

Nato a Milano, Cerocchi ha lavorato come fotografo professionista per alcuni decenni. Al contempo ha coltivato un linguaggio tutto suo col quale oggi si esprime, racconta, mescola i codici, turba la bidimensionalità a favore delle altre dimensioni (anche la quarta…!), mentali quanto reali.

Sentiamo cos’ha da dire questo signore alto e distinto che si diverte un mondo a fare il ragazzino con tutti gli strumenti che la fotografia e la vita gli mettono a disposizione.

Guardando i lavori sul tuo sito (www.giuliocerocchi.net) è tangibile una eterogeneità creativa che a tratti disorienta. Vuoi provocare le vertigini?

“Sono stimolato da tutto ciò che mi circonda per cui il mio lavoro spazia su tutto quello che può dare un impulso alla creazione di un progetto. Non ho preferenze, né vincoli culturali o sociali. Il comune denominatore in tutti questi anni è stato la contaminazione, l’ibrido. Le vertigini vengono a me di fronte ai nuovi lavori, mi spingo sempre oltre, mi sfido, a volte rischio l’impossibilità nell’esecuzione e il sussulto le provoca a me le vertigini!”

Da sempre i progetti a tua firma sono contaminati, quindi. Cosa vuol dire, esattamente, che il linguaggio è ibridato?

“Da giovane ascoltavo i Pink Floyd, adoravo la loro musica. Niente di strano, tutti ascoltavano la musica di un certo tipo, ma ciò che ha fatto questo gruppo in ambito musicale non ha paragoni. Hanno distorto la musica con interventi completamente estranei ai canoni sonori, hanno elevato il livello di percezione e sensazione dando nuove emozioni. Questo era il mondo che mi circondava. Insieme al gruppo musicale altri personaggi come Andy Warhol, hanno sicuramente influito su di me e orientato a ciò che sono oggi. Contaminando ho sempre avuto la possibilità di scegliere fra ampie aree di interpretazione, di individuare una nuova percezione di realtà – o illusione – oppure ancora di generare nuove forme di esperienze sensoriali.”

La terza dimensione è protagonista. Ci fai qualche esempio?

“Il mio ultimo lavoro Coesistenze Pacifiche rientra perfettamente in questo esempio di terza dimensione. Come Lucio Fontana che cercava con il suo taglio nella tela la quarta dimensione, io ho cercato di trovare la terza nella fotografia.

In ogni opera, un mattone in dimensioni reali di argilla e calce, fuoriesce dall’immagine fotografica di un muro scrostato. Questo mattone, grazie ai suoi contorni irregolari, rende l’opera unica nel senso che non avremo mai un mattone uguale all’altro.

Cours progressif de paysage, invece, è stato concepito su due livelli visivi distanziati tra di loro di circa due centimetri. In primo piano ci sono delle figure stampate serigraficamente su di un plexiglass la cui trasparenza fa scorgere un secondo piano composto di altri soggetti.”

Cultura, creatività e tecnica sono le caratteristiche della tua fotografia. Puoi spiegarci perché?

“La cultura è una delle tante chiavi di lettura della realtà che mi ha dato il piacere di capire, sapere, conoscere; questa ricerca continua e curiosa mi ha reso sensibile e nello stesso tempo molto critico con me stesso.

La formazione scolastica e giovanile, grazie al cielo, è stata un’importante occasione di incontro con grandi maestri a ogni livello artistico e culturale e questo mi ha permesso di elaborare pensieri, fantasie, concetti, trasformati poi in progetti grafici e fotografici.

La creatività è stato un dono fatto non so da chi, ma riceverlo è stato straordinario! Indubbiamente è un fatto personale, ma deve essere alimentata e rafforzata dall’esterno con stimoli continui.

La tecnica è un’altra componente fondamentale per me: provengo dalla generazione colla e forbici, e sono approdato alla elaborazione su pc, passando per gli odori degli acidi in camera oscura. In ogni caso con qualsiasi elemento, oggetto o forma, ho sempre cercato alternative affatto scontate.”

Le contraddizioni in ambito fotografico, secondo te.

“La più grande contraddizione è la tecnologia priva di creatività.

E poi, la mancanza di un messaggio, l’incapacità di dialogare con la propria immagine fotografica, l’ambiguità nei messaggi – che di artistico hanno ben poco – intercambiabili tra di loro secondo le varie convenienze di mercato.”

Immaginiamo la genesi di un tuo progetto fotografico. Da dove cominci, perché, e dove vuoi arrivare.

“Inizio con l’osservare, registrare, accumulare dati. Le fonti di ispirazione sono tante: ambiente urbano, media, cinema, ma anche la vita quotidiana. Poi inserisco tutte queste informazioni nel cosiddetto cassetto della memoria – ormai diventato un baule! – e lascio sedimentare per un po’. Poi, con maggiore lucidità, riprendo l’idea e la trasformo. Improvvisamente tutte le informazioni contenute in quel famoso baule esplodono, danzano intorno, mi corteggiano e mi pregano di essere complici in una nuova esperienza creativa. In questi casi il traguardo è sempre lontano, durante i lavori in corso ci possono essere intoppi, ma spesso anche migliorie.

Certo, in testa ho chiaro come sarà l’immagine definitiva, ma il percorso lo vivo momento per momento.”

Quanto conta l’immersione nella vita quotidiana.

“È costante, è un lavoro, una missione, un dovere! Per me è un must essere sempre attento, curioso, registrare, selezionare e produrre. Sono sempre in astinenza di esperienze visive e sonore. Devo respirare.

Diceva Joseph Conrad…:

“Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?”

Le tue sperimentazioni cominciano negli anni Settanta. Come senti cambiato il mondo della fotografia?

“In quel periodo, tranne qualche caso, la fotografia era considerata il parente povero dell’arte. I temi dominanti negli anni Settanta in Italia erano il reportage sociale, la fotografia di moda, quella pubblicitaria e quella commerciale. L’immagine serviva solo per documentare un fatto, un prodotto, un vestito indossato da una bella modella. Raramente si vedevano fotografie intese come opera d’arte se non provenienti dall’estero. Lavoravamo senza Photoshop e questo consentiva una selezione naturale degli autori: chi effettivamente aveva le potenzialità, le esprimeva con i mezzi a disposizione.

Anch’io utilizzo gli strumenti digitali, ma non voglio essere prigioniero della tecnologia. Al contrario, preferisco sfruttarne l’immensa potenzialità per pensare a nuove forme della creatività.”

Il progetto al quale sei maggiormente legato e per quale ragione.

Vivi ritirato e nella quiete e sii selvaggio è stato il primo lavoro di contaminazione, un passaggio naturale dai Collagraph – ossia collage digitali più legati alla grafica – alla fotografia e, in ogni caso, l’elaborazione di un concetto di fotografia contaminata da elementi estranei quali immagini riprese da un vecchio album di disegno.

Oltre a un valore sentimentale ne esiste anche uno tecnico: con questo progetto, infatti, ho messo alla prova le mie nuove conoscenze digitali, una bella sfida!

Sicuramente il prossimo lavoro, al quale sto già pensando, sarà quello più amato e al quale sarò maggiormente legato fino alla sua conclusione.

Gli altri sono già diventati grandi, alcuni anche famosi, ma quando un progetto è in fasce, ha bisogno di attenzioni, lo devo accompagnare alla sua maturità.”

Giulio, domani.

“Vorrei essere, senza presunzione, come Henry Miller scrittore, pittore, saggista che alla tenera età di 89 anni, cieco a un occhio e a pochi giorni dalla sua morte, dipingeva ancora i suoi meravigliosi acquarelli, oppure come David Hockney, grande vecchio dell’arte inglese, che a dispetto dei suoi 78 anni è ancora curioso, irresistibilmente attratto dalla tecnologia, disegna e colora con l’iPad! Ecco domani voglio essere ancora curioso, affascinato dalla vita e irresistibilmente attratto dalla tecnologia!

BOX INFO

Giulio Cerocchi esporrà il progetto Coesistenze Pacifiche in occasione del Festival fotografico parmense Colorno Photo Life. L’autore sarà presente durante il fine settimana inaugurale della manifestazione (6-8 novembre).
www.giuliocerocchi.net
www.colornophotolife.it

Loredana De Pace

Loredana De Pace

La biografia ufficiale recita: giornalista specializzata in fotografia, curatrice e fotografa. Membro di giurie di premi nazionali e internazionali, partecipa alle letture di portfolio, cura progetti fotografici ed espositivi, segue un filone di ricerca personale. Sono un cielo nuvoloso è la sua più recente esposizione fotografica. Collabora con associazioni culturali nell’organizzazione di eventi e conferenze sulla fotografia, partecipa alla realizzazione di vari progetti editoriali e cura l’archivio della fotografa calabrese Gina Alessandra Sangermano. Nella biografia ufficiosa, invece, si legge che Loredana è una cittadina del mondo nata nel Sud Italia, che ama viaggiare, intraprendere nuovi percorsi interculturali, e che ha fatto della fotografia e della cultura fotografica la ragione della sua vita.

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