Catilina al Teatro Orione. L’innamorato punk del liceo ritrovato in vesti indie rock

Quando si ama, i dubbi e le incertezze svaniscono. Infatti, il fogliettino illustrativo di questo articolo dovrebbe leggersi: “attenzione, recensione del ritrovamento di un amante dopo tanti anni”; qui si rischia di andare sul personale. E come una buona amante che si rispetti, da Sorrento a Singapore, nel corso degli ultimi undici anni, ho fatto a migliaia di persone la stessa domanda:

Conosci Catilina? La congiura di Catilina di cui scrisse Sallustio? La Roma repubblicana? Le Catilinarie di Cicerone? Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? Quam diu etiam furor iste tuus nos eludet? Quem ad finem sese effrenata iactabit audacia?

Ma che ne volevano sapere a Giacarta di Catilina! D’altronde, nemmeno nel mio vicinato romano di Piazza Lodi l’avevano sentito troppo nominare. Solo sparuti reduci del Classico sono stati in grado di scavare nelle profondità della propria memoria, rabbrividendo però al ricordo di temute versioni di latino. Ogni tanto però, un barlume di speranza: come Luce Lacquaniti, l’autrice del libro I Muri di Tunisi, che tempo or sono mi indirizzò verso la deliziosa pagina di Facebook Apostrofare Catilina in Senato facendogli sapere che ha rotto il cazzo. Finalmente un luogo ameno dove condividere la mia passione per il congiurato e la sua nemesi Cicerone con altri nerd della latinità!

Stavo dunque quasi rassegnandomi ad una fratellanza catilinaria puramente virtuale, quando una sera al dojo di San Giovanni dove pratico Ninjutsu, conosco Giovanna, ingegnere aerospaziale con una passione per i pugnali. Trovandomi a buttare sul tavolo le mie ossessioni, metto Giovanna al corrente del mio folle amore per Catilina, conosciuto sui banchi di scuola. Ne decanto la figura tormentata, eroica, esistenziale, resistente al freddo, alla fame e alle fatiche, eppure di tanto in tanto indulgente in donne e vino. Bello e sfacciato, nella mia immaginazione. “Un uomo in rivolta”, come lo descrive Massimo Fini nella sua biografia del congiurato, rubando il titolo a Camus. Per non parlare di Cicerone, uomo pavido e conservatore nella vita, ma una macchina da guerra sul suo terreno: l’oratoria. La congiura di Catilina: uno scontro tra Dioniso ed Apollo ti dico, cara Giovanna. Epico. Eterno.

E lì Giovanna mi lascia a bocca aperta, recitandomi Sallustio a memoria:

Catilina, nato da nobile famiglia, fu di grande forza sia dell’animo che del corpo, ma di indole malvagia e depravata. Il corpo era tollerante alla fame, al freddo, alla veglia, oltre ogni immaginazione. L’animo era temerario, subdolo, incostante, simulatore e dissimulatore di qualsiasi cosa, desideroso dell’altrui, prodigo del proprio, focoso nei desideri.

Ero esterrefatta. Finalmente! Finalmente qualcuno che capisce! Ça va sans dire, io e Giovanna siamo diventate subito best friends.

E poi ancora, in una soleggiata mattina settembrina, uscendo dall’ennesima lezione di Ninjutsu con l’odore di vari deodoranti al muschio, al pino e all’abete ancora sulle mani, mi imbatto in un mega-cartellone pubblicitario. A chiare lettere il nome dello spettacolo teatrale: CATILINA. Sussulto e lo stupore si mischia alla gioia. Un po’ come un’altra mattina di settembre di dodici anni fa. Era il primo giorno del terzo Liceo e l’avevo passato pensando al ragazzetto di cui mi ero infatuata quell’estate. Uscendo da scuola mi chiedevo quanto tempo sarebbe passato prima di rivederlo ancora. Tutto l’inverno, probabilmente. E invece, in quel momento proprio lui, proprio il ragazzetto, apparve di fronte a me tra la folla di ragazzetti. Mi salutò ed il tempo si fermò attorno a me, in quella rara incredulità dei desideri che si materializzano. Un po’ lo stesso con quel cartellone pubblicitario fuori al dojo. Avevo per un attimo rincontrato l’amante perduto, il nome mai dimenticato, sempre evocato, colui che ho cercato ripetutamente nelle pennellate dell’affresco di Cesare Maccari al Senato, nei volti di conoscenti dai riccioli neri e lo sguardo alla Luigi Tenco. Ed era lì, al Teatro Orione, a pochi passi dal mio dojo. Chiamo immediatamente Giovanna entusiasta. Chi altro avrebbe potuto capire?

E allora, direte voi, quand’è che comincia questa benedetta recensione? L’ho premesso la questione è talmente personale che, comunque fosse andato lo spettacolo, mi potevo considerare già soddisfatta del fatto che finalmente si parlava dell’amante perduto. Il solo evocare la sua figura, dimenticata tra i soliti Giuli Cesari, Marchi Antoni, Neroni etc. etc. è un’operazione di archeologia culturale che merita una stretta di mano, o addirittura un vero e proprio abbraccio di gratitudine all’autore Claudio Romano Politi, al regista Carlo Oldani, alla compagnia e a tutto lo staff del Teatro Orione, che ha deciso di aprire la propria stagione teatrale proprio con questo spettacolo.

Dunque la rappresentazione teatrale è stata ispirata dalla sopraccitata ottima biografia di Catilina per mano di Massimo Fini. La trama non ha come punto focale la congiura in sé, bensì la figura di Catilina. Impersonato dall’attore Marco Rossetti, il nostro si presenta fin dalle prime scene come un bon viveur che indulge in donne e vino, ma prode sul campo di battaglia. Nel corso del primo atto Catilina passa dall’essere un soldato e assassino per Silla, al candidarsi come rappresentante dei Populares.

È un Catilina muscolare quello rappresentato; una scelta narrativa dalla quale traspare una profonda conoscenza dei testi classici, ma anche la volontà di andare al di là di quello che gli autori ci hanno lasciato. Rossetti veste i panni di un ex legionario irregolare e orgoglioso, invece di quelli del maledetto. Lì dove io ci vidi il punk, Rossetti, Oldani e Politi ci hanno visto più dell’indie. Saranno piccoli dettagli come il capello dal taglio perbene dell’attore che neanche una spettinatura ad arte riesce veramente a scapigliare.

Al di là di scelte interpretative, quello che non viene mai messo a fuoco durante tutto lo spettacolo è il movente di Catilina nel prendere le parti del popolo. Cos’è che lo spinge verso l’ideale popolare, fino a sacrificare la sua vita per esso? Si allude nello spettacolo al fatto che il popolo è per Catilina solo un oggetto sul quale operare un transfert di una passione che, sottratta all’ambito militare, non ha più sede dove esprimersi. La perseveranza del nostro sembra mossa più dallo smacco personale per aver perso le elezioni a Primo Console a causa di brogli elettorali, che da una genuinità di passioni. Questo egocentrismo però, questo voler far parlare Catilina di sé in terza persona à la Giulio Cesare, rende il personaggio fastidiosamente narcisista.

Cicerone invece, impersonato da un ottimo Daniel De Rossi, viene descritto in maniera più connotata fin dall’inizio, nel rispetto del ritratto che la storia ci ha consegnato. Auto-celebrativo, abitudinario fino a contare i propri passi, prudente fino all’esasperazione. Ma abbiamo visto come Cicerone era molto più di questo. Nel momento in cui avrebbe dovuto risplendere però, non gli viene fatta giustizia.

L’episodio a cui mi riferisco è la scena in cui Cicerone entra in Senato e accusa Catilina pubblicamente (facendo capire a Catilina che ha rotto il cazzo, direbbero i miei amici della pagina Facebook). A livello di tensione, questo momento non viene costruito abbastanza durante lo spettacolo. La congiura e la sua scoperta sembrano essere solo un evento tra tanti nella vita di Catilina; non a caso, questa si sviluppa solo dal secondo atto in poi. Non si sente Catilina parlare ai congiurati, non lo si vede ordire trame e animare incontri notturni. Il momento dell’accusa pubblica perde dunque di potenza.

Inoltre, testi latini ci parlano di un Catilina muto fino all’ultimo durante l’orazione di Cicerone, per poi lasciare la curia con un: “Ebbene, poiché attorniato da nemici sono spinto nell’abisso estinguerò con la rovina l’incendio che mi minaccia”. Lo spettacolo invece ci restituisce un Catilina che interrompe Cicerone, difendendo le proprie idee ed offuscando completamente l’enfasi dell’oratore. La volontà di far uscire Catilina trionfante anche da questo episodio ha fiaccato la scena. Proprio in questa istanza Cicerone avrebbe dovuto dimostrare di essere una nemesi di statura pari al protagonista. D’altronde un eroe, o un anti-eroe in questo caso, si modella non solo nelle vittorie, ma anche nelle sconfitte.

Nel confronto Catilina/Cicerone è stata invece molto convincente una scena precedente, dove i due candidati a Primo Console stanno ai due angoli opposti della scena su dei piedistalli (e Catilina scende giù tra i popolo ad un certo punto), facendo l’uno il contrappunto dell’altro. La scenografia è quasi dechirichiana nella sua essenzialità, con tutti i personaggi che si muovono perfettamente nello spazio.

Infine, pur volendo comprendere la necessità di un certo realismo, una nota dolente è il ruolo dei personaggi femminili. In un’economia di linguaggio e di scene come quella a cui costringe il teatro, l’utilizzo fin troppo generoso del termine “puttana” e la rappresentazione dei personaggi femminili ricorrenti come  1) mogli petulanti (la consorte di Cicerone Terenzia, che però oltre alla petulanza aveva anche carattere),  2) mogli devote (Aurelia Orestilla, di una dolcezza, passività e servilità da far cadere le braccia),  3) poco di buono (Fulvia, che pure ebbe coraggio nel denunciare la congiura), non lascia spazio a personaggi femminili interessanti. Non c’è traccia dello spirito delle matrone che parteciparono alla congiura, come Sempronia. Antica Roma non vuol dire donne sottomesse. Tra i tanti esempi possibili, la serie Rome dell’HBO, girata peraltro a Cinecittà, ha rappresentato donne in una società senz’altro maschilista, ma dotate di un carattere e una forza d’animo che sarebbe stato bello veder anche solo accennati tra le righe in questo spettacolo.

Forse sono stata un po’ intransigente, ma voi come altro vi comportereste se ritrovaste il vostro innamorato punk undici anni dopo trasformato in un figuro indie-rock? Si rimane sempre, volenti o nolenti, attaccati come cozze al ricordo di gioventù. Nonostante tutto, ho avuto grandissima gioia a vedere il mio amore per Catilina condiviso con la compagnia del Teatro Orione.

Rimane però una domanda fondamentale nello scegliere se passare o meno due ore in compagnia di questi personaggi. La pongo a Giovanna davanti ad un mega-toast in Piazza Re di Roma: “Alla fine, qual è il senso di realizzare uno spettacolo su un personaggio della Roma repubblicana oggi?” Giovanna arranca il tempo di un boccone, alla ricerca di un parallelismo con l’attualità politica, che però non si trova.
Non lo si trova perché oggi non c’è un Catilina, così come non c’è un Cicerone. “Forse è per questo se siamo tanto innamorati,” azzardo io. “Perché vorremmo avere figure capaci di ispirare tali passioni in politica. Vorremmo oratori e avvocati che spaccano come rapper, e romantici difensori del popolo un po’ punk, pronti a morire piuttosto che venire meno alla propria causa.
Quello spirito, quella passione, quella follia, la vorremmo ritrovare in noi stessi. L’importanza di questo spettacolo sta proprio in questo. Nel ricordarci che queste storie, questo spirito ci appartengono.
Sta a noi tener viva la fiamma.

 

CATILINA
fino al 16/10/2016
Teatro Orione
ROMA
http://teatroorione.it

Naima Morelli

Naima Morelli

Naima Morelli è critica d’arte e curatrice indipendente. Nasce a Sorrento e studia all’Accademia di Belle Arti di Roma. Comincia collaborando con il Mattino e scrivendo di musica per numerosi magazine d’orientamento rockettaro (Il Mucchio, Rockshock etc.). Recensisce le mostre d’arte contemporanea per Teknemedia, finchè non viene radiata per una stroncatura di Sandro Chia. Trasferitasi a Roma comincia la duratura collaborazione con art a part of a cult(ure), Women in the City e riviste d’arte straniere tra cui Art Monthly. Contemporaneamente collabora con varie gallerie del panorama romano ed è resident curator per The Room Gallery.

1 commento

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  • Ho letto con attenzione la recensione, che credo abbia colto in alcuni suoi punti i principali difetti della rappresentazione.
    Vero è pure che, per quanto riguarda ad esempio la “conversione” politica di Catilina, nulla sappiamo per causa di un buco storiografico di 15 anni cui difficilmente avrei potuto metter bocca. Che Catilina, poi, emerga narcisista è cosa sottilmente voluta: qual è il confine fra l’amor di popolo e l’amor di sé? Per quanto riguarda la figura di Cicerone, l’intento era quello di consegnarlo al palco evidenziando quei suoi tratti democristianeggianti che lo differenziano – e probabilmente lo differenziarono – dallo spirito più ingenuamente e bellicosamente appassionato del suo rivale. Sacrosanta è l’osservazione sulla scarsa attenzione dedicata al Catilina congiurato, tessitore notturno di trame. Purtroppo il tempo scenico non era dalla mia. Quanto al discorso in senato, mi piace sempre ricordare che ciò che ci viene consegnato è una versione posticcia creata dallo stesso Cicerone, che dopo i famosi episodi “in Catilinam” si dedicò alla riscrittura delle sue orazioni nel tentativo di consegnarsi alla storia quale salvatore della patria. Vien difficile credere che Catilina restò muto più di quanto ci venga insegnato al liceo.
    Posso dire comunque di aver letto, fino ad ora, la migliore recensione: la più attenta e acuta. Di certo quella che più si avvicina alle mie stesse autocritiche.
    Cordialmente,
    Claudio R. Politi