Favola. Sebastiano Mauri e lo sfavillante mondo della libertà d’identità

Una è autentica quanto più somiglia all’idea che ha sempre avuto di se stessa” recita Agrado in Tutto su mia madre, Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni”, si legge ne La tempesta di Shakespeare.

Queste due citazioni, tanto belle e tanto pregne di significato, si prestano magnificamente per introdurre e condurre per mano lo spettatore nello sfavillante mondo di Favola, lungometraggio d’esordio di Sebastiano Mauri, tratto dall’omonima pièce di Filippo Timi e presentato nella sezione After Hours alla 35esima edizione del Torino Film Festival

Mrs Fairytale (Filippo Timi) è una perfetta casalinga americana degli anni Cinquanta: devota ogni giorno saluta il suo amato marito Stan (Sergio Albelli) e gli dà appuntamento alle sette di sera, quando rientrerà dal lavoro; maniaca della perfezione: la sua casa è impeccabile, lucida e splendente come quella delle bambole, senza una virgola fuori posto; curiosa e pettegola il giusto come si confà ad ogni donna.

Ad allietare le sue giornate ci sono Lady, l’amatissima cagnolina impagliata, e Mrs Emerald (Lucia Mascino), la migliore amica, con la quale passa interi pomeriggi a parlare e a bere tè corretti con whisky.

A rendere ancora più gioiosa e rosea la vita di Fairytale sarà l’arrivo di un bambino, il più bel regalo di Natale che suo marito Stan potrà trovare sotto l’albero.

Se fossimo in una classica Favola, la perfezione di una vita completamente dedicata alla cura dell’ambiente domestico e al maniacale lustro di un amore idilliaco dovrebbe venire messa in pericolo dall’estranea forza oscura di un qualche minaccioso mostro proveniente da altre galassie, e così sembrerebbe se si prendesse per buona la stravagante notizia dell’avvistamento di ufo sbarcati sulla terra per incenerire gli uomini.

Invece, a dispetto di qualunque fantasticheria – tipica fobia americana figlia dell’emissione radiofonica ideata da Orson Welles nel 1938 –   il vero nemico di Mrs Fairytale è più vicino di quanto lei pensi o solamente osi immaginare e ammettere a se stessa.

C’è una crescita, un’evoluzione del personaggio, un cambiamento radicale che scena dopo scena si insinua nella protagonista – meno risonante e calcato che in teatro – ma altrettanto potente ed incisivo: un cambiamento al quale, pur giocando con il fuoco, non ci si può sottrarre perché farlo significherebbe castrarsi – metaforicamente e non – e perdere la sola occasione che resta per dare un nuovo senso alla propria esistenza.

Estrapolare un prototipo di donna nuova da un ambiente e un’epoca che del “diverso” e fuori dagli schemi sembra avere un’idiosincrasia è una mossa vincente, lo sapeva Timi quando scrisse la sua fortunatissima pièce, e ne è ancora più consapevole Mauri che, non a caso, calca la mano sulla patinata atmosfera pastello sovrastata da un incombente e soffocante quanto ammiccante e seducente senso di perfezione fittizia.

Incanta e assuefa lo spettatore, lo accompagna per mano in un paese dei balocchi che strizza l’occhio a Todd Haynes, e all’estetica della commedia della Hollywood classica, per poi abbandonarlo e scaraventarlo in uno dei film più engagé che il cinema italiano degli ultimi anni possa vantare.

Lo spogliarsi, il mettersi a nudo di due amiche da sempre legate, il buttare giù le maschere e il mostrarsi per ciò che si è, anche nell’abominevole e spaventosa forma di ibridi scartati da una società che esclude e punisce il diverso, diventa una cifra stilistica.

La logorante battaglia tra il ciò che si è e il ciò che si deve essere per apparire normale agli occhi degli altri logora Fairytale ed Emerald fino a farle esplodere all’unisono accompagnate da un colpo di pistola che forza le loro vere nature a venir fuori, a sbocciare e a fiorire, a mettere radici salde in un terreno solo superficialmente inaridito dai dubbi, un terreno che in realtà può ancora generare vita grazie alla fiducia, al coraggio e ai sentimenti autentici.

La macchina da presa indugia sui visi e sui corpi delle protagoniste, si sofferma sui segni evidenti della loro femminilità e mascolinità con intelligenza, sparpaglia e semina indizi e pezzi di puzzle che solo in conclusione si incastreranno l’uno con l’altro e daranno un chiaro quadro d’insieme che il regista non ha mai, nemmeno per un istante dimostrato di aver perso di vista.

Liberarsi dei propri demoni, che essi siano un marito violento o una parte incongrua del proprio essere, diventano una priorità, ed ecco allora che il disincanto riaffiora, la porcellana a tinte pastello si incrina, le casalinghe disperate vengono soppiantate dalle tenaci e agguerrite donne moderne, complementari ed indivisibili, pronte a tutto, anche a dire addio e a discostarsi dalla famiglia d’origine.

Tutto ciò, il passaggio dal rosa confetto all’ardente rosso passione, viene accompagnato da un secondo filone narrativo che perfettamente si intreccia a quello principale: si tratta dell’entertainment, dell’ironia, della comicità – ridimensionata e contenuta rispetto alla versione teatrale – e sostenuta dai tre personaggi di contorno, i gemelli Stewart, interpretati da un esilarante Luca Santagostino, usati come perno sul quale far presa per raccontare in maniera più approfondita sogni e desideri delle protagoniste in una forma di analisi che al posto del lettino su cui sdraiarsi prevede beveroni a base di pura menta del Montana, lezioni di mambo e caldaie da riparare.

Sotto l’aspetto formale la regia di Sebastiano Mauri è impeccabile: esteticamente ricercata e sapientemente calibrata e modulata per omaggiare un cinema di altri tempi senza cadere nel retorico.

Elegante ma deciso, innovativo nel voler far emergere una classicità sorpassata, arriva allo spettatore senza troppi voli pindarici, sfruttando l’enorme talento dei suoi attori e le potenzialità visive ed estetizzanti di una sceneggiatura e punta tutto sulla risonanza evocativa dell’immagine e sul potere della parola.

Favola è un prodotto di altissimo livello tanto artistico quanto politico, un lungometraggio composto da quella stessa materia di cui sono fatti i sogni che preserva una sua autentica identità di genere.

Benedetta Pallavidino

Benedetta Pallavidino

Benedetta Pallavidino nasce ad Alessandria nel 1992. Nel 2014 consegue la laurea triennale in lettere moderne con tesi in Storia e critica del cinema, nel marzo 2017 quella magistrale con tesi in Critica cinematografica. Nel 2015 vince il premio Adelio Ferrero per giovani critici nella sezione recensioni. Nel 2017 vince il Premio Franco La Polla e viene selezionata tra i finalisti del Premio Marco Valerio. Scrive di cinema e si occupa dell'organizzazione di eventi culturali ad Alessandria, dove vive.

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