La mia vita con John F. Donovan il film tirato a lucido di Xavier Dolan

Ci sono vuoti e mancanze nella vita a cui si deve per forza di cose sopperire. Chi sostituisce chi o cosa non lo si decide mai razionalmente, ecco perché è quindi possibile che nasca un’amicizia di penna lunga cinque anni tra un celebre attore televisivo e un bambino inglese deciso a seguire le orme del suo idolo. La mia vita con John F. Donovan, il nuovo e sfortunato film di Xavier Dolan è arrivato in sala e, per quanto non sia catastrofico come predetto, non soddisfa a pieno le aspettative. Con la sua aria da film tirato a lucido per benino, lascia un senso di insipidità nella sua completezza formale.

Nel 2017 Rupert Turner (Ben Schnetzer) è un giovane attore di ventidue anni con una storia che appartiene al suo passato. Undici anni prima è stato al centro di uno scandalo che riguardava la sua fitta corrispondenza con l’attore John F. Donovan (Kit Harrington), morto tragicamente di overdose nel suo appartamento newyorkese poco tempo dopo la brutale discesa agli inferi della sua carriera da astro nascente del cinema mainstream.

Durante un’intervista con una giornalista poco interessata, Rupert metterà insieme i cocci della sua infanzia difficile e racconterà la sua versione dei fatti riguardo al rapporto con John F. Donovan.

Xavier Dolan è energia allo stato puro, è forza dell’immagine, è frenesia nel montaggio, è rabbia sbocconcellata che poi diviene sempre meno arginabile.

È tutto questo, o forse lo era, visto che nel suo ultimo film diventa inspiegabilmente rigoroso, narratore misurato e preciso di una storia che rispetta sempre i contorni dei suoi confini netti e puliti. La mia vita con John F. Donovan è un lavoro di ricostruzione: archeologia delle identità a cavallo tra vita ordinaria e successo planetario.

Perché un divo dovrebbe rispondere a un ragazzino? Perché in lui rivede se stesso, non si sente giudicato, ma compreso, perché ha già la sua stima e non deve dimostrare nulla per rendersi migliore o più interessante di quello che è. Tra Rupert e Donovan ci sono molte somiglianze: oltre alla passione per la recitazione, entrambi hanno difficoltà a creare relazioni con chi sta loro attorno, e delle madri con cui sono in eterno contrasto.

Il ragazzino viene bullizzato dai compagni di scuola che con la loro cattiveria finiranno con il rendere nota al mondo la sua relazione epistolare. L’attore, invece, è vessato dalla pressione del successo e dal suo orientamento sessuale che crede di dover nascondere per non complicarsi ulteriormente la vita.

Le due madri, Sam Turner (Natalie Portman) e Grace Donovan (Susan Sarandon), per quanto lontane anni luce, condividono l’incapacità di comprendere fino in fondo i propri figli.

Entrambe li amano immensamente, ma non sanno come aiutarli, come proteggerli, difenderli e sostenerli. Sono probabilmente troppo prese dallo sconforto della pochezza delle loro vite per poter essere completamente focalizzate sul bene dei loro figli.

Rapporto tra quotidianità e fama, rapporti difficili con la madre, omosessualità e ricerca della propria identità sono temi sempre cari a Dolan, e perciò sempre centrali nella sua filmografia. Si percepisce in quest’ultimo film una minore urgenza, ovattata dalla necessità ossessiva di rendersi comprensibile.

L’irruenza del colore, dell’immagine, della colonna sonora usata con il solo scopo di fermare il tempo e dilatare la potenza espressiva di una scena, passano in secondo piano, cedono il passo alla profondità di parola, che non è più un acido rimescolio pronto a rinvenire nell’euforia di un bulimico accesso di ira, ma una rincuorante ancora di salvezza a cui aggrapparsi per arrivare al pubblico.

Mentre in passato era il cinema nella sua rapsodica complessità ad aver bisogno di una storia concreta a cui appoggiarsi, oggi per l’enfant prodige del Québec è il racconto ad aver bisogno del cinema come mezzo espressivo e di divulgazione. In fondo La mia vita con John F. Donovan non è molto di più dell’intervista che rilascia Rupert Turner: vorrebbe essere grandiosa ed ha tutti i presupposti per arrivare al centro della coscienza comune, ma poi si dissolve in una serie di questioni a cui per dare risposta si finisce nella retorica un po’ troppo farraginosa.

Ci si stupisce, e ci si arrabbia anche un po’, soprattutto se si acquisisce la consapevolezza di quanto questo ultimo film sia più autobiografico degli altri.

Dolan, infatti, ha rivelato da bambino di aver scritto numerose lettere al suo idolo Leonardo DiCaprio – il quale non ha mai risposto.

Il suo rapporto di amore e odio con il successo, non è un mistero per nessuno, e tantomeno lo è quello febbrilmente schizofrenico con la figura materna – basta pensare all’esordio di Dolan: J’ai tué ma mère per farsene un’idea –, eppure nessuno di questi aspetti fondamentali nell’affermazione di un’identità autoriale, a cui si aggiunge la regia frenetica e dinamica, sembrano avere sufficiente peso nella costruzione di una pellicola all’altezza delle premesse.

La mia vita con John F. Donovan è tutt’altro che una catastrofe, è un buon film, ben scritto e articolato, girato con mano sicura, ma non è memorabile. Per dirla con il politically correct della critica cinematografica è un’opera minore in una filmografia d’eccellenza.

Benedetta Pallavidino

Benedetta Pallavidino

Benedetta Pallavidino nasce ad Alessandria nel 1992. Nel 2014 consegue la laurea triennale in lettere moderne con tesi in Storia e critica del cinema, nel marzo 2017 quella magistrale con tesi in Critica cinematografica. Nel 2015 vince il premio Adelio Ferrero per giovani critici nella sezione recensioni. Nel 2017 vince il Premio Franco La Polla e viene selezionata tra i finalisti del Premio Marco Valerio. Scrive di cinema e si occupa dell'organizzazione di eventi culturali ad Alessandria, dove vive.

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