Bye Bye Chthulucene… Mon amour

Fra le infinite proposte che si sono avvicendate (e ancora saranno in scena, fino alla fine dell’anno) nel progetto MACRO ASILO aperto alle molteplici forme di arte, sorprendente è stata quella di un gruppo eterogeneo di artisti di diverse discipline che, assieme ad alcuni storici aderenti al gruppo di occuparespazinterni, ha tentato la quadratura del cerchio presentandosi con un Manifesto dell’abitare nell’epoca dello Chthulucene e ponendosi, dunque, oltre il making kin, oltre la specie umana e la specie postumana.

Eppure, il passo che voleva accelerare verso il futuro, è caduto proprio nel caro e amato hic et nunc.

Donna Haraway scrive in Chthulucene: “L’obiettivo è quello di costruire relazioni di parentela attraverso linee di connessione inventive, intese come pratiche per imparare a vivere e morire bene, gli uni con gli altri, in un presente denso. Il nostro compito è creare situazioni difficili, per alimentare risposte potenti a eventi devastanti, ed anche per placare acque agitate e ricostruire luoghi tranquilli”.

Se si guarda a questo spettacolo oltre le sue pretese di superamento della teoria di Donna Haraway, si è trattato al contrario di ciò che dichiarava proprio uno dei primi eventi artistici attribuibili allo Chtulucene. 

Un museo, il MACRO, preso d’assalto e interamente a disposizione di artisti che hanno saputo creare un sistema di parentele (kin) tra i loro corpi, i loro gesti, i loro colori e i loro linguaggi.

Abbiamo trovato un presente denso, situazioni difficili, risposte potenti a eventi devastanti e luoghi tranquilli che placavano acque agitate.

Forse ci voleva un atto di vanità: quello di proiettarsi attraverso, di condividersi nel futuro attraverso dei collettivi ludici e festosi che avessero superato tutte le convezioni come se il neoliberismo non fosse una forza concreta e che non perdona. 

Oltre il presente schiacciante con tutti i suoi allarmismi, per precipitare il sistema di parentele che cerchiamo affinché si tamponi la catastrofe umana. 

Occorre sentirsi per un momento oltre l’umano e il non umano, per ritrovarsi ancora una volta fragili e davanti ai problemi del pianeta; per rimboccarsi le maniche davvero occorre simulare di essere già in un’epoca nuova per ritrovarsi invischiati in quella che bisogna forzare da tutti i lati individualmente e che ti arruola in ogni momento alle tue responsabilità verso il prossimo.

Il primo impatto che abbiamo avuto entrando nel museo è stato quello di una festosa occupazione, stratificata, sparpagliata, mobile, con guide discrete, lo spazio era del tutto preso in pugno da questi artisti che hanno costruito, per qualche ora, un mondo pieno di furore, amore e intelligenza in cui entrare. 

Peccato essere stati avvolti in modo così stringente da non poter capire dove fosse quel “bye bye”, ci siamo sentite nel mondo del mon amour e non allontanati da esso, così se artisticamente l’evento è stato un successo, le sue pretese sono state un piacevole fallimento.

Neanche facciamo in tempo a chiudere dietro di noi le porte del museo che un biglietto con scritto “Amo gli sconosciuti e sono pienamente ricambiata” ci viene applicato, a tradimento, dritto dritto all’altezza del cuore. 

La ragazza su pattini vintage con una maglia luminosa e dorata che ci ha accolti a sorpresa è già scivolata via, la guardiamo: sta colpendo al cuore una donna senza che questa se ne accorga del tutto, lei si volta, la guarda, la ferma e l’abbraccia. La perfomer si lascia abbracciare e continua ad applicarle bigliettini sul corpo. Ci avviciniamo e troviamo scritto sui bigliettini appiccicati alla donna: “L’amore ti è di fronte”.

Mentre ci muoviamo verso il desk in cerca di materiale, veniamo bloccati da un performer androide che comincia a coinvolgerci spiritosamente facendoci a raffica domande che richiedono un botta e risposta e che dimostrano una straordinaria capacità di empatia. Crediamo che il corto circuito qui sia tra il presentarsi come un androide con una voce metallica e interagire con un grande coinvolgimento emozionale. 

Finalmente troviamo una mappa, cerchiamo di capire chi fosse la distributrice di amore anonimo e chi l’androide che ci hanno accolte: nello spazio del foyer vi era dapprima l’artista Jenny Viola Iannuzzi con la perfomarnce itinerante Open. Love Me Gender e poi Federico Favetti con Guida intergalattica per specie in via di estinzione.

Una musica roboante intanto riempie lo spazio con voci liriche che provengono dalla parte superiore del Diamante Rosso al centro del foyer. 

Curiose, ci affrettiamo sulle scale e troviamo un’altra perfomer,: si tratta di Jeannie Nitro in Interchange, è vestita di carne autunnale in una giornata stranamente piovosa, con delle foglie a terra, a guardarle attentamente non sono reali.

La ragazza si muove in modo delizioso e sembra dirci con Emily DickinsonCome le donne le foglie si scambiano confidenze acute. A volte sono cenni, a volte illazioni portentose”.

Mentre ci avviamo sul tetto del Diamante Rosso, vediamo in lontananza muoversi lungo il suo perimetro una ragazza, è la perfomer Maddalena Gana con Gravità Ridotta. 

I suoi movimenti, al contrario di quelli molto terreni della Nitro, non sembrano appartenere a questo mondo: lei è una donna altrettanto archetipale, ma non del sottosuolo, è una donna in rosso, macchiata di rosso sangue, il cui corpo appare capace di tutto sfidando la gravità di questo pianeta. 

Lei è per noi una creatura della luna in grado di far passare in secondo piano lo spazio che la circonda in una sorta di danza fuorilegge. 

La seguiamo fino all’entrata del Diamante e qui troviamo i musicisti, i Cicillonia Crew, cui sono seguiti i Rumore Austero, ovvero Giordano Giorgi e Marco Carcasi, noi li ascoltiamo nel momento esatto in cui attacca una chitarra elettrica che sembra una voce che racconta una storia da decifrare o decodificare.

Si tratta di Istantanee strumentali non ortodosse per pratiche modulari. Non eravamo interessate  ai singoli artisti, volevamo un visione d’insieme, ma siamo state catturate dal mondo che ci stanno offrendo, ma soprattutto da questa aria di famiglia, con tutte le sue singolarità.

Così, pian piano, facendo il nostro personale percorso percorriamo il perimetro verso la nostra destra e troviamo un poeta, Carmine Roma, coi suoi versi che sembrano giustapposizioni di poesie di tutte le epoche e proprio per questo assolutamente contemporanee.

Uscendo la perfomer Martina Brodolini ci fa rientrare nell’area incontri, dove troviamo ancora un’artista con i lunghissimi capelli blu, vestita come in un film di fantascienza davanti a una tenda indiana: è Anna Bastoni. All’interno della tenda c’è una bambina che sta disegnando, aiutata dalla perfomer, in un ambiente e con dei colori fluo. Anna Bastoni ci dice: “Benvenuti nella Noosfera!”. 

Vi sono artisti che si accingono alle più diverse attività sono Luciano Pescara e Nicola Rastelli, acceleriamo il passo, entriamo nella stanza delle parole: alla lavagna qualcuno sta scrivendo formule matematiche, usciamo e ci ritroviamo di nuovo davanti Jeannie Nitro che ora è in piedi, indossa una cintura con una preziosa torcia, corta e gemmata, al centro.

Stavolta scendiamo dalle scale da cui eravamo salite quando Valerio Gatto Bonanni ci ferma, ci fa stendere le braccia e ci racconta la storia della vita sul Pianeta: da una mano fino all’altra, fino alle unghie della dita, nella perfomance Qual è il tempo della Terra?.

Nel via vai di artisti, sullo schermo del foyer appare il video spettacolo di occuparespazinterni Immemorial, con Anastasia Sciuto e, mentre stiamo per uscire, l’androide ci si para davanti un’altra volta e, delicatamente, ci porta nella BlackRoom che avevamo dimenticato di visitare: qui vi è il messaggio di benvenuto.

Haraway scrive: “Quella del tessere non è un’azione secolare né religiosa; è un’azione ragionevole. Esegue e manifesta connessioni vissute che danno significato nel sostenere le relazioni di parentela, comportamento, azione relazionale — per hozho: per umani e non umani. Dei mondi con una loro collocazione esistono già, e non sono né tradizionali né moderni”.

In questo evento si è tessuto molto in modo non secolare né religioso, in modo umano e non umano, né tradizionale né moderno. 

Ma forse è troppo presto per tutto questo. Non male vedere il messaggio di benvenuto alla fine, dopo essere state prese da tanto bagliore, per rientrare in città, quando sta per calare la sera, mentre le nuvole si diradano e poter riveder le stelle.

Conni Spina

Conni Spina

Ha fondato e gestito lettera.com, una delle maggiori riviste online di recensione di saggistica e narrativa in Italia, ed ha portato avanti studi di genere in modo approfondito sulle sottoculture urbane e l’underground musicale degli anni '80 e '90. Appassionata di arte d'avanguardia, vive soprattutto a Roma.

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