I villeggianti. La timida inadeguatezza alla vita del cinema di Valeria Bruni Tedeschi

La vita imita l’arte o l’arte imita la vita? Probabilmente la seconda opzione è quella che sceglie Valeria Bruni Tedeschi da una quindicina d’anni a questa parte, da quando ha scelto di mettersi dietro la macchina da presa. Giunta al suo quarto film da regista, l’autrice continua a mettere in scena frammenti della sua vita per raccontare una condizione esistenziale universale.

Con I villeggianti, ultima tappa di un percorso faticoso e mai veramente compreso da pubblico e critica, la regista acquista una tale dimestichezza con il mezzo da potersi permettere di raggiungere, attraverso il caos di un’opera magniloquentemente corale, vette di estrema eleganza e complessità.

Anna (Valeria Bruni Tedeschi) è una regista e sceneggiatrice alle prese con il suo nuovo film. Lasciata da Luca (Riccardo Scamarcio), il fidanzato molto più giovane di lei, raggiunge la figlia Célia (Oumy Bruni Garrel) e tutto il resto della famiglia nella grande villa in Costa Azzurra, dove si è soliti trascorrere le vacanze estive. Sarà proprio questa casa a diventare teatro di storie, avventure, disavventure, liaison amorose e drammi familiari e generazionali.

Un’ opera teatrale per il grande schermo divisa in tre atti, affollata di personaggi che in buona parte vengono presentati per la prima volta seduti attorno ad una tavola dove si dovrebbero, per antonomasia, passare momenti spensierati, e dove, al contrario, ognuno butta fuori le frustrazioni sotto lo sguardo confuso e preoccupato di una bambina – adottata, e a cui un giorno andrà tutto il patrimonio –  che dell’infelicità degli adulti non ci capisce proprio nulla.

Aborti, stupri, fallimenti finanziari, morti improvvise, lunghe malattie, perdite mai accettate, ogni argomento viene sviscerato con un’acuta ed ingannevole leggerezza tipica di quei contesti altoborghesi che non vogliono lasciar trapelare solitarie fragilità di cui ci si dovrebbe solo vergognare.

Eppure, neanche i domestici, che costituiscono l’altra metà del coro, se la passano meglio: umiliati, dimenticati, condannati alla loro misera posizione di subalterni, soffrono in silenzio, nei piccoli ritagli di privacy che sono loro concessi, e se tentano di ribellarsi vengono zittiti o messi alla porta.

Per Bruni Tedeschi la dicotomia gerarchica e sociale è un espediente narrativo di cui abusa proprio per ottenere l’effetto opposto: mostrare che tutti gli esseri umani amano e soffrono allo stesso modo e che, se solo provassero ad incontrarsi e a non vivere chiusi nel loro bozzolo, potrebbero avere più chances di sopravvivere alle difficoltà della vita.

L’incomprensione e l’incomunicabilità insieme alla paura del confronto portano Anna, sua sorella Elena (Valeria Golino), il marito di questa Jean (Pierre Arditi), la loro madre (Marisa Borini), la sceneggiatrice Nathalie (Noémie Lvosky) a rifuggire l’incontro, ad accumulare odio e frustrazione per poi scaricarli sulla persona sbagliata.

E quando si ha bisogno di dolcezza, di amore, di comprensione? Si pensa al passato, si cerca un contatto con il fratello gentile dagli occhi belli che l’AIDS si è portato via, ci si ritrova brille attorno ad un pianoforte a sbollire la rabbia sputando in faccia allo spettatore il testo di Ma che freddo fa di Nada.

Nevrotici, schizofrenici, esasperati, così sono i villeggianti del titolo. Capaci di dire e fare tutto e il contrario di tutto pur di trovare un istante di pace, di equilibrio e di ordine.

C’è un’insicurezza di fondo, un’inadeguatezza alla vita che, come in tutto il cinema di Valeria Bruni Tedeschi, si manifesta timidamente per poi esplodere con irruenza e prepotenza. Ciò che accade nella villa di famiglia è temporalmente e ciclicamente ripercorso dal mare che prende e dà la vita, che fedelmente accompagna e culla l’uomo nelle sue avventure e nelle sue battaglie.

La regia di Valeria Bruni Tedeschi si fa meno statica, più fluida, più empatica. La macchina da presa si sofferma sugli indisciplinati tableaux vivants che deve immortalare. Li illumina e li incupisce, si lascia guidare dagli stati d’animo e dalle necessità sensoriali degli attori.

La regista, che ad un occhio non educato al suo cinema, sembrerà caotica e approssimativa, ha un ordine schematico tutto suo, che segue con un rigore insolito che si concentra sul mostrare una fauna in particolar modo femminile, sfiorita e decadente – quando non fisicamente, moralmente – ed una maschile tracotannel suo egocentrismo ammiccante e ruffiano.

Qual è la meta da raggiungere, dunque? Se in tre atti non si intravede neppure una velata e flebile possibilità di agnizione, allora non resta che gettarsi a capofitto nella nebbia di un epilogo che rimescola, ancora una volta, le carte e apre le porte dell’onirico e del surreale.

Insomma la morale è sempre quella: è più facile per un cammello passare per la cruna di un ago, che per Valeria Bruni Tedeschi mettere la parola fine.  Perciò…

Benedetta Pallavidino

Benedetta Pallavidino

Benedetta Pallavidino nasce ad Alessandria nel 1992. Nel 2014 consegue la laurea triennale in lettere moderne con tesi in Storia e critica del cinema, nel marzo 2017 quella magistrale con tesi in Critica cinematografica. Nel 2015 vince il premio Adelio Ferrero per giovani critici nella sezione recensioni. Nel 2017 vince il Premio Franco La Polla e viene selezionata tra i finalisti del Premio Marco Valerio. Scrive di cinema e si occupa dell'organizzazione di eventi culturali ad Alessandria, dove vive.

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