Kawita Vatanajyankur: L’io penso dell’arte. Racconti dalla Thailandia

Per gli stranieri che visitano Bangkok maturare un’esperienza di quotidianità risulta sfuggente, forse perché la maggior parte di loro tende a rimanere per un breve periodo di tempo, a volte solo poche settimane o addirittura giorni, sperimentando la città da un punto di vista strettamente panoramico.

immagine per Kawita Vatanajyankur
Kawita Vatanajyankur, The Scale 2, 2015 Video-Still

Lo splendore del palazzo Reale, per esempio, o rifugiandosi nel confort degli hotel di lusso, bolle architettoniche incastonate nelle fragorose vie della città, capaci di distaccare ogni realtà esterna ad esse.

Ma per chi volesse misurarsi con la capitale più grande della Thailandia, vedrebbe che esiste molto poco dell’immagine esotica che si manifesta attraverso i cataloghi delle agenzie di viaggio.

E che l’aspetto che meglio definisce e descrive il suo carattere è quello delle migliaia di cavi elettici aggrovigliati sopra le teste di chi passa.

Per chi volesse avvilupparsi con la reale Bangkok è giusto che si prepari ad affrontare le proprie nevrosi, alimentate dalle innumerevoli barriere architettoniche, che limitano anche solo l’azione più elementare d’attraversare la strada, dall’aria viziata dallo smog, che pone a dura prova la propria volontà in una maratona senza ossigeno.

Allora e solo allora gli unici conforti a cui aggrapparsi saranno i ripetuti e imponenti video pubblicitari di vedetta sopra ciascun palazzo, uniche finestre dove scorgere paesaggi puliti, ideali, confortevoli sotto un cielo grigio, o rifugiarsi dietro le porte di un centro commerciale chiedendo asilo politico da quel luogo di caos, dove risiede in ogni dove l’immagine rassicurante del Re in qualità di unico testimone delle intime difficoltà che andremo ad affrontare.

Immaginario e realtà: fra queste due possibilità oscilla la lotta di un paese in continua contraddizione con se stesso, come già evidenziato nello scorso articolo sulla Biennale di Bangok.

Dare testimonianza di questo conflitto non è un atto spontaneo in Thailandia, ma è una scelta, ed ‘è per questo che zaino in spalla per Bangkok abbiamo domandato agli artisti di rileggere il proprio lavoro in relazione ai loro percorsi di studio o di vita, individuando le analogie di una società affetta da pregiudizi, censure e diaspore.

Per la prima videointervista abbiamo incontrato Kawita Vatanajyankur (1987, Bangkok, Thailand) nell’animato quartiere di Bang Rak.

Capelli neri come ebano e lisci come seta, incorniciano gli occhi grandi e profondi dell’artista mentre ci racconta la sua personale relazione con la performance art, del rapporto discriminatorio che lega la donna ad una certa cultura maschilista, dello sfruttamento, della mancanza di fondi per l’arte, e del suo amore verso il padre, prematuramente scomparso dopo aver dedicato tutta la vita al proprio lavoro:

“Le persone hanno bisogno di capire sé stesse e anche qual è la fonte della loro lotta, in modo che possano migliorare. In questo modo, il mondo sarebbe più pacifico”, ci ricorda Kawita nell’intervista rilasciata a Naima Morelli per il magazine CoBo, dopo la performance Knit, che denuncia le condizioni dei lavoratori dell’industria della seta, presentata nella hall del lussuoso Peninsula Hotel durante i giorni della Biennale.

Le parole di Kawita evidenziano Il dialogo tra il pensiero occidentale e il buddismo iniziato negli anni di studio trascorsi in Australia.

Qui l’artista incontra la critica più profonda insita nello spirito moderno del suo paese, che la porterà a trasformare il proprio corpo in oggetti e pratiche di uso comune per puntare l’attenzione sulle forme più sotterranee della quotidianità attraverso cui il potere politico e culturale agisce il suo predominio.

Le immagini piene di colori luminosi e attraenti dei lavori di Kawita condividono un certo linguaggio visivo di un mondo globalizzato, che tende a imporre i propri universi simbolici e in cui prevale spesso il consumo e la gratificazione immediata.

Bio

Kawita Vatanajyankur ha ottenuto un riconoscimento significativo nel panorama dell’arte da quando si è laureata alla RMIT University (BA, Fine Art) nel 2011.

Nel 2015 è stata finalista al Jaguar Asia Pacific Tech Art Prize curata nella prestigiosa mostra Thailand Eye alla Saatchi Gallery di Londra.
Nel 2017 presenzia alla 57 ° Biennale di Venezia con una sua opera nella mostra Islands in the Stream, successivamente all’Asia Triennale di Performing Arts al Melbourne Arts Centre, e ancora all’Asia Biennale di Taiwan.
Nel 2018, ha esposto i suoi lavori nell’ambito della Biennale d’Arte di Bangkok 2018.
Kawita ha esposto in tutta l’Australia, Asia, Stati Uniti ed Europa e i suoi lavori sono presenti in collezioni universitarie e collezioni private in Australia, Nuova Zelanda, Asia, Europa e America.

Naima Morelli

Naima Morelli

Naima Morelli è critica d’arte e curatrice indipendente. Nasce a Sorrento e studia all’Accademia di Belle Arti di Roma. Comincia collaborando con il Mattino e scrivendo di musica per numerosi magazine d’orientamento rockettaro (Il Mucchio, Rockshock etc.). Recensisce le mostre d’arte contemporanea per Teknemedia, finchè non viene radiata per una stroncatura di Sandro Chia. Trasferitasi a Roma comincia la duratura collaborazione con art a part of a cult(ure), Women in the City e riviste d’arte straniere tra cui Art Monthly. Contemporaneamente collabora con varie gallerie del panorama romano ed è resident curator per The Room Gallery.

Roberto D'Onorio

Roberto D’Onorio (1979) vive e lavora a Roma. Inizia la sua carriera artistica collaborando con la cattedra di Fenomenologia delle Arti Contemporanee di Cecilia Casorati all’Accademia di Belle Arti di Roma e nel 2010 con Cecilia Canziani e Ilaria Gianni per la NOMAS Foundation. Nello stesso anno affianca Anna Cestelli Guidi in occasione della Biennale Fluxus (Auditorium Parco della Musica, Roma). Nel 2012 lavora presso la Galleria Marino di Giuseppe Marino, Roma. Dal 2013 collabora con la Galleria 291est, Roma, rivestendo i ruoli professionali di Curatore e Responsabile Management.

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